Carlo Taglini l’economia ve la spiego con la pop culture

Laureato, con lode, in Economia all’Università di Modena che porta il nome di “Marco Biagi” il giuslavorista assassinato da un commando di terroristi con una tesi dal titolo “Verso la lingua universale per lo studio delle scienze sociali: l’approccio narrative-based” che gli è valsa il prestigioso premio “Enrico Ferrari” per la migliore tesi di laurea specialistica in Economia e Sistemi Complessi.
Carlo Taglini, classe 1986, oltre a vantare un curriculum già denso per la giovane età è appassionato di sport, tifoso del Milan e ammiratore di Clarence Seedorf di cui dice “…è l’unico che vorrei al mio fianco in qualsiasi sfida”, di pop culture e ovviamente di economia.
Ha esordito sul nostro blog magazine con un articolo in tre puntate che anticipa il paper, primo progetto editoriale della Fondazione Ora!, che firmerà e che avrà come titolo “Generazione 90210”, titolo che ha scelto ascoltando, in una di quelle sere che non passano mai, I’m Always Here di Jim Jamison, la colonna sonora di Baywatch.

 

Taglini cosa intende per “Generazione 90210”?

“La Generazione 90210, come il prefisso postale di Beverly Hills e come il primo vero teen drama della tv italiana poiché Twin Peaks era qualcosa di ben più complesso, è la generazione che è cresciuta con aspettative straordinarie, perché il mondo negli anni ’90 era veramente straordinario, nel senso che una serie di coincidenze ha reso quel decennio straordinariamente ottimista. Con studi in Università perlopiù mediocri, forse appena migliori di quelle attuali, e incapaci di prepararla al mondo del lavoro; delimitata anagraficamente, i 30-40enni di oggi si trovano nemmeno a metà strada rispetto alla pensione, è la generazione che si trova in maggiore difficoltà nello scenario socio-economico attuale, a causa di aspettative irrealistiche. Non doveva andare così e poteva non andare così.”

Nel suo articolo che anticipa il paper divide i decenni non in maniera cronologica ma secondo alcuni avvenimenti, ce lo può spiegare meglio?

“Ovviamente i decenni sono per definizione periodi di 10 anni, tuttavia io guardo alla storia come ad una concatenazione di trend di medio-lungo periodo. Un trend si inverte in presenza di un qualche evento di straordinaria importanza; i primi che mi vengono in mente sono i seguenti: l’elezione di Ronald Reagan, la caduta del muro di Berlino, l’attacco alle Torri Gemelle, il crollo della Lehman, l’elezione di Donald Trump. Questi sono tutti eventi dopo i quali il mondo non è stato più come prima.”

Quindi lei che è nato nel 1986 quanti trend ha già vissuto?

“Stando alla carta d’identità sarei nel mio quarto decennio di vita, ma allo stesso tempo, stando a questa categorizzazione, che ovviamente non è un dogma, sono nel mezzo quinto trend narrativo.”

I primi quattro: l’era Reagan, la Great Moderation post-muro di Berlino, la guerra al terrorismo con la missione Enduring Freedom, iniziata simbolicamente con l’attacco al World Trade Center l’11 settembre del 2001, la grande crisi. Ce li analizzi meglio…

“Dei primi due non ricordo pressoché nulla, il terzo è quello più lungo e fortunatamente anche il più bello, il quarto è la brutta copia di quello precedente, caratterizzato da una bolla speculativa, quella dei subprime, una bolla che non è altro che la brutta copia della Dot Com, che, a ragione, Vernon Smith avrebbe poi definito “un’orgia di consumi”; il trend più cupo, soprattutto nella parte iniziale e può essere considerato come la fase terminale, la vera fine della narrativa ottimistica degli anni ’90.”

L’ultimo è l’elezione, contro ogni pronostico, di Donald Trump.

“Non è mai facile analizzare la storia mentre la stai vivendo ma a mio avviso l’era di Trump è qualcosa di nuovo, la reazione ad un mondo fatto di squilibri commerciali cronici in alcune nazioni, di tassi di cambio e di interesse manipolati, di vocaboli politically correct usati dalle élite, inadeguati alla risoluzione dei problemi quanto i cosiddetti proclami populistici di Matteo Salvini and Company.”

Quindi non vede Trump come un fenomeno di passaggio, quasi di costume, qualcosa che poteva succedere solo nei “Simpson”?

“Non so se Trump sia una semplice parentesi prima dell’inizio di un trend ancora più potente: è senz’altro uno dei fenomeni più interessanti di tutti i tempi; è il risultato di 15 anni, dal 2001 al 2016, ossia da quando la Cina è entrata nel WTO, l’organizzazione Mondiale del Commercio, di politiche commerciali sbagliate a livello globale, di tassi di cambio manipolati e conseguenti squilibri economici che hanno portato ad un livello socialmente insostenibile di de-industrializzazione nei Paesi più sviluppati.”

Cosa sono stati gli anni 90, quelli che definisce il decennio dell’ottimismo?

“Sono stati un cielo estivo senza nuvole e, incredibilmente, senza afa. Sono stati anni caratterizzati da una grande crescita della produttività, da bassa inflazione e quindi da bassi tassi d’interesse. Sono stati gli anni di Baywatch; David Hasselhoff in un’intervista disse che l’America è il bagnino del mondo, e che Baywatch rappresenta il sogno americano: impossibile contraddirlo. Beverly Hills 90210 e Baywatch sono stati due chiari esempi del soft power made in USA.

Poi sono arrivate le bolle speculative. Esattamente cosa sono?

“Questa è una domanda molto più complessa di quello che potrebbe sembrare di primo acchito. Vi sono due convinzioni in merito alle bolle speculative: la prima è che esse siano frutto dell’irrazionalità, la seconda è che siano un fenomeno meramente economico-finanziario. Secondo me queste convinzioni sono entrambe errate.
Prendiamo per esempio la quotazione della Lehman Brothers che il 15 settembre 2008 crollò circa dell’80% in un giorno; sintetizzando, il crollo fu innescato dal fatto che il mercato ebbe la certezza che la FED, la Banca Centrale degli Stati Uniti, non sarebbe intervenuta per salvare questa banca. È come se la variabile dummy “garanzia statale” fosse improvvisamente passata da 1 a 0: di conseguenza il valore delle azioni crollò da un momento all’altro. Tutto ciò è non-lineare ma perfettamente razionale dal punto di vista di un investitore.
Tuttavia le bolle speculative sono un fenomeno non solo economico. Vi sono movimenti politici che sono delle autentiche bolle speculative.” 

E la generazione Glee in cosa differisce da quella 90210?

“Nelle aspettative. La generazione Glee è composta da una maggioranza che ha capito che Gordon Gekko nel suo discorso alla platea in Wall Street – Money Never Sleeps (2010) aveva ragione. Chi è cresciuto negli anni’90 è spiazzato dal contesto attuale, perché nessuno dei consigli dei genitori sembra veramente funzionare e perché il mondo in generale è diventato più incerto. Chi è cresciuto negli anni ’90 aveva certezze, questa generazione cresce in un contesto completamente diverso: di attentati, di tensioni commerciali, di elevato debito pubblico e privato. Non ci sono nemici ben definiti, chi è Al Qaeda? Non c’è unità nell’Occidente e fantasmi del passato stanno tornando alla carica seppur in forma diversa.” 

Il salto dal West Beverly al liceo William McKinley è qualcosa di molto più profondo quindi?

“Il salto tra Beverly Hills e l’Ohio, è enorme: passiamo da un gruppo di ragazzi stupendi, full-blooded WASP come dicono gli americani, ad una compagnia di canto corale che, soprattutto all’inizio, è un’armata brancaleone. Glee non avrebbe mai funzionato negli anni ’90 così come Baywatch non funzionerebbe oggi, tanto è vero che il film del 2017 con Zach Efron e Dwayne Johnson è sostanzialmente una parodia della serie televisiva ed era giusto così. Quei telefilm, quelle narrative, fanno sognare ma non sono più credibili.”

Secondo la sua teoria come può una narrativa influenzare l’economia? Come l’attuale pop culture influenza l’economia e i consumi?

“Tutti i comportamenti degli agenti sociali sono determinati dalle narrative di riferimento. L’economia altro non è che lo studio di come gli agenti sociali possono massimizzare il proprio benessere a fronte di risorse limitate; le cosiddette bolle speculative si verificano quando una narrativa è molto forte e porta ad un allineamento delle aspettative, ma le narrative sono sempre presenti, anche in condizioni di mercato “normali”.

Ora, un passo fondamentale è capire che le narrative si veicolano come virus, come malattie. Più una malattia è infettiva, più si diffonderà; più una storia è convincente e più condizionerà le scelte di investimento, di risparmio e di consumo. Inoltre, vi sono agenti più influenti di altri, con più connessioni, i quali una volta “infettati” possono far sì che una storia si diffonda più velocemente.

Lo studio dell’economia, ma più in generale delle dinamiche sociali non può prescindere dall’utilizzo di strumenti innovativi quali automi cellulari, reti neurali ma anche modelli ad agente e MMORPG. Non voglio insinuare che le scienze sociali abbiano senso solo se possono essere modellizzate, ma che studiando i contributi classici e cercando delle similitudini in modelli aventi un’origine del tutto differente, si possono imparare delle cose molto interessanti e soprattutto fare nuove ipotesi, che spesso trovano riscontro nella realtà.”

La Juventus acquista Cristiano Ronaldo il calciatore più forte del pianeta. Si apre un nuovo trend?

Credo che sia un affare incredibile un po’ per tutti. Per la Juventus che si garantisce le prestazioni di quello che è ancora nonostante i 33 anni l’attaccante più forte del mondo, per il Real Madrid che deve rifondare una squadra puntando su giocatori con nuovi stimoli e per Cristiano che ha capito che era meglio chiudere con uno score record (450 gol in 438 partite) la sua esperienza madridista ed essere ricordato come il più grande giocatore nella storia del più grande club del mondo. 

È quindi senz’altro una delle sfide più affascinanti di quest’epoca, ma vorrei anche sottolineare due aspetti che consentono al contempo una riflessione sullo studio delle scienze sociali. Il primo è l’importanza di avere una prospettiva di lungo periodo nel considerare pro e contro delle proprie scelte; il secondo è il fatto che dal 2012 ad oggi Ronaldo ha rimontato 3 Palloni d’Oro di svantaggio a Messi e che quest’anno rischia un sorpasso clamoroso.

Ora, penso che cercare di capire come sia possibile che un calciatore con meno talento e più anziano abbia compiuto una simile impresa sia doveroso e sarà oggetto di un mio prossimo articolo. Per ora posso solo dire che tra i modelli per la complessità ne esiste anche uno in grado di spiegare questo fenomeno.”

 

 

In conclusione, prima di salutarci, Taglini che snocciola teorie con la credibilità di uno stimato professore e con l’entusiasmo dei suoi 30 anni aggiunge qualcosa:

 

 

 

“Deve essere però chiara una cosa: l’appartenenza ad una generazione piuttosto che all’altra è determinata dalle narrative che ognuno di noi ha come riferimento, non dalla data di nascita. Perché il darwinismo prevede anche un certo grado di adattamento al mutare dell’ambiente. Poi certo, la data di nascita approssima molto bene quella che può essere l’appartenenza generazionale, ma non vi è dubbio che i nati negli anni ’80, ossia i primi che sono stati fregati dalla bolla dei subprime, presentino, con gradazioni diverse, entrambe le caratteristiche di queste due generazioni, chi è nato negli anni ’70 molto meno e via dicendo. Ecco perché dico che sono le aspettative a determinare la distinzione: la riduzione delle aspettative è l’unico modo che può consentire a tutti noi la sopravvivenza perché quelle degli anni ’90 erano irrealistiche”.

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