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Sergio Talamo: “Al centro del riformismo di questi anni gli effettivi diritti dei cittadini”

Alla base dell’impegno legislativo degli ultimi cinque anni ci sono stati una vision e un obiettivo, “dare centralità al cittadino”, espressi principalmente da tre asset: la cittadinanza digitale (la PA digital first); la trasparenza totale; la performance e la valutazione partecipata dai cittadini. La Riforma Madia, legge n° 124 del 2015 e successivi decreti attuativi, per certi aspetti ha proseguito e spinto in avanti il processo sviluppato nel decennio precedente, al di là dei colori politici dei governi. Da questi concetti parte l’osservazione di Sergio Talamo, Direttore dell’area Comunicazione, Editoria, Trasparenza e Relazioni Esterne di Formez PA.

Cosa proporre al nuovo Governo: rendere effettivo il principio della continuità amministrativa
Senza nulla togliere alle questioni relative alle società partecipate, alla SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), alla conferenza di servizi o al personale, dai provvedimenti disciplinari alle norme sulla dirigenza fino allo sblocco dei contratti pubblici, al centro della legislazione va posto il nuovo ruolo del cittadino, metaforicamente espresso come un arco con tre frecce. Il primo punto è la digitalizzazione, la PA digital first, che significa dare al cittadino il diritto ad essere riconosciuto nella sua identità digitale, a ricevere servizi on line efficaci e semplici da usare, a verificare da remoto lo stato delle sue pratiche, come enunciato nella ‘doppia’ riforma del Codice dell’amministrazione digitale e nelle linee guida emanate dall’AgID sulla qualità dei nuovi servizi on line. Il secondo punto è la trasparenza totale, che ha portato questo principio, già presente nel decreto legislativo n.150 del 2009, a potenzialità nuove e straordinarie, in linea con quelle dei paesi anglosassoni: poter controllare la qualità dei servizi pubblici attraverso l’accessibilità agli atti e ai documenti, senza più dover dimostrare un interesse specifico e diretto (legge 241/1990) e senza che questi atti siano oggetto di obblighi di pubblicazione (dlgs 33/2013). Il terzo punto è la performance misurata con i cittadini, cioè la possibilità concreta di partecipare alla gestione del miglioramento amministrativo.
Tutto ciò rende necessario un appello che sento di fare al nuovo Ministro della Pubblica amministrazione ed è quello di rendere effettivo il principio della continuità amministrativa, in Italia mai davvero applicato. Un principio di cui hanno parlato tanti giuristi, Sabino Cassese in primis, e che ha valore fondamentale perché l’amministrazione vive di evoluzioni e non di strappi.

 

Poi c’è la questione delle professionalità. I tre principi-cardine sopra accennati vanno resi effettivi, e tutto passa attraverso un vero rilancio dell’attività comunicativa. Il decreto legislativo n. 97 del 2016, il cosiddetto decreto del FOIA italiano, che a sua volta conferma molte delle norme del decreto 33 del 2013, parla di rapporto diretto e ampio col cittadino-valutatore: ma chi deve realizzare questo nuovo rapporto se non un professionista della comunicazione?
Ci sono state importanti proposte, a cui hanno collaborato la Federazione della stampa, l’Ordine dei Giornalisti e l’associazione PASocial, che nei contratti collettivi del pubblico impiego si sono trasformate in istituzioni di nuovi profili per la comunicazione e l’informazione.
Su questo versante è assolutamente necessario andare avanti, verso un profilo unitario, quello del Giornalismo pubblico, e un nuovo modello organizzativo, con una nuova legge che superi la vetusta 150/2000.

 

Il Giornalismo pubblico come unico profilo può ricomprendere tutte le figure professionali della nuova comunicazione, superando le vecchie ripartizioni previste nel 2000 tra URP, ufficio stampa, portavoce. Un’organizzazione unitaria che gestisca sia le funzioni tradizionali sia le nuove, come la trasparenza, le consultazioni pubbliche, la customer satisfaction, tutto ciò che oggi è fondamentale per dare vera centralità al cittadino. Insomma, dobbiamo fare in modo che nelle amministrazioni vengano realizzate delle ‘newsroom’ che la legge riconosca come unitarie e strategiche, e in cui la comunicazione e la trasparenza diventino il ‘core business’ dell’attività pubblica.

 

Cosa abbandonare: l’inefficienza dell’attività pubblica, l’assenza di relazione fra impegni e risultati, e fra risultati, premi e sanzioni, e infine rimediare ad alcune lacune della legge sulla trasparenza
L’aspetto non marginale dell’attività pubblica è l’inefficienza non verificata, nel senso che troppo spesso non viene chiesto all’amministrazione di mantenere le proprie prestazioni a uno standard qualitativo adeguato alle necessità e agli impegni che la stessa amministrazione dichiara nella carta dei servizi o nel piano della performance. Se non trasformiamo la cultura giuridico-formale, all’interno del processo organizzativo, nella cultura del risultato, giudicato dai cittadini, rischiamo di lasciare tutte le enunciazioni ribadite nella Riforma a livello soltanto teorico.
Ritengo che il punto chiave sia rendere effettiva la centralità dell’utente di servizi, superando la tradizionale organizzazione della pubblica amministrazione in cui vi era una deleteria sproporzione a favore dell’ente erogante. Per un problema di eredità culturale del diritto amministrativo italiano, l’amministrazione era del tutto sovraordinata rispetto al ricevente: oggi la situazione si è trasformata anche attraverso la diffusione delle nuove forme di comunicazione social, sulle quali la legislazione della riforma ha aperto una finestra del tutto inedita. Nella circolare n. 2 /2017 di applicazione del FOIA si parla espressamente dell’uso dei social come strumento di dialogo con il cittadino per la pubblicazione proattiva e per il dialogo collaborativo, e anche ai social fanno riferimento i nuovi profili della comunicazione e dell’informazione fissati nei contratti collettivi.

 

Trasparenza: se non si continua a lavorare sulla riconversione organizzativa delle amministrazioni, necessaria per rendere effettiva la trasparenza, rischiamo che la dimensione reale della trasparenza venga decisa dai TAR o dal Consiglio di Stato. Per l’ennesima volta in Italia si rischierebbe una supplenza dell’attività giurisdizionale rispetto all’attività amministrativa e quindi all’effettiva gestione della legge.
Una lacuna importante della legge sulla trasparenza è che il responsabile anticorruzione e il responsabile della trasparenza nella maggior parte dei casi coincidano. È un errore, perché l’anticorruzione è una funzione di prevenzione normativa, che consiste nel regolamentare le procedure per prevenire possibili abusi, la trasparenza è invece una funzione comunicativa, di dialogo con i cittadini che chiedono notizie sull’amministrazione e svolgono il decisivo controllo di qualità dei servizi. La stessa Autorità Nazionale Anticorruzione – ANAC- spiega con chiarezza che la trasparenza serve alla partecipazione civica prima ancora che all’anticorruzione.
Se non si mette l’amministrazione in condizione di assistere il cittadino nell’esercizio di questi nuovi diritti, questi non verranno esercitati, con il rischio di constatare il sostanziale fallimento del decreto 33/2013 e del decreto 97/2016.

 

Dobbiamo lavorare perché ci sia in ogni amministrazione un nuovo staff di professionisti, di giornalisti pubblici che in un rapporto organico col resto dell’ente siano in grado di rendere effettivi i diritti fornendo ai cittadini dati chiari, accessibili, completi, tempestivi, aggiornati. Lo richiede la legge, ma prima ancora la scommessa di una PA che esce finalmente dal Palazzo e diventa ‘casa di vetro’, come chiedeva alla Camera dei deputati Filippo Turati nel 1908. Un auspicio di un anno lontanissimo che oggi può diventare realtà.

Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la mia porta

di Alba Bellofiore

@albabellofiore @pepper_mind2018

 Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la porta della sala parto ad attendere il mio primo gemito. Nessuno a guardare il mio primo sorriso. Nessuno in attesa dei miei primi passi, la mia prima parola. Nessuna madre, e o padre, ad immaginare il mio futuro. Nessuno. Ero solo e non sapevo ancora che lo sarei stato per il mio tempo a seguire.

 

Ho vissuto una lunga età con me stesso, ed insieme a sconosciute persone che per mestiere hanno trascorso con me i miei giorni orfani. Ero solo e voi, la stragrande maggioranza di voi, non sapete cosa vuol dire. Ogni prima domenica di maggio, ogni diciannove marzo, nelle vostre famiglie più o meno felici, festeggiate la vostra casa di affetti. Ostentate con innamorata spontaneità familiare la vostra capanna d’amore. Non ricordate, giustamente, che ci sono anch’io. Io che, senza colpa, sono nato solo. Dispiace per me e sono felice per voi. Non auguro a nessuno di nascere, crescere e scoprirsi solo e non voluto. È sufficiente portare con me il mio dolore nella speranza che a nessun altro accada.

 

Nelle pagine di questa vita anche io ho scritto la mia storia. Sono qui per spiegarvi che l’amore unisce nel cuore di chi decide di amarti. Generare con il proprio corpo, che sia con gestazione o con inseminazione , non attribuisce per direttissima l’appellativo di genitore.

Una domenica di maggio di qualche anno fa accadde che due sconosciuti sono venuti a prendermi: lei aveva un soprabito rosso, lui una camicia celeste abbandonata sino al collo, io ero già divenuto un bambino solo. È passato del tempo prima che imparassi, che mi fidassi, che non vivessi più nel timore quotidiano che l’amore a me donato mi fosse tolto. Immaginate di non aver mai avuto fra le mani la cosa più preziosa che esiste in natura, poi, quando qualcuno deciderà di condividerla con voi avrete quella paura dentro (quel timore che talvolta ti rende incapace di vivere) che da un momento all’altro tutto possa fuggire via.  

 

Prima che chiamassi loro madre e padre sono trascorsi molti mesi. Poi accadde per caso ed in modo spontaneo. Diventando famiglia imparai anche a conoscere la paura di perdere qualcuno che ti aspetta, che attende una telefonata. Che cerca e trova un abbraccio.

Il mio aspetto è simile al bambino che trovate sullo scatolo delle barrette Kinder. Quell’immagine conservatrice di perfezione, monito ed esempio della famiglia uomo e donna, sposata, benestante, che porta avanti la nazione. Che sforna generazioni di famiglie perfette.

 

Sono cresciuto solo in uno stato che tenta di non essere conservatore. Dice di voler correre invece cammina spesso in  ultima fila, si sposta un po’ più in là e fa passare avanti il prossimo legislatore innovativo nel paese di fianco.

Io sono nato solo, non è stata colpa del mio stato. Sono rimasto solo per molti anni a seguire, questo potrebbe essere colpa del mio stato.

 

L’istituto delle adozioni necessità di una risposta al procedere dei tempi: è obsoleto, discriminatorio, lento. Dicono essere complicato modificarlo, eppure le innovazioni da introdurre sono la semplice traduzione in disposizioni normative di ciò che effettivamente è famiglia nella società Italiana (ed europea) in cui godiamo della nostra cittadinanza. Le coppie conviventi, i single che hanno intenzione di divenire famiglia, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, esistono anche nel nostro territorio e sono parte della comunità di cui siamo semplici elementi. La famiglia è la formazione sociale in cui c’è amore; che sia eterosessuale, omosessuale, singolo, convivente, unito civilmente o contratto in matrimonio.

 

L’iceberg che affonda i Titanic che vogliono divenire famiglia, superato il ghiaccio discriminatorio di chi gela quell’amore, vive oltre i vincoli del bigottismo della famiglia mulino bianco (probabilmente esistita solo nella fantasia di alcuni), colpisce di burocrazia, elevati costi, procedure lente.  È necessario un sistema celere, smart ed economicamente sostenibile. La mancanza di ciò ha determinato negli ultimi anni un forte calo del numero delle nuove pratiche per l’adozione nel nostro Paese. Mi spiego meglio: famiglia italiana, all’estero, vuol dire esempio di luogo in cui si accoglie meglio e si avvia con maggiore celerità il processo di integrazione nella nuova formazione familiare. Per le associazioni che si occupano di adozioni internazionali gli italiani sono fra i migliori richiedenti nel processo adottivo.

 

Io sono stato fortunato, quando i miei genitori sono venuti a prendermi avevo superato i dieci anni d’età. Dai 10 anni in poi sei dentro il vortice di chi con maggiori complicanze può essere inserito in un nucleo familiare. Adottare un minore è un diritto al vaglio delle prerogative obsolete che abbiamo il dovere di superare con normative progressiste e riformatrici. Lo è, anche, essere adottati. Essere famiglia. Non è una opportunità da vagliare è un diritto.

 

Dopo diciassette anni, su impulso del Tar del Lazio, dovrebbe essere possibile incrociare le caratteristiche dei bambini adottabili e delle coppie disponibili ad adottare su tutto il territorio nazionale, provando così a realizzare il migliore abbinamento possibile per ciascun bambino. L’art. 40 della legge n. 149 del 28 marzo 2001, ha introdotto la banca dati relativa ai minori dichiarati adottabili e ai coniugi aspiranti all’adozione nazionale e internazionale, disponibile a tutti i 29 tribunali italiani per i minorenni.

 

Mi sono chiesto perché ho dovuto attendere così tanto? Cosa sarebbe accaduto se invece di diciassette anni avessero fatto più in fretta? Al tempo, non capivo cosa fosse la legge, la giurisprudenza. Ho scoperto che noi orfani siamo figli dello stato, per questo a volte ci sentiamo figli di nessuno. Quanto vale essere figlio di qualcuno se lo stesso ti obbliga a vivere entro norme e regolamentazioni che sembrano privare il diritto ad essere accolto e amato? La disciplina attualmente in vigore sulle adozioni  stabilisce che in Italia possono adottare un minore solo coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni (nei tre anni possono essere conteggiati eventuali periodi di convivenza precedente al matrimonio, che siano dimostrabili; ovviamente esclusivamente coppie eterosessuali). Tra genitori adottivi e figli adottati la differenza di età non deve essere inferiore a 18 anni e superiore a 45 anni per un genitore e 55 per l’altro. Tuttavia, questo limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli o se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo. Chi non ha avuto il diritto di donarmi amore? Le coppie di fatto, le coppie omosessuali e le persone single. Inoltre, i coniugi che vogliono adottare un bambino devono dimostrare di non essere separate e di essere in grado di mantenere economicamente il minore.

 

Accogliere, crescere, educare, proteggere e amare. È questa  la coniugazione di verbi che chi desidera adottare deve saper unire nel dire e nel fare. Sono molti i luoghi in cui ciò può concretizzarsi: là dove da tre anni si convive e si è coppia di fatto, lá dove si è uniti civilmente, lá dove singolarmente si decide di diventare genitore. Quando sei un bambino orfano vuoi diventare figlio, a questo stato chiedo che si miri a combinare l’associazione figlio genitore e non la ricerca folle di una tipologia di famiglia oramai poco frequente e talvolta inesistente. In Italia il numero delle pratiche per diventare genitori adottivi è ormai in calo da dieci anni, tuttavia, non è venuta meno la volontà, semplicemente, ha avuto la meglio ciò che fa da ostacolo alle nuove formazioni.

 

Io ho avuto un pregiudizio, è sorto in me negli anni d’infanzia, quello di comprendere se io per qualcuno esisto, sono, significo. Io che dietro quella porta non avevo nessuno ad aspettarmi. Io, che oggi ho una famiglia, nutro ancora il desiderio che sia così per tutti.

 

Sono Alba Bellofiore ed ho provato ad indossare i panni di migliaia di bambini in Italia, e molti altri ancora nel mondo, che sono nati soli. Per piantare e condividere l’inconfutabile certezza che una Riforma dell’Istituto delle Adozioni nel nostro paese è fondamentale, necessaria ed urgente.

 

Libri a colazione (fuori porta)

di Elena Del Rio
@delrio_elena

 

Per uno scherzo del destino il più frequentato dei nonluoghi è diventato Internet e noi ci restiamo e ci opponiamo in ogni modo a questa nuova idea di normalità. Lo facciamo perché qualcosa non ci convince. Di Internet temiamo la spinta claustrofobica e il respiro sintetico. È il mondo di domani, così come immaginato in Black Mirror. E poi lui e lei al ristorante a capo chino, ognuno di fronte allo schermo del proprio smartphone”. Lo so che un po’ avete paura anche voi!
Da “Bassa Risoluzione” 📚 di Massimo Mantellini.

18 App: una battaglia per renderla stabile

di Arianna Furi
@arianna_furi

 

Il 28 settembre 2017 abbiamo lanciato come Millennials una petizione online sul sito internet change.org in cui chiediamo di rendere stabile il Bonus Cultura 18App in modo da poterlo garantire a tutti i futuri diciottenni.

 

18App è stata introdotta nel 2016 dal Governo Renzi e i primi ad aver ricevuto il bonus sono stati, al compimento dei 18 anni, i ragazzi nati nel 1998. La legge di bilancio 2018 ha confermato il bonus cultura per i ragazzi che compiono 18 anni nel 2018 e nel 2019. Questa è per noi una bellissima notizia, perché investire sulla cultura fa sì che i giovani del nostro Paese crescano con dei sani principi e valori.

 

In cosa consiste il Bonus?

 

Si tratta di un contributo fondamentale per i ragazzi, che hanno a disposizione 500€ da spendere in libri, musei, concerti, teatro, cinema, formazione e musica. Il bonus è stato introdotto subito dopo l’attentato terroristico di Parigi, al Bataclan, con la proposta di destinare per ogni euro investito in sicurezza, un altro euro in cultura. Crediamo che questo sia un simbolo, forse piccolo ma significativo, dell’attenzione che il nostro Paese riserva ai più giovani. Crediamo in un Paese che, ai ragazzi che a 18 anni si affacciano a tutti gli effetti nella società, dà come benvenuto 500€ da spendere in cultura, invitandoli a studiare, a visitare una mostra, comprare un libro di testo, partecipare a un concerto, ad acquistare il libro che più desiderano. Crediamo in un Paese che dice a un diciottenne che si fida di lui, che lo sprona a fare di più, che lo invita a visitare ed a conoscere il patrimonio più bello del mondo che solo il nostro Paese possiede.

 

Il bonus ha ricevuto molte critiche. Si è detto che i diciottenni non hanno bisogno di regali e che alcuni di loro avrebbero buttato via questi soldi o che ci sarebbero state distorsioni nella spesa. Sicuramente è successo. Ma noi Millennials crediamo nella nostra generazione e non la giudichiamo in modo negativo solo perché si sono verificati episodi in cui il bonus è stato usato in modo sbagliato.

 

Il Bonus è stato utilizzato da migliaia di ragazzi e l’81% di questi lo ha speso in libri. Dopo solo un anno di operatività in Italia, anche altri Paesi, ad esempio la Francia, hanno deciso di introdurre il 18App. E un provvedimento che anche altri Paesi prendono a modello e adottano non può essere, in Italia, solo un esperimento temporaneo.

 

Qualche dato dal 2016 ad oggi:

sono stati spesi più di 50 milioni di euro in libri (circa l’81% del bonus);

più di 5 milioni di euro sono stati spesi in biglietti per concerti;

più di 6 milioni di euro sono stati spesi per acquistare biglietti del cinema;

più di 700.000€ sono stati spesi per acquistare biglietti per spettacoli teatrali.

 

Le prime due edizioni hanno visto in 15 mesi la partecipazione di più di 700 mila ragazzi e una spesa totale di 230 milioni di euro.

 

La nostra battaglia dunque non finisce qui: è stato fatto un piccolo passo avanti dovuto anche alla grande mobilitazione che c’è stata da parte della nostra generazione con questa petizione, ma sentiamo che il nostro obiettivo è vicino. Non smetteremo mai di lottare affinché un provvedimento simile venga reso stabile.

Nulla da perdere

di Federico Macchi

 

Qualche giorno dopo il 4 marzo stavo parlando dell’esito delle elezioni con una mia amica, vent’anni, al primo anno di università proprio come me. Lei ammise, in tutta onestà, di aver votato per il Movimento5Stelle e di averlo fatto perché i “grillini” erano giovani e completamente inesperti. Ecco, per me, la mancanza di esperienza è un buon motivo per non votare un partito, più che per mettere con gioia la croce sul simbolo, in questo caso, dei pentastellati. Non contenta della mia faccia che lasciava trasparire un certo disappunto, la mia amica rincarò la dose dicendomi di averlo fatto proprio perché essendo dei dilettanti allo sbaraglio potevano fare solo meglio di chi ha governato in questi ultimi anni, e che quindi non c’era nulla da perdere.

Francamente, non mi è difficile pensare che esattamente come lei molti altri, all’interno della cabina elettorale, abbiano fatto lo stesso ragionamento e abbiano fatto fellinianamente il gesto dell’ombrello a Renzi e a tutto il Partito Democratico, votando per i populisti gialli e verdi. E credo non sia tanto il momento di chiedersi perché l’80% degli elettori non abbia votato per i Democratici, ma perché abbia votato altri partiti invece che il PD.
E la risposta, terribile e spietata, l’ha data la mia cara amica grillina: perché credevano non ci fosse nulla da perdere. Ma tutto questo non dovrebbe neanche essere possibile. Il mendicante che chiede l’elemosina non ha nulla (forse) da perdere, l’uomo in piedi sul cornicione del balcone pronto a buttarsi giù non ha (forse) nulla da perdere, il Pordenone contro l’Inter in Coppa Italia non aveva (forse) nulla da perdere, ma non una ventenne che va per la prima volta in vita sua a votare, che per la prima volta elegge i suoi rappresentanti che decideranno il suo futuro. Dovrebbe andare con gioia, con voglia di essere partecipe e determinante anche con il suo singolo e umilissimo voto. Andare ai seggi non avendo nulla da perdere è un concetto ben lontano dall’ormai triste ratio italica del voto “al meno peggio”. Non aver nulla da perdere è sinonimo di disperazione, di sfiducia nel futuro e in quelli che dovrebbero rappresentarci per rendere migliore quel futuro. Perché in questi anni i nostri governanti si sono mostrati egoisti e vogliosi solo di potere, ignoranti, falsi e presuntosi. Con solo l’obbiettivo di metterla dove non batte il sole alla povera gente che lavora tutto il giorno riuscendo a stento ad arrivare a fine mese. Allora meglio affidarsi agli inesperti (per non dire incompetenti), tanto peggio di così non può andare, in questa folle roulette russa che è stato il 4 marzo 2018. O la va o la spacca, nel peggiore dei casi staremo male come adesso. Questa è la più grande sconfitta per chi ha governato negli ultimi anni.

Possiamo dire, si sono dette e si diranno tante cose su queste elezioni e ognuno, al bar o in tv dice la sua e spiega il suo personale motivo che ha portato l’ex Primo Ministro Matteo Renzi a questa storica sconfitta: un leader distante e poco amato, il Jobs Act, l’effetto dei populisti, la legge elettorale, la fine della sinistra, Trump, Putin, il Dalai Lama e perfino Beppe Vessicchio (si scherza). Bisognerebbe, come spesso è utile, fermarci un attimo, sederci, e fissare con un po’ di cuore le macerie che abbiamo lasciato dietro di noi. Col tempo troveremo motivi e responsabili di questo disastro, o come spesso succede perfetti capri espiatori. Ma ora arrestiamo un attimo il mondo intorno a noi per riflettere su tutto quello che c’è dietro a quell’80% di italiani che non hanno votato per il Governo in carica. Facciamolo, perché purtroppo abbiamo ancora tanto da perdere. E poi ripartiamo con slancio, fiducia nel futuro e voglia di lavorare e mettersi in discussione e in gioco; solo così non vivremo più altri giorni come questi.

Facebook e la privacy

di Giusy Russo
@giusyrus

 

Il rapporto tra e-privacy e piattaforme digitali non pone solo problemi di tipo giuridico, viste le modalità di acquisizione e sfruttamento dei dati personali degli utenti, ma fa riflettere anche sull’eventualità che l’opinione pubblica possa essere manipolata.

 

In un post dello scorso 21 marzo Mark Zuckerberg ha spiegato che nel 2013 il ricercatore di Cambridge, Aleksandr Kogan, sviluppò un’app scaricata da 300 mila persone dalla quale era possibile accedere non solo alle informazioni degli utenti ma anche a quelli dei loro amici. Dal 2014 questa sorta di intromissione non è stata più resa possibile, ma tre anni fa, il Guardian scoprì che Kogan aveva condiviso i dati in suo possesso con Cambridge Analytica. L’app di Kogan fu bannata e fu chiesto a quest’ultimo e a Cambridge Analytica di distruggere le informazioni degli utenti in loro possesso. Tuttavia, il Guardian, il New York Times e Channel 4 hanno scoperto che i dati non furono distrutti. Intervistato da Laurie Segall per la Cnn, Zuckerberg si è scusato e ha parlato di rottura della fiducia, quella nei confronti di Cambridge Analytica che pur avendo detto di aver distrutto i dati, evidentemente non l’ha fatto; ma soprattutto quella degli utenti di Facebook nei confronti della piattaforma.

 

Il popolare social network ha provato a prendere dei provvedimenti, in un post dello stesso Mark Zuckerberg è stato preannunciato che tutte le impostazioni sulla privacy e sulla sicurezza verranno organizzate entro le prossime settimane in un unico spazio chiamato Privacy Shortcuts e che in News Feed apparirà uno strumento con l’elenco delle nostre app per aiutarci a rimuovere quelle inutilizzate. Ulteriori dettagli sono stati poi forniti in una nota di Erin Egan (Vicepresidente e responsabile per la privacy) e Ashlie Beringer (Vicepresidente e vice-consigliere generale). È notizia recente che Zuckerberg dovrà comparire davanti al Congresso Usa, a partire dalla Commissione sull’Energia e il Commercio della Camera. Anche il Parlamento europeo ha intenzione di invitare Mark Zuckerberg e altri rappresentanti di Facebook a partecipare a una sessione plenaria per adottare eventualmente una risoluzione che invita la Commissione europea a proporre delle misure in merito. Il Parlamento potrebbe anche istituire una commissione temporanea per esaminare le accuse e le possibili misure da intraprendere.

 

Proprio in Ue a breve entrerà in vigore il Regolamento generale sulla protezione dei dati ma lo scorso 4 marzo in un’intervista telefonica a Reuters, il Ceo di Facebook ha dichiarato che pur condividendone lo spirito, non lo applicherà su scala mondiale perché dalle parti di Menlo Park stanno lavorando a una propria versione del regolamento da attuare ovunque. Intanto, come riporta tra gli altri l’Ansa, Mike Schroepfer, chief technology officer di Facebook, ha dichiarato che le informazioni personali condivise in modo improprio durante le elezioni del 2016 con Cambridge Analytica, coinvolgerebbero 87 milioni di persone. Per la cronaca, gli utenti italiani sarebbero 214.134. A preoccupare non vi è solo la modalità di acquisizione dei dati personali, ma il rischio che attori esterni possano manipolare l’opinione pubblica, come testimonia la vicenda dei profili di origine russa attivi durante la campagna per le presidenziali americane. Come scrivono Samuele Dominioni e Alice Gavazzi su Ispionline, Cambridge Analytica infatti opera proprio a partire dagli studi su comportamento e psicologia elettorale dei cosiddetti swing voters, non schierati ideologicamente e quindi potenziali votanti di qualsiasi partito. Al momento però non è possibile stabilire con certezza se le tecniche basate sul microtargeting e sul data mining possano condizionare le opinioni degli utenti. Tra gli altri, il giornalista Felix Simon su Medium ha ricordato che Cambridge Analytica stava collaborando con il team di Ted Cruz e che il rapporto si è interrotto proprio a causa dei dubbi sull’efficacia delle tecniche usate. Non sappiamo nemmeno se la società abbia supportato lo staff di Donald Trump per tutta la campagna presidenziale.

 

Simon riporta anche l’opinione di diversi esperti, secondo i quali vi sono deboli prove che il targeting psicometrico possa essere efficace in politica. Per analizzare cause e ipotizzare soluzioni dovremmo essere liberi da pregiudizi, invece molti sperano di addossare le colpe di esiti elettorali non voluti alle piattaforme digitali anche a costo di svelare un atteggiamento critico nei confronti di quelle innovazioni tecnologiche salutate con entusiasmo fino a poco tempo fa. Come ha scritto Giovanni Boccia Artieri “parlare di privacy violata, denunciare gli algoritmi, accusare “la Rete” di manipolazione costituisce per ora una strategia discorsiva che non ha avuto la forza di tradursi in una preoccupazione culturale diffusa”. Va pretesa trasparenza sulle campagne di microtargeting, va analizzato il modello di business dei nuovi media, vanno richieste maggiori tutele ma con consapevolezza e maturità. Non possiamo fingere di scoprire solo ora la permeabilità dei nostri dati. Le cosiddette élite non possono usare il Web e l’ipotetica manipolazione dell’opinione pubblica in chiave auto-assolutoria, perché è proprio per la mancanza di lungimiranza che oggi siamo travolti dalle conseguenze di una rivoluzione digitale in atto da tempo.

Le alleanze che potrebbero delinearsi dopo il 2 giro di consultazioni

Le alleanze che potrebbero delinearsi dopo il 2° giro di consultazioni

di Angelica Manzini

@Angy_Manzini

 

Come sappiamo, giovedí 12 aprile si terrà il 2° giro di consultazioni.
I partiti dovranno spiegare al Presidente Mattarella come intendono allearsi per formare un nuovo Governo.

 

In questo clima di incertezza, quali potrebbero essere le alleanze plausibili tra i partiti?

A questa domanda hanno provato a rispondere l’On. Renato Brunetta ed il giornalista Eugenio Scalfari, intervistati ieri sera da Bianca Berlinguer all’interno della trasmissione “#cartabianca”.

Brunetta ha affermato che: “Salvini ha fatto l’errore di lasciar troppo spazio d’azione a Di Maio, che di fatto ha perso le elezioni. Doveva essere la coalizione di centro destra a prendere il controllo della situazione, proponendo con priorità le sue condizioni di alleanze”.
Incalzato dalla giornalista Berlinguer ha, poi, voluto chiarire che “Salvini rappresenta solo la Lega e non l’intera coalizione di centro destra. Quando Salvini dichiara che non vuole allearsi con il PD, lo sta facendo in rappresentanza del suo partito e non dell’intera coalizione. Salvini è solo il candidato Premier della nostra coalizione ma non il leader, che rimane Berlusconi. Spetta al leader decidere le alleanze del partito. Forza Italia è disponibile a parlare con tutti, anche con il PD”. Anche perché – aggiunge Brunetta – “un governo di soli populisti (Lega-5 Stelle) non è voluto nemmeno dall’Europa e dai mercati”.
A detta di Brunetta, quindi, la coalizione di centro destra cercherà un’alleanza anche con il PD e non solo con i 5 Stelle (come prospettato da Salvini).

 

Dopo Brunetta, la giornalista Berlinguer ha intervistato Eugenio Scalfari.
Alla domanda “quale consiglio vorrebbe dare a Di Maio?”, Scalfari ha risposto: “di allearsi con il PD”.
Secondo Scalfari, infatti, buona parte dei voti persi dal PD sarebbero confluiti nel Movimento 5 Stelle, quindi, di fatto il governo PD-5 Stelle sarebbe molto più stabile.

A detta di Scalfari, Martina, una volta eletto a Segretario PD, dovrebbe aprire a questa alleanza.

 

C’è da chiedersi: se queste potrebbero essere le alleanze di Centro Destra e 5 Stelle, quale sarà la decisione del PD?

L’Olanda del 74 e la smart city

di Alessio Pecoraro
@alessiopecoraro


Jongbloed – Suurbier, Rijsbergen, Haan, Krol – Jansen, Van Hanegem – Neeskens – Rep, Cruijff, Rensenbrink. Probabilmente questi undici nomi detti così uno dietro l’altro non vi diranno niente. Sono i giocatori che il 15 giugno del 1974 alle 16 in punto scesero in campo, con la maglia orange dell’Olanda, per affrontare l’Uruguay e cambiare per sempre il mondo del calcio davanti ai 53700 spettatori presenti al Niedersachsenstadion di Hannover.

 

Pressing sistematico, raddoppi, occupazione totale degli spazi, sovrapposizioni e scambi di posizione continui: il Mondo e il Mondiale scoprono un calcio nuovo, detto “totale”, totaalvoetbal in olandese. Lo pratica l’Olanda di Rinus Michels, forte di individualità straordinarie e di un gioco collettivo favoloso. A farne le spese, nell’esordio, è l’Uruguay, battuto 2-0 al termine di un incontro giocato di fatto a una sola porta. Gli olandesi sono dappertutto e i poveri uruguaiani riescono raramente a passare la metà campo.

 

Può una partita di calcio, per di più di oltre 40 anni fa, spiegare il concetto di smart city? Si, se a farlo è Matteo Casanovi, visionario presidente di SilFispa la società dell’illuminazione di Firenze che nel giro di pochi decenni è passata dai luciai in bicicletta per la città ad accendere e spegnere le lanterne ad una moderna control room che non ha nulla da invidiare a Seattle e guarda a quella di Mosca e che è di fatto la sala di controllo dell’intera città.

 

Cosa hanno in comune l’Olanda del calcio degli anni 70 e le smart city? Entrambe si basano su un cambio di paradigma, ma cos’è questo cambio di paradigma? Come ha scritto Thomas Kuhn nel suo libro più importante: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, il cambio di paradigma o scienza rivoluzionaria descrive un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Così l’Olanda calcistica del 1974 con la regola del fuorigioco che diventa tattica del fuorigioco, con la flessibilità di ruolo e di funzione: cioè che tutti devono sapere giocare in qualsiasi posizione del campo, con l’idea che il campo riescano ad espanderlo e restringerlo a piacimento, che tutti devono avere velocità di pensiero e che la ricerca dello spazio debba essere scientifica cambia il modo di pensare al gioco del calcio; così le città attraverso il digitale, la connessione costante e continua di reti, le analisi dei dati che arrivano sempre in maggiore quantità e con nuovi modelli di governance cambiano se stesse.

 

Il primo #innovaoff fuori dai confini emiliani ha preso Firenze, la prima città a mettere le colonnine per la ricarica dei motorini elettrici o a posare fibra ottica propria, come case study e materia di confronto per un gruppo di innovatori arrivati da diverse regioni d’Italia mossi dalla voglia di discutere e ragionare, insieme, sul tema delle città intelligenti.

 

Se l’uomo vitruviano attorno al quale si è sviluppato il calcio totale dell’Olanda era Cruijff, SilFispa ci ha spiegato che la città smart, la città della tecnologia, dei sistemi intelligenti e via dicendo non può prescindere dall’uomo. Già perché la giornata fiorentina ci ha dato la consapevolezza che il capitale umano è quanto mai fondamentale non solo per costruirla la smart city, ma soprattutto per gestirla. Nessun algoritmo sarà mai in grado di gestire una situazione come fa l’essere umano.

 

A pochi chilometri da casa (per noi che veniamo dall’Emilia), senza scomodare la silicon valley e senza bisogno di entrare in bunker con addosso i camici bianchi c’è l’Olanda delle municipalizzate e c’è una visione tale per affrontare – provando a vincere – la sfida del cambiamento. Già perché la smart city e con essa gli smart citizens e la smart nation si costruisce non solo se si comincia a fare quello che non si è mai fatto prima, ma soprattutto quello che non si è mai pensato prima. Insomma mettere, in una sola parola, la visione al potere.

Nuovo libro a colazione

di Elena Del Rio
@delrio_elena


Torna la rubrica della social media addict Elena Del Rio. Nuovo libro a colazione: Bassa Risoluzione di Massimo Mantellini (qui la scheda del libro).

“Perché l’era del populismo informativo e della post-verita, come rifiuto di ogni argomentazione logica in nome di proprie precedenti convinzioni, ha ancora alcuni gradini da discendere e nuovi soggetti da incolpare prima che la comunità di cui facciamo parte si renda conto dello stato in cui si trova”. #nonbenissimo mi sa.

 

Tallinn capitale dell’e-Stonia

di Marco Lasagna
@marcomillenium


Un gruppo di cittadini dell’unione dei comuni della bassa reggiana (Boretto, Brescello, Gualtieri, Guastalla, Luzzara, Novellara, Poviglio e Reggiolo), ha deciso di fare un viaggio. Destinazione Tallinn capitale dell’Estonia, per visitare l’e-Estonia showroom un importante centro professionale dedicato alla e-Governance e allo sviluppo di Information and Communications Technology. Una sorta di Expo permanente sulla smart city.

Ecco alcune cifre significative:

Estonia, 1,3 milioni di abitanti
Capitale: Tallinn 400.000 abitanti
Dove? Nord Europa, sulla costa meridionale del Golfo di Finlandia, appena 70 km a sud di Helsinki
Caratteristiche: È considerata dall’Unione Europea modello di riferimento per le Smart city. Il 96% della popolazione presenta la dichiarazione dei redditi on-line, l’ 
88% dei cittadini estoni usano Internet (86% utilizza una connessione a banda larga), il 
98% delle ricette mediche fatte sono fatte on-line
, la diffusione di carte di identità elettroniche è al 90%, il 
30% il numero di elettori che hanno votato on-line

Risultati? Il 2% di risparmio sui costi in termini di PIL, 
riduzione della burocrazia, 
più tempo libero per persone ed aziende. Trasporto pubblico gratuito, e-residency: residenza virtuale in Estonia per favorire e supportare imprenditori fuori dall’Unione Europea.
Quando ad esempio richiedi un atto non devi ripetere le tue generalità, i tuoi dati sono già registrati  e protetti da password e tecnologia blockchain.

La tua carta d’identità è una chiave, accedi con lettori smart alla tua pagina personale, deciderai cosa rendere visibile agli enti, tramite password (2 tipi di password una per visualizzare ed una seconda per modificare il tuo profilo). Potrai vedere per esempio la tua cartella medica, ed i tuoi rapporti con l’amministrazione.

Non è un film di fantascienza, tutto perfettamente funzionante. In conclusione semplificare significa efficientare, ridurre i costi, migliorare la nostra qualità della vita. Ed ora tocca a te “cittadino smart”, diffondi il modello Tallinn ai tuoi amministratori, insieme dal basso possiamo determinare un nuovo futuro per il nostro paese.