Categoria: Blog Magazine

La democrazia non esiste

di Emanuela Goldoni
@emanuelagoldoni

 

La democrazia è come la concorrenza perfetta: non esiste.
Lasciatela stare la democrazia, ché non vi ha fatto nulla di male. Lasciatela nei vostri libri di storiografia, ché alla Storia si chiede uno sforzo disumano e innaturale: quello di dimenticare se stessa.
Ci si compiace del nostro stordimento morale: perché dove c’è il denaro, il colpevole diventa vittima e la vittima diventa carnefice. E nascondiamo gli stessi comportamenti illeciti di cui tanto ci facciamo severi giudici in nome di una modaiola reputazione. E la censura diventa una coperta sudicia.

 

E Ancora. L’orgoglio dei relativismi ha boicottato gli spazi in nome di una emancipazione caotica, illusoria, tattica.

 

Vi è piaciuta la boccata d’aria di ribellione? Che sapore ha?

 

Quando la ribellione parte dall’alto è uno spietato gioco di potere oligarchico. Quando la ribellione parte dal basso è un pallido riflesso di presa di coscienza, che ci porterà verso la spirale della frustrazione, perché ora che siamo a nudo, vulnerabili, con in mano i resti della nostra debole e illusoria supremazia, tentiamo di coprirci con le impostazioni sulla privacy.

 

L’occhio che vede tutto è miope. O forse ha già visto tutto quello che doveva vedere, leggere, intercettare, segmentare, colpire.

 

Noi siamo l’occhio miope.

Nostalgia marketing: la comunicazione del populismo

di Domenico Uva

 

Negli ultimi due anni si è parlato sempre più spesso di Nostalgia Marketing. Sicuramente questo termine è ben noto a coloro che operano o studiano nell’ambito del business o della comunicazione, mentre potrebbe essere totalmente sconosciuto agli altri. Ciò che è certo è che questa tecnica è piuttosto efficace e ne siamo tutti stati vittime, o meglio dire target, almeno una volta.

 

Ma cos’è il Nostalgia Marketing, e perché è importante?

 

Si pensi ad una chiacchierata con un amico di vecchia data in cui si parla del passato: i “bei vecchi tempi” e tutte le associazioni positive che questi ricordi provocano. Il Nostalgia Marketing non è niente più di questo. I brand cercano di evocare ricordi ed associare i propri prodotti alla positività di quell’emozione, modificando non solo la percezione e la “familiarità” che si ha di quel prodotto ma fondamentalmente andando ad alterare la propensione all’acquisto. Colossi come Coca Cola, Adidas, Nintendo e Netflix utilizzano questo tipo di marketing; avete mai visto Stranger Things o giocato a Pokemon Go? Beh, sono entrambi prodotti costruiti attorno a logiche di Nostalgia Marketing.

 

Prima di analizzare chi sono i segmenti maggiormente influenzabili, bisogna ancora rispondere ad una domanda: perché è importante? Perché se ne parla? Siamo onesti, al di fuori di un’università di economia a nessuno interessa più di tanto capire come una multinazionale pubblicizzi i suoi prodotti.

 

Se invece si scoprisse che il Nostalgia Marketing è uno dei pilastri portanti dei crescenti (e globali)
movimenti populisti? Ecco che l’interesse attorno all’argomento sarebbe spiegato. Per capire meglio cosa si intende quando si collega il Nostalgia Marketing con i movimenti populisti, la cosa più semplice è partire con un esempio. E poiché la semplicità non è mai troppa, verrà utilizzato un esempio nostrano.

 

Alcuni politici, da qualche anno, ricordano con profonda nostalgia i tempi della lira, rimpiangendo un’Italia fuori dall’Europa e dai suoi trattati, vincoli e contratti. Un Italia in cui si stava meglio, secondo loro. Però, l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) Italiano è salito dallo 0,768 del 1990 a quota 0,872 (UNDP) vent’anni dopo, nel 2010, dopo aver affrontato una delle più pesanti crisi economiche della storia. Nei cinque anni successivi cresce ancora, toccando lo 0,887. L’ISU tiene in considerazione aspettativa di vita, Pil pro capite, istruzione e tutto ciò che può essere un criterio per stabilire il benessere. Tutti questi politici sopra citati, evidentemente, non leggono le statistiche o fanno finta che non esistano.

 

Forse non masticano molta economia o forse, il che è più plausibile, non hanno interesse nel parlare di Lira ed Euro a livello contenutistico, quantitativo, quanto invece utilizzare le due valute semplicemente come paragone tra passato e presente. Esistono, e sono stati analizzati e studiati, numerosi altri esempi di Nostalgia Marketing.

 

La campagna di Donald Trump, ad esempio, ne è piena: “Make America Great Again”; significa
che l’America è stata grande, ma ora non lo è più. Concludendo, a chi si rivolge il Nostalgia Marketing?

 

Alcuni studi dicono ai nati negli anni ‘70, altri alla generazione X, altri ancora ai Millennials. La verità è che il Nostalgia marketing ha effetto su tutti i sopra citati, in quanto entrambe le generazioni X e Y (Millennials) hanno affrontato un periodo di forte trasformazione data dalla rivoluzione tecnologica e di internet. Di fatto, la nostalgia risiede nel ricordo del semplice, contro il complesso del mondo dell’oggi; il sicuro, contro l’incerto del mondo del domani. Non possiamo biasimarli. Ciò che è certo è che la leadership della politica, quella vera, ha un compito difficile
quanto fondamentale. Combattere la nostalgia, perché dobbiamo guardare avanti. Comunicare il
complesso in maniera semplice, ma mai banalizzando, perché tutti capiscano. Dare sicurezze, perché nessuno si senta abbandonato.

Il coraggio di cambiare il centrodestra

di Valentina Mazzacurati 

 

Il centrodestra, che a oggi è la prima coalizione in Italia, piuttosto che cercare una ricetta vincente per rifondarlo, è necessario capire se ha gli strumenti per soddisfare i bisogni dei cittadini. Occorre capire se sia provvisto di quelle menti lungimiranti e capaci di guidare un paese.

 

Dal 2008 il Paese vive una situazione di crisi economica, sociale e valoriale che ha portato il paese allo stremo, non solo economicamente, ma anche in termini di fiducia nelle istituzioni e nella classe politica da parte dei cittadini. Ciò che lo dimostra è anche la precaria pace sociale che si palesa sempre più spesso in continui e frequenti scontri tra facinorosi, contro le forze dell’ordine, l’aumento di omicidi famigliari, suicidi di giovani in condizioni di disagio.

 

Un paese allo sbando, senza una guida autorevole che abbia avuto il coraggio di affrontare la crisi non solo sul piano di numeri del bilancio dello stato, ma soprattutto sociale. Carenze che hanno reso l’Italia una nazione senza sovranità e rispettabilità agli occhi degli osservatori esterni e degli attori Europei ed internazionali. In questi anni l’Italia ha perso occasioni d’oro per poter cambiare strutturalmente il paese e far ripartire l’economia.

 

Restiamo con la Grecia il Paese che più resta attardato ora che la ripresa pare ufficialmente ripartita, il problema principale dell’Italia resta la stagnazione, anzi l’arretramento della produttività. In questo clima ,la politica dovrebbe elaborare strategie serie e profonde riflessioni sul futuro del paese.

 

Come sempre nei momenti di crisi, non possiamo che ripartire dai nostri valori, da quei capisaldi che hanno retto l’Italia permettendole diventar una grande potenza competitiva per molti decenni nel panorama internazionale. Non solo Dio , patria e famiglia, ma anche libertà, uno Stato meno ingerente, meno tasse; meno tutto ciò che non sia diretto all’efficienza, all’efficacia e alla visone di uguali possibilità per tutti. Un centrodestra che sappia recuperare e rafforzare quel ceto medio che ha reso produttiva ed all’avanguardia l’Italia negli anni 90.

 

Forza Italia è stata ed è una bellissima storia, motore dell’Italia per vent’anni, purtroppo però , oggi quell’idea rivela i suoi limiti. Ed ora, è più che doveroso, da parte delle generazioni che devono ricostruire questo paese, ripagare della grande rivoluzione liberale, iniziata da Silvio Berlusconi, pensando a come superare quel modello di Forza Italia senza dimenticare l’esperienza positiva di una proficua alleanza con la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia. L’esperienza ci insegna che gli italiani sono natura conservatori ed hanno sempre premiato i governi autorevoli, guidati da una classe dirigente che infondesse in loro sicurezza e fiducia.

 

Dopo anni di politica intesa come continuo scontro tra partiti fortemente caratterizzati dalle ideologie, la necessità del popolo italiano è oggi, a mio parere, quella del ritorno al pragmatismo che fu caratteristica essenziale della politica fin dai tempi dei Greci e dell’Impero Britannico. Quindi, senza personalismi, occorre capire se esiste un minimo comun denominatore tra le forze di centrodestra, per strutturare, anche e soprattutto sul territorio un partito che possa attrarre i moderati, liberali, cristiani e , soprattutto, le persone di buona volontà e buon senso.

 

Occorre riappropriarsi di una rete di persone, amministratori, professionisti che insieme ricostruisca il centrodestra inteso come partito unico formato dall’insieme delle diverse anime del centrodestra.

 

Noi, i ricostruttori, che abbiamo negli occhi e nel cuore il Presidente Einaudi, De Gasperi; a anche J.FKennedy, Adenauer, Churchill… noi che con questo spirito siamo pronti a dare un futuro all’Italia.

 

L’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatori, dei ritardi è da considerarsi chiusa. Ora inizia il periodo delle azioni che producono delle conseguenze.” W. Churchill

Dobbiamo cambiare lo storytelling del sud

di Daniele Abbate
@D_Abbate

 

Parlare di innovazione nel sud del nostro Paese, sembrerebbe un po’ un ossimoro. Al sud, come un po’ in tutt’Italia, sembra sempre cambiare tutto per non cambiare niente. 

Ma, non mi va di raccontare un sud che si arrende o che si piange addosso, perché racconterei soltanto una piccola percentuale della nostra terra: quel posto magico, dove si fondono speranze e “fame” di cambiare vita. 

E allora dobbiamo cambiare lo storytelling. 

Al Sud, la Politica e i politici troppe volte hanno promesso, salvo poi rimangiarsi parole e promesse subito dopo dopo l’elezione. 

 

Troppe occasioni sono state sprecate. 

 

Ma, come ho detto prima, occorre cambiare il racconto del sud, quello che gli anglosassoni chiamano storytelling.

E allora mi va di raccontare agli amici di Innòva di come il sud del Paese sia diventato internazionale e attrattivo persino per Apple, che, proprio qui, a Napoli, in collaborazione con l’Università Federico II ha voluto aprire la sua Apple Accademy.

O, di come non si rassegni Gianni Maddaloni, proprietario della storica palestra che, attraverso lo sport come strumento di inclusione sociale, è diventato un presidio di legalità a Scampia che, oggi versa in condizioni critiche e rischia di chiudere. 

C’è chi, partendo dalla palestra di Maddaloni, è arrivato anche alle olimpiadi: a Sidney nel 2000 e c’è chi andrà a quelle di Tokyo nel 2020. Ragazzi d’oro, ma senza un soldo.

 

Il Sud per me, è fatto di persone che combattono almeno il doppio degli altri, in quanto, per troppo tempo è stato penalizzato. Quando sento dire che “il sud deve risolvere i suoi problemi”, mi verrebbe da dire che è il sud che ha risolto parecchi problemi, da solo, arrotolandosi le maniche. 

Persone in carne ed ossa, costrette a lasciare la propria terra, il proprio sole, i propri affetti. 

È ora che la Politica torni ad occuparsi del sud guardandolo con occhi diversi. Non con gli occhi dell’arrendevolezza o dell’assistenzialismo, ma, con gli occhi di chi vuole cambiare il sud, dandogli opportunità attraverso investimenti strutturali e puntando sullo straordinario capitale umano che c’è. 

In conclusione, ringraziando per lo spazio concesso, vorrei fare un invito a tutti i lettori di questo blog magazine: ricordatevi di essere “il Turista della propria città”. 

Libri a colazione, “Bassa Risoluzione” di Massimo Mantellini

di Elena Del Rio
@delrio_elena

 

La gioia di camminare in maniche corte, tirate su alla Mark Landers, tra i campi – dopo l’ufficio – è tra quelle cose che 💘. Ma veniamo a noi, da “Bassa Risoluzione” di Massimo Mantellini 📖, 2 cose: “tutto verrà poi immediatamente ridotto in frammenti, pubblicato immediatamente dentro gif animate della durata di 6 secondi, più che sufficienti per descrivere il mondo per titoli scritti in grande. Sempre più persone oggi dentro l’universo digitale dicono che un simile riassunto per punti è per loro sufficiente, che si tratti della partita di calcio, del talent show televisivo o delle notizie del bombardamento in Siria. La TV per frammenti: riassunto in bassa risoluzione dei fatti rilevanti della nostra vita.

 

2) Il ricambio generazionale in Italia è bloccato da tempo, ben prima della crescita di internet. In questo la capacità della Rete di rinnovare lo scenario è stata del tutto sovrastimata. Solo in Italia fondatori di quotidiani novantenni continuano a orientare la discussione politica. Questo accade per una semplice ragione: perché da noi la notorietà e l’autorevolezza sono esentate da ogni valutazione di attualità”.

Sergio Talamo: “Al centro del riformismo di questi anni gli effettivi diritti dei cittadini”

Alla base dell’impegno legislativo degli ultimi cinque anni ci sono stati una vision e un obiettivo, “dare centralità al cittadino”, espressi principalmente da tre asset: la cittadinanza digitale (la PA digital first); la trasparenza totale; la performance e la valutazione partecipata dai cittadini. La Riforma Madia, legge n° 124 del 2015 e successivi decreti attuativi, per certi aspetti ha proseguito e spinto in avanti il processo sviluppato nel decennio precedente, al di là dei colori politici dei governi. Da questi concetti parte l’osservazione di Sergio Talamo, Direttore dell’area Comunicazione, Editoria, Trasparenza e Relazioni Esterne di Formez PA.

Cosa proporre al nuovo Governo: rendere effettivo il principio della continuità amministrativa
Senza nulla togliere alle questioni relative alle società partecipate, alla SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), alla conferenza di servizi o al personale, dai provvedimenti disciplinari alle norme sulla dirigenza fino allo sblocco dei contratti pubblici, al centro della legislazione va posto il nuovo ruolo del cittadino, metaforicamente espresso come un arco con tre frecce. Il primo punto è la digitalizzazione, la PA digital first, che significa dare al cittadino il diritto ad essere riconosciuto nella sua identità digitale, a ricevere servizi on line efficaci e semplici da usare, a verificare da remoto lo stato delle sue pratiche, come enunciato nella ‘doppia’ riforma del Codice dell’amministrazione digitale e nelle linee guida emanate dall’AgID sulla qualità dei nuovi servizi on line. Il secondo punto è la trasparenza totale, che ha portato questo principio, già presente nel decreto legislativo n.150 del 2009, a potenzialità nuove e straordinarie, in linea con quelle dei paesi anglosassoni: poter controllare la qualità dei servizi pubblici attraverso l’accessibilità agli atti e ai documenti, senza più dover dimostrare un interesse specifico e diretto (legge 241/1990) e senza che questi atti siano oggetto di obblighi di pubblicazione (dlgs 33/2013). Il terzo punto è la performance misurata con i cittadini, cioè la possibilità concreta di partecipare alla gestione del miglioramento amministrativo.
Tutto ciò rende necessario un appello che sento di fare al nuovo Ministro della Pubblica amministrazione ed è quello di rendere effettivo il principio della continuità amministrativa, in Italia mai davvero applicato. Un principio di cui hanno parlato tanti giuristi, Sabino Cassese in primis, e che ha valore fondamentale perché l’amministrazione vive di evoluzioni e non di strappi.

 

Poi c’è la questione delle professionalità. I tre principi-cardine sopra accennati vanno resi effettivi, e tutto passa attraverso un vero rilancio dell’attività comunicativa. Il decreto legislativo n. 97 del 2016, il cosiddetto decreto del FOIA italiano, che a sua volta conferma molte delle norme del decreto 33 del 2013, parla di rapporto diretto e ampio col cittadino-valutatore: ma chi deve realizzare questo nuovo rapporto se non un professionista della comunicazione?
Ci sono state importanti proposte, a cui hanno collaborato la Federazione della stampa, l’Ordine dei Giornalisti e l’associazione PASocial, che nei contratti collettivi del pubblico impiego si sono trasformate in istituzioni di nuovi profili per la comunicazione e l’informazione.
Su questo versante è assolutamente necessario andare avanti, verso un profilo unitario, quello del Giornalismo pubblico, e un nuovo modello organizzativo, con una nuova legge che superi la vetusta 150/2000.

 

Il Giornalismo pubblico come unico profilo può ricomprendere tutte le figure professionali della nuova comunicazione, superando le vecchie ripartizioni previste nel 2000 tra URP, ufficio stampa, portavoce. Un’organizzazione unitaria che gestisca sia le funzioni tradizionali sia le nuove, come la trasparenza, le consultazioni pubbliche, la customer satisfaction, tutto ciò che oggi è fondamentale per dare vera centralità al cittadino. Insomma, dobbiamo fare in modo che nelle amministrazioni vengano realizzate delle ‘newsroom’ che la legge riconosca come unitarie e strategiche, e in cui la comunicazione e la trasparenza diventino il ‘core business’ dell’attività pubblica.

 

Cosa abbandonare: l’inefficienza dell’attività pubblica, l’assenza di relazione fra impegni e risultati, e fra risultati, premi e sanzioni, e infine rimediare ad alcune lacune della legge sulla trasparenza
L’aspetto non marginale dell’attività pubblica è l’inefficienza non verificata, nel senso che troppo spesso non viene chiesto all’amministrazione di mantenere le proprie prestazioni a uno standard qualitativo adeguato alle necessità e agli impegni che la stessa amministrazione dichiara nella carta dei servizi o nel piano della performance. Se non trasformiamo la cultura giuridico-formale, all’interno del processo organizzativo, nella cultura del risultato, giudicato dai cittadini, rischiamo di lasciare tutte le enunciazioni ribadite nella Riforma a livello soltanto teorico.
Ritengo che il punto chiave sia rendere effettiva la centralità dell’utente di servizi, superando la tradizionale organizzazione della pubblica amministrazione in cui vi era una deleteria sproporzione a favore dell’ente erogante. Per un problema di eredità culturale del diritto amministrativo italiano, l’amministrazione era del tutto sovraordinata rispetto al ricevente: oggi la situazione si è trasformata anche attraverso la diffusione delle nuove forme di comunicazione social, sulle quali la legislazione della riforma ha aperto una finestra del tutto inedita. Nella circolare n. 2 /2017 di applicazione del FOIA si parla espressamente dell’uso dei social come strumento di dialogo con il cittadino per la pubblicazione proattiva e per il dialogo collaborativo, e anche ai social fanno riferimento i nuovi profili della comunicazione e dell’informazione fissati nei contratti collettivi.

 

Trasparenza: se non si continua a lavorare sulla riconversione organizzativa delle amministrazioni, necessaria per rendere effettiva la trasparenza, rischiamo che la dimensione reale della trasparenza venga decisa dai TAR o dal Consiglio di Stato. Per l’ennesima volta in Italia si rischierebbe una supplenza dell’attività giurisdizionale rispetto all’attività amministrativa e quindi all’effettiva gestione della legge.
Una lacuna importante della legge sulla trasparenza è che il responsabile anticorruzione e il responsabile della trasparenza nella maggior parte dei casi coincidano. È un errore, perché l’anticorruzione è una funzione di prevenzione normativa, che consiste nel regolamentare le procedure per prevenire possibili abusi, la trasparenza è invece una funzione comunicativa, di dialogo con i cittadini che chiedono notizie sull’amministrazione e svolgono il decisivo controllo di qualità dei servizi. La stessa Autorità Nazionale Anticorruzione – ANAC- spiega con chiarezza che la trasparenza serve alla partecipazione civica prima ancora che all’anticorruzione.
Se non si mette l’amministrazione in condizione di assistere il cittadino nell’esercizio di questi nuovi diritti, questi non verranno esercitati, con il rischio di constatare il sostanziale fallimento del decreto 33/2013 e del decreto 97/2016.

 

Dobbiamo lavorare perché ci sia in ogni amministrazione un nuovo staff di professionisti, di giornalisti pubblici che in un rapporto organico col resto dell’ente siano in grado di rendere effettivi i diritti fornendo ai cittadini dati chiari, accessibili, completi, tempestivi, aggiornati. Lo richiede la legge, ma prima ancora la scommessa di una PA che esce finalmente dal Palazzo e diventa ‘casa di vetro’, come chiedeva alla Camera dei deputati Filippo Turati nel 1908. Un auspicio di un anno lontanissimo che oggi può diventare realtà.

Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la mia porta

di Alba Bellofiore

@albabellofiore @pepper_mind2018

 Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la porta della sala parto ad attendere il mio primo gemito. Nessuno a guardare il mio primo sorriso. Nessuno in attesa dei miei primi passi, la mia prima parola. Nessuna madre, e o padre, ad immaginare il mio futuro. Nessuno. Ero solo e non sapevo ancora che lo sarei stato per il mio tempo a seguire.

 

Ho vissuto una lunga età con me stesso, ed insieme a sconosciute persone che per mestiere hanno trascorso con me i miei giorni orfani. Ero solo e voi, la stragrande maggioranza di voi, non sapete cosa vuol dire. Ogni prima domenica di maggio, ogni diciannove marzo, nelle vostre famiglie più o meno felici, festeggiate la vostra casa di affetti. Ostentate con innamorata spontaneità familiare la vostra capanna d’amore. Non ricordate, giustamente, che ci sono anch’io. Io che, senza colpa, sono nato solo. Dispiace per me e sono felice per voi. Non auguro a nessuno di nascere, crescere e scoprirsi solo e non voluto. È sufficiente portare con me il mio dolore nella speranza che a nessun altro accada.

 

Nelle pagine di questa vita anche io ho scritto la mia storia. Sono qui per spiegarvi che l’amore unisce nel cuore di chi decide di amarti. Generare con il proprio corpo, che sia con gestazione o con inseminazione , non attribuisce per direttissima l’appellativo di genitore.

Una domenica di maggio di qualche anno fa accadde che due sconosciuti sono venuti a prendermi: lei aveva un soprabito rosso, lui una camicia celeste abbandonata sino al collo, io ero già divenuto un bambino solo. È passato del tempo prima che imparassi, che mi fidassi, che non vivessi più nel timore quotidiano che l’amore a me donato mi fosse tolto. Immaginate di non aver mai avuto fra le mani la cosa più preziosa che esiste in natura, poi, quando qualcuno deciderà di condividerla con voi avrete quella paura dentro (quel timore che talvolta ti rende incapace di vivere) che da un momento all’altro tutto possa fuggire via.  

 

Prima che chiamassi loro madre e padre sono trascorsi molti mesi. Poi accadde per caso ed in modo spontaneo. Diventando famiglia imparai anche a conoscere la paura di perdere qualcuno che ti aspetta, che attende una telefonata. Che cerca e trova un abbraccio.

Il mio aspetto è simile al bambino che trovate sullo scatolo delle barrette Kinder. Quell’immagine conservatrice di perfezione, monito ed esempio della famiglia uomo e donna, sposata, benestante, che porta avanti la nazione. Che sforna generazioni di famiglie perfette.

 

Sono cresciuto solo in uno stato che tenta di non essere conservatore. Dice di voler correre invece cammina spesso in  ultima fila, si sposta un po’ più in là e fa passare avanti il prossimo legislatore innovativo nel paese di fianco.

Io sono nato solo, non è stata colpa del mio stato. Sono rimasto solo per molti anni a seguire, questo potrebbe essere colpa del mio stato.

 

L’istituto delle adozioni necessità di una risposta al procedere dei tempi: è obsoleto, discriminatorio, lento. Dicono essere complicato modificarlo, eppure le innovazioni da introdurre sono la semplice traduzione in disposizioni normative di ciò che effettivamente è famiglia nella società Italiana (ed europea) in cui godiamo della nostra cittadinanza. Le coppie conviventi, i single che hanno intenzione di divenire famiglia, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, esistono anche nel nostro territorio e sono parte della comunità di cui siamo semplici elementi. La famiglia è la formazione sociale in cui c’è amore; che sia eterosessuale, omosessuale, singolo, convivente, unito civilmente o contratto in matrimonio.

 

L’iceberg che affonda i Titanic che vogliono divenire famiglia, superato il ghiaccio discriminatorio di chi gela quell’amore, vive oltre i vincoli del bigottismo della famiglia mulino bianco (probabilmente esistita solo nella fantasia di alcuni), colpisce di burocrazia, elevati costi, procedure lente.  È necessario un sistema celere, smart ed economicamente sostenibile. La mancanza di ciò ha determinato negli ultimi anni un forte calo del numero delle nuove pratiche per l’adozione nel nostro Paese. Mi spiego meglio: famiglia italiana, all’estero, vuol dire esempio di luogo in cui si accoglie meglio e si avvia con maggiore celerità il processo di integrazione nella nuova formazione familiare. Per le associazioni che si occupano di adozioni internazionali gli italiani sono fra i migliori richiedenti nel processo adottivo.

 

Io sono stato fortunato, quando i miei genitori sono venuti a prendermi avevo superato i dieci anni d’età. Dai 10 anni in poi sei dentro il vortice di chi con maggiori complicanze può essere inserito in un nucleo familiare. Adottare un minore è un diritto al vaglio delle prerogative obsolete che abbiamo il dovere di superare con normative progressiste e riformatrici. Lo è, anche, essere adottati. Essere famiglia. Non è una opportunità da vagliare è un diritto.

 

Dopo diciassette anni, su impulso del Tar del Lazio, dovrebbe essere possibile incrociare le caratteristiche dei bambini adottabili e delle coppie disponibili ad adottare su tutto il territorio nazionale, provando così a realizzare il migliore abbinamento possibile per ciascun bambino. L’art. 40 della legge n. 149 del 28 marzo 2001, ha introdotto la banca dati relativa ai minori dichiarati adottabili e ai coniugi aspiranti all’adozione nazionale e internazionale, disponibile a tutti i 29 tribunali italiani per i minorenni.

 

Mi sono chiesto perché ho dovuto attendere così tanto? Cosa sarebbe accaduto se invece di diciassette anni avessero fatto più in fretta? Al tempo, non capivo cosa fosse la legge, la giurisprudenza. Ho scoperto che noi orfani siamo figli dello stato, per questo a volte ci sentiamo figli di nessuno. Quanto vale essere figlio di qualcuno se lo stesso ti obbliga a vivere entro norme e regolamentazioni che sembrano privare il diritto ad essere accolto e amato? La disciplina attualmente in vigore sulle adozioni  stabilisce che in Italia possono adottare un minore solo coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni (nei tre anni possono essere conteggiati eventuali periodi di convivenza precedente al matrimonio, che siano dimostrabili; ovviamente esclusivamente coppie eterosessuali). Tra genitori adottivi e figli adottati la differenza di età non deve essere inferiore a 18 anni e superiore a 45 anni per un genitore e 55 per l’altro. Tuttavia, questo limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli o se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo. Chi non ha avuto il diritto di donarmi amore? Le coppie di fatto, le coppie omosessuali e le persone single. Inoltre, i coniugi che vogliono adottare un bambino devono dimostrare di non essere separate e di essere in grado di mantenere economicamente il minore.

 

Accogliere, crescere, educare, proteggere e amare. È questa  la coniugazione di verbi che chi desidera adottare deve saper unire nel dire e nel fare. Sono molti i luoghi in cui ciò può concretizzarsi: là dove da tre anni si convive e si è coppia di fatto, lá dove si è uniti civilmente, lá dove singolarmente si decide di diventare genitore. Quando sei un bambino orfano vuoi diventare figlio, a questo stato chiedo che si miri a combinare l’associazione figlio genitore e non la ricerca folle di una tipologia di famiglia oramai poco frequente e talvolta inesistente. In Italia il numero delle pratiche per diventare genitori adottivi è ormai in calo da dieci anni, tuttavia, non è venuta meno la volontà, semplicemente, ha avuto la meglio ciò che fa da ostacolo alle nuove formazioni.

 

Io ho avuto un pregiudizio, è sorto in me negli anni d’infanzia, quello di comprendere se io per qualcuno esisto, sono, significo. Io che dietro quella porta non avevo nessuno ad aspettarmi. Io, che oggi ho una famiglia, nutro ancora il desiderio che sia così per tutti.

 

Sono Alba Bellofiore ed ho provato ad indossare i panni di migliaia di bambini in Italia, e molti altri ancora nel mondo, che sono nati soli. Per piantare e condividere l’inconfutabile certezza che una Riforma dell’Istituto delle Adozioni nel nostro paese è fondamentale, necessaria ed urgente.

 

Libri a colazione (fuori porta)

di Elena Del Rio
@delrio_elena

 

Per uno scherzo del destino il più frequentato dei nonluoghi è diventato Internet e noi ci restiamo e ci opponiamo in ogni modo a questa nuova idea di normalità. Lo facciamo perché qualcosa non ci convince. Di Internet temiamo la spinta claustrofobica e il respiro sintetico. È il mondo di domani, così come immaginato in Black Mirror. E poi lui e lei al ristorante a capo chino, ognuno di fronte allo schermo del proprio smartphone”. Lo so che un po’ avete paura anche voi!
Da “Bassa Risoluzione” 📚 di Massimo Mantellini.

18 App: una battaglia per renderla stabile

di Arianna Furi
@arianna_furi

 

Il 28 settembre 2017 abbiamo lanciato come Millennials una petizione online sul sito internet change.org in cui chiediamo di rendere stabile il Bonus Cultura 18App in modo da poterlo garantire a tutti i futuri diciottenni.

 

18App è stata introdotta nel 2016 dal Governo Renzi e i primi ad aver ricevuto il bonus sono stati, al compimento dei 18 anni, i ragazzi nati nel 1998. La legge di bilancio 2018 ha confermato il bonus cultura per i ragazzi che compiono 18 anni nel 2018 e nel 2019. Questa è per noi una bellissima notizia, perché investire sulla cultura fa sì che i giovani del nostro Paese crescano con dei sani principi e valori.

 

In cosa consiste il Bonus?

 

Si tratta di un contributo fondamentale per i ragazzi, che hanno a disposizione 500€ da spendere in libri, musei, concerti, teatro, cinema, formazione e musica. Il bonus è stato introdotto subito dopo l’attentato terroristico di Parigi, al Bataclan, con la proposta di destinare per ogni euro investito in sicurezza, un altro euro in cultura. Crediamo che questo sia un simbolo, forse piccolo ma significativo, dell’attenzione che il nostro Paese riserva ai più giovani. Crediamo in un Paese che, ai ragazzi che a 18 anni si affacciano a tutti gli effetti nella società, dà come benvenuto 500€ da spendere in cultura, invitandoli a studiare, a visitare una mostra, comprare un libro di testo, partecipare a un concerto, ad acquistare il libro che più desiderano. Crediamo in un Paese che dice a un diciottenne che si fida di lui, che lo sprona a fare di più, che lo invita a visitare ed a conoscere il patrimonio più bello del mondo che solo il nostro Paese possiede.

 

Il bonus ha ricevuto molte critiche. Si è detto che i diciottenni non hanno bisogno di regali e che alcuni di loro avrebbero buttato via questi soldi o che ci sarebbero state distorsioni nella spesa. Sicuramente è successo. Ma noi Millennials crediamo nella nostra generazione e non la giudichiamo in modo negativo solo perché si sono verificati episodi in cui il bonus è stato usato in modo sbagliato.

 

Il Bonus è stato utilizzato da migliaia di ragazzi e l’81% di questi lo ha speso in libri. Dopo solo un anno di operatività in Italia, anche altri Paesi, ad esempio la Francia, hanno deciso di introdurre il 18App. E un provvedimento che anche altri Paesi prendono a modello e adottano non può essere, in Italia, solo un esperimento temporaneo.

 

Qualche dato dal 2016 ad oggi:

sono stati spesi più di 50 milioni di euro in libri (circa l’81% del bonus);

più di 5 milioni di euro sono stati spesi in biglietti per concerti;

più di 6 milioni di euro sono stati spesi per acquistare biglietti del cinema;

più di 700.000€ sono stati spesi per acquistare biglietti per spettacoli teatrali.

 

Le prime due edizioni hanno visto in 15 mesi la partecipazione di più di 700 mila ragazzi e una spesa totale di 230 milioni di euro.

 

La nostra battaglia dunque non finisce qui: è stato fatto un piccolo passo avanti dovuto anche alla grande mobilitazione che c’è stata da parte della nostra generazione con questa petizione, ma sentiamo che il nostro obiettivo è vicino. Non smetteremo mai di lottare affinché un provvedimento simile venga reso stabile.

Nulla da perdere

di Federico Macchi

 

Qualche giorno dopo il 4 marzo stavo parlando dell’esito delle elezioni con una mia amica, vent’anni, al primo anno di università proprio come me. Lei ammise, in tutta onestà, di aver votato per il Movimento5Stelle e di averlo fatto perché i “grillini” erano giovani e completamente inesperti. Ecco, per me, la mancanza di esperienza è un buon motivo per non votare un partito, più che per mettere con gioia la croce sul simbolo, in questo caso, dei pentastellati. Non contenta della mia faccia che lasciava trasparire un certo disappunto, la mia amica rincarò la dose dicendomi di averlo fatto proprio perché essendo dei dilettanti allo sbaraglio potevano fare solo meglio di chi ha governato in questi ultimi anni, e che quindi non c’era nulla da perdere.

Francamente, non mi è difficile pensare che esattamente come lei molti altri, all’interno della cabina elettorale, abbiano fatto lo stesso ragionamento e abbiano fatto fellinianamente il gesto dell’ombrello a Renzi e a tutto il Partito Democratico, votando per i populisti gialli e verdi. E credo non sia tanto il momento di chiedersi perché l’80% degli elettori non abbia votato per i Democratici, ma perché abbia votato altri partiti invece che il PD.
E la risposta, terribile e spietata, l’ha data la mia cara amica grillina: perché credevano non ci fosse nulla da perdere. Ma tutto questo non dovrebbe neanche essere possibile. Il mendicante che chiede l’elemosina non ha nulla (forse) da perdere, l’uomo in piedi sul cornicione del balcone pronto a buttarsi giù non ha (forse) nulla da perdere, il Pordenone contro l’Inter in Coppa Italia non aveva (forse) nulla da perdere, ma non una ventenne che va per la prima volta in vita sua a votare, che per la prima volta elegge i suoi rappresentanti che decideranno il suo futuro. Dovrebbe andare con gioia, con voglia di essere partecipe e determinante anche con il suo singolo e umilissimo voto. Andare ai seggi non avendo nulla da perdere è un concetto ben lontano dall’ormai triste ratio italica del voto “al meno peggio”. Non aver nulla da perdere è sinonimo di disperazione, di sfiducia nel futuro e in quelli che dovrebbero rappresentarci per rendere migliore quel futuro. Perché in questi anni i nostri governanti si sono mostrati egoisti e vogliosi solo di potere, ignoranti, falsi e presuntosi. Con solo l’obbiettivo di metterla dove non batte il sole alla povera gente che lavora tutto il giorno riuscendo a stento ad arrivare a fine mese. Allora meglio affidarsi agli inesperti (per non dire incompetenti), tanto peggio di così non può andare, in questa folle roulette russa che è stato il 4 marzo 2018. O la va o la spacca, nel peggiore dei casi staremo male come adesso. Questa è la più grande sconfitta per chi ha governato negli ultimi anni.

Possiamo dire, si sono dette e si diranno tante cose su queste elezioni e ognuno, al bar o in tv dice la sua e spiega il suo personale motivo che ha portato l’ex Primo Ministro Matteo Renzi a questa storica sconfitta: un leader distante e poco amato, il Jobs Act, l’effetto dei populisti, la legge elettorale, la fine della sinistra, Trump, Putin, il Dalai Lama e perfino Beppe Vessicchio (si scherza). Bisognerebbe, come spesso è utile, fermarci un attimo, sederci, e fissare con un po’ di cuore le macerie che abbiamo lasciato dietro di noi. Col tempo troveremo motivi e responsabili di questo disastro, o come spesso succede perfetti capri espiatori. Ma ora arrestiamo un attimo il mondo intorno a noi per riflettere su tutto quello che c’è dietro a quell’80% di italiani che non hanno votato per il Governo in carica. Facciamolo, perché purtroppo abbiamo ancora tanto da perdere. E poi ripartiamo con slancio, fiducia nel futuro e voglia di lavorare e mettersi in discussione e in gioco; solo così non vivremo più altri giorni come questi.