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La rivoluzione green di Campagna

di Giacomo Magliano
@MaglianoGiacomo


C’è una città del sud Italia, in provincia di Salerno, che ha scelto di fare una rivoluzione. L’Amministrazione Comunale di Campagna, città di 17mila abitanti, principale centro della piana del Sele, con l’adesione nel 2014 al Patto europeo dei Sindaci, un modello di “governance multilivello”, istituito dall’Unione Europea nel 2008, che coinvolge enti locali e regionali ed opera nel campo delle politiche per l’energia sostenibile, e dopo la costituzione del Joint PAES (Piano di Azione Energia Sostenibile)  con altri 11 comuni della valle dei Monti Picentini (Acerno, Albanella, Bellizzi, Capaccio, Castiglione del Genovesi, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino e San Mango Piemonte), ha iniziato a intraprendere una serie di azioni concrete con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’ambiente sul proprio territorio.

Un piano strategico ribattezzato subito “rivoluzione green” che ha visto l’efficientamento energetico di 4 scuole comunali per un investimento di oltre 1milione di euro, fatto grazie a due finanziamenti europei. L’installazione di 4 nuovissime case dell’acqua, con tecnologia all’avanguardia (presentate a Ecomondo 2017, l’appuntamento di riferimento per la green e circular economy nell’area euro-mediterranea) che incentiveranno al rispetto ambientale ( anche con colonnine elettriche per automobili, sistema per il fitto delle bici, distribuzione sacchetti, ecc.). L’avvio di un nuovo sistema di raccolta differenziata, in termini percentuali si è passati dal 44,90% ( 2013 ) al 78% ( settembre 2016 ) di rifiuti differenziati, con punte (su base mensile) superiori all’ 80%. Un risultato che ha consentito alla Città di Campagna di classificarsi al 5°posto tra i comuni compresi tra i 10.000 e 20.000 abitanti nella XIII edizione Comuni Ricicloni 2017 organizzata da Legambiente Campania. Riduzione dei costi della spazzatura da 2,2 milioni di euro a circa 1,65 milioni di euro, riduzione della Tassa sui rifiuti (TARI) dal 28 al 33%, eliminazione delle campane di vetro, avvio dell’ isola ecologica mobile, acquisto di cestini per la raccolta delle deiezioni canine nei centri abitati. Un’ ulteriore opportunità di civiltà e di rispetto.

Azione da considerarsi preliminare nella rivoluzione green di Campagna sul tema del rispetto ambientale  è stata l’organizzazione  di  Sudstenibile il primo Festival Europeo del Cinema e dell’Ambiente.  Evento, organizzato dai Comuni di Campagna e  di Piaggine , patrocinato dal Parlamento Europeo, dalla Regione Campania, dal Parco Nazionale Cilento, Vallo di Diano e Alburni e dall’ANCE Salerno.

Così la Città di Campagna punta a creare un nuovo modello di sviluppo che, attraverso la collaborazione tra  associazioni, istituzioni e cittadini, porti alla costruzione partecipata di un progetto di città vivibile, a basse emissioni, dotata di nuove tecnologie e di una nuova governance pubblica.

Razzismo e sessismo sono due facce della stessa medaglia

di Vanna Iori
@vannaio


Una campagna di comunicazione che promuove uno spazio giovanile, che ritrae i volti dei ragazzi e delle ragazze che lo gestiscono: fra questi Aida, italiana dalla pelle ambrata, diventa una minaccia intollerabile per chi, quotidianamente, è guidato da istinti di dominanza sociale.
I pregiudizi razzisti e sessisti sono forme di discriminazione che vanno di pari passo in persone come il neodeputato della Lega di Salvini Gianluca Vinci che fanno della disuguaglianza il tratto distintivo della propria azione politica e che vorrebbero una società caratterizzata da ineguaglianze umilianti in base al sesso, alla “razza” e alla classe sociale. Le dichiarazioni apparse sui social nel post del deputato e nei commenti volgari e diffamanti sono inaccettabili e offensive nei confronti di una ragazza che si impegna a favore di una società più accogliente, equa e solidale. Sono dichiarazioni che risuonano ancora più gravi perchè in contrapposizione con il dettato della Costituzione Italiana che dovrebbe essere nota e rispettata da chi è stato eletto come rappresentante di un organo istituzionale come la Camera dei Deputati.
Le differenze sono una risorsa e la possibilità di avere parità di diritti nel riconoscimento delle differenze è la base della civiltà nelle relazioni umani. Non si può tollerare il rischio di una deriva culturale razzista, e non si può tacere davanti ad attacchi lesivi della dignità personale di una ragazza, dignità che diventa anche collettiva. Bisogna essere uguali per poter essere diversi, le differenze possono esprimersi come ricchezza e come risorsa solo se ci sono le condizioni che ne riconoscano e affermino la pari opportunità e la pari dignità.
Diventa necessario continuare in una sfida importante che allude alla paziente ricerca di terreni nuovi, di traduzione e di mediazione che consentano di praticare un comune impegno antisessista e antirazzista. A quel post intriso di razzismo e di strumentalizzazione, rispondo che Aida è una giovane cittadina reggiana impegnata in tanti progetti a Reggio Emilia, una città, un territorio, che vuole continuare a valorizzare la diversità come valore e strumento di arricchimento del tessuto sociale.

Prevenzione, diritto e dovere

di Rossella Giulia Caci


Con il termine prevenzione indichiamo attività, azioni e interventi attuati con lo scopo principale di promuovere e tutelare lo stato di salute e evitare l’insorgenza di determinate patologie. In base alle finalità possiamo distinguere tre livelli di prevenzione:
Prevenzione primaria: agisce su un soggetto sano e si propone di evitare la comparsa di una malattia. Le attività di prevenzione primaria tendono a diminuire, allontanare e correggere fattori che potrebbero causare le malattie. L’obiettivo è il mantenimento di un benessere psico-fisico-sociale non solo dei singoli ma anche della società. Un esempio di prevenzione primaria sono i vaccini che, attraverso specifici interventi, prevengono una patologia infettiva. Allo stesso tempo però, i vaccini tendono a ridurre la possibilità che determinate malattie debellate in passato possano ripresentarsi (es. la tubercolosi) e permettono una sorta di protezione non solo per il singolo ma anche per la collettività.
Prevenzione secondaria: riguarda un livello successivo rispetto alla prevenzione primaria. Tale prevenzione viene effettuata su soggetti già affetti da malattie in uno stadio iniziale. Questo intervento preventivo si pone come obiettivo la limitazione della progressione della malattia o la limitazione delle conseguenze della patologia stessa. La prevenzione secondaria in soggetti affetti prevede di intervenire precocemente sul processo patologico ad esempio attraverso controlli medici periodici, come nel caso dell’ipertensione.
Prevenzione terziaria: ha il suo campo d’azione su tutti quei soggetti con patologie conclamate. Essa consiste nel meticoloso controllo clinico e terapeutico di malattie irreversibili o croniche. In tale categoria rientrano anche la gestione di deficit e delle disabilità funzionali conseguenti ad uno stato patologico o disfunzionale.

Affinché la prevenzione possa essere efficace, sono estremamente utili le campagne di educazione. L’educazione sanitaria è la disciplina che mira appunto ad informare correttamente e, soprattutto, a promuovere comportamenti utili a mantenere e potenziare lo stato di salute dei singoli e delle comunità, coinvolgendo i cittadini stessi. Secondo la Costituzione italiana art. 32 la tutela della salute costituisce un diritto dell’individuo ed un interesse della collettività; lo Stato deve garantire tale diritto e, nello stesso tempo, ogni cittadino deve concorrere alla protezione della salute altrui. Educare alla salute significa pertanto rendere l’individuo consapevole dei diritti e dei doveri che provengono dalla Costituzione. Inoltre significa rendere consapevoli che la propria integrità psichica e fisica può essere turbata dall’ambiente, dalla società, ma soprattutto dai propri comportamenti. In questo senso, qualsiasi intervento di educazione sanitaria deve avere come obiettivo il cambiamento in senso positivo dei comportamenti dei cittadini (cessazione/riduzione del fumo, stile di guida più sicuro, abitudini alimentari corrette). È anche di grande rilevanza il fatto che i risultati dell’intervento siano in qualche modo misurabili e riproducibili, cioè che il guadagno in termini di salute sia oggettivamente quantificabile e che l’intervento possa essere replicato in situazioni analoghe, così da estendere i risultati positivi al più ampio numero di soggetti possibile. Inoltre, risulta essenziale creare fra i cittadini e le diverse realtà dell’assistenza sociale e sanitaria un rapporto di fiducia e di scambio di esperienze e informazioni, che non si deve limitare al momento della malattia. Per questo l’educazione sanitaria non deve essere sviluppata solo a livello universitario o specialistico, ma deve costituire uno strumento di costruzione della personalità del cittadino fin dalla formazione prescolastica e scolastica. Ecco perché serve individuare nel minor tempo possibile i fattori di rischio, e rimuoverli, per individuare cure e percorsi assistenziali e riabilitativi adatti. La conoscenza dei fattori di rischio principali, associati allo sviluppo di una malattia, può limitare notevolmente l’insorgenza di una malattia. La ricerca scientifica può supportarci adeguatamente. Essa riesce a fornire informazioni sempre più dettagliate sulle malattie e le loro cause. In questo modo, la sempre maggiore conoscenza permette di far fronte, in modo sempre più efficace, alla patologie, permettendo l’individuazione dei comportamenti preventivi.

Tempus Fugit, innovare un partito.

di Davide Ricca
@dadoricca


Ogni giorno che passa è un giorno in più di consapevolezza. Non è stato sufficiente chiedere l’innovazione, lottare per essa, proclamare il nuovo. Il Partito Democratico ha provato a traghettare le migliori tradizioni politiche di questo Paese nella contemporaneità. Ha provato a mettere insieme chi ha guidato l’Italia nel dopoguerra pensando che attraverso le loro capacità riformatrici si potessero affrontare e risolvere la crisi di partecipazione, il crescente senso di sfiducia nelle istituzioni, il lento ma inesorabile dissolvimento del sogno dell’Europa Unita, la sfida dell’interconnessione reciproca, il mutamento delle relazioni sociali e personali cui assistiamo grazie ad un accesso all’informazione sempre più diretto e immediato attraverso i social media. Ha provato a farlo immaginando di riformare se stesso da dentro, lo hanno provato a fare giovani uomini e giovani donne introducendo all’interno del linguaggio della sinistra il concetto di leadership così caro alla cultura anglosassone (tanto da non riuscire ad essere compiutamente tradotto in italiano), ma decisamente alieno a quella italiana.

Innovare da dentro, cambiare. Renzi non ce l’ha fatta. Lo sforzo riformatore si è scontrato, da un lato, con la personalizzazione del progetto, senza la quale però, ricordiamocelo, non sarebbe stata possibile neanche la scalata del PD, e, dall’altro, con il fallimento della disintermediazione. In molti, infatti, ripetono che il problema vero più che le riforme, tante, forse troppe tutte assieme, è stato l’aver immaginato un riformismo dall’alto senza la partecipazione di quelle soggettività comunitarie, corpi intermedi, sindacati, associazioni di categoria, che si sono sentite scavalcate e accantonate nella loro principale ragion d’essere: la rappresentanza di interessi particolari, collettivi e anche un po’ corporativi. Non basta, insomma, fare una buona riforma in Italia, bisogna accompagnarla, aspettare che penetri nel tessuto connettivo della società, discuterla e condividerla, o almeno, mi si consenta un po’ di perfidia, far finta di condividerla con chi rappresenta il segmento di Paese toccato dalla riforma medesima.

Con Renzi ha fallito un intero movimento, in cui il sottoscritto è immerso fino al collo, che voleva tutto e subito, che credeva nell’adesso, che ha spinto l’ex Sindaco di Firenze ai vertici di quello che per un attimo è stato il più forte partito socialdemocratico Europeo. Tanto viene imputata all’ex segretario la mancata concertazione con le parti sociali, quanto gli viene rimproverato dai suoi l’eccesso di mediazione interna al partito, una volta presone la guida. “Renzi non ha rottamato”, “Non ha cambiato nulla nel Partito”, “Non ha costruito una sua classe dirigente”.

Da qui deriva una suggestione che può, però, condurre e significare la possibilità di un nuovo inizio per il campo riformista italiano. Immaginiamo per un attimo che si debba fare esattamente l’opposto di quello che abbiamo fatto fino ad oggi; cioè che l’impossibilità della riforma dall’interno dei partiti esistenti provenienti dal secolo scorso comporti l’urgenza di costruire percorsi di partecipazione ex novo, come ci suggeriscono i successi di Podemos in Spagna, dei Cinque Stelle in Italia e di En Marche in Francia (e per certi versi del primo Obama e di Organizing for America negli Stati Uniti) e che la necessità di considerare le diverse soggettività sociali come interlocutori imprescindibili conduca, invece, a comporre nuove forme di riformismo partecipato.

Lo sforzo di mediazione interno al partito, che ha portato via troppe energie all’impulso rinnovatore di Matte Renzi, andrebbe quindi concentrato sul dialogo con la società. La mediazione nel partito andrebbe contemporaneamente ridotta sfruttando al massimo quegli strumenti come le primarie o il referendum cui il PD non ha mai creduto veramente, introducendo una base associativa molto più ampia, più libera e difficilmente intruppabile in cammellamenti correntizi.

Mi iscrivo quindi tra coloro che pensano che innovare oggi, nel campo riformatore, significhi per lo più spostare l’accento su un nuovo partito piuttosto che su un partito nuovo. Chi ha creduto nello sforzo programmatico elaborato alla Leopolda deve lanciare un appello rivolto direttamente al Paese. Questo appello deve utilizzare un linguaggio politico fondato su un nuovo vocabolario, che non si fossilizzi sulla geometria disegnata dai posti occupati dai deputati così come siamo abituati a vederli seduti dalla Rivoluzione Francese in poi. Oltre che un nuovo glossario servirebbe quindi anche nuova architettura, rivisitando la stessa forma ad emiciclo delle aule parlamentari

Basta con la diatriba/dicotomia iscritti versus elettori, abbiamo bisogno di un partito che mantenga un dialogo aperto, un appuntamento annuale, fisso, costante, in un unico giorno, nel quale chiamare a raccolta chiunque si senta parte del progetto democratico e riformista. Quel popolo che è quello delle ragioni sconfitte del sì al referendum costituzionale, che continua però ad essere la più grande maggioranza relativa che si sia mai organizzata nella storia politica dell’Italia Repubblicana. Circoli e sedi ovunque (anche on line) senza la necessità di rappresentanza territoriale o tematica esclusiva

Ecco la suggestione, ed ecco la via per l’innovazione del PD, o meglio per la novazione del PD:

  • un nuovo statuto;
  • un nuovo linguaggio;
  • un’unica base associativa, costruita con le primarie;
  • un appuntamento annuale, celebrato in un unico giorno durante il quale si possa aderire ex novo o confermare e rinnovare la propria appartenenza, esprimendosi su classe dirigente, candidature e scelte di indirizzo (primarie e referendum)
  • un’organizzazione semplice e diffusa
  • un programma di partenza: le riforme, anche costituzionali
  • un metodo: la mediazione con il Paese prima che la mediazione interna

Ogni giorno che passa, dicevamo all’inizio, aumenta la consapevolezza, ma ogni giorno che passa è anche un giorno in meno per la costruzione di un soggetto capace di prendersi cura del Paese, che metta l’accento sulle pari opportunità in partenza per tutti, senza cedimenti al populismo e al sovranismo. Solo attraverso questa novazione passa la possibilità di riaccendere non solo la speranza per i democratici e riformatori, ma anche lo stesso “Progetto Europeo”. Solo così ci saranno gli Stati Uniti d’Europa. Non perdiamo altro tempo.

Libri a colazione (Vendere tutto di Brad Stone)

di Elena Del Rio
@delrio_elena

 

Oggi leggevo che Jeff Bezos è contro le comunicazioni troppo lunghe e frequenti tra team di lavoro in azienda. Il motivo è più o meno questo: se parli e ti confronti tanto, significa, forse, che il procedimento non è lineare e chiaro e, di conseguenza, potrebbe essere snellito. Tutti farebbero meno fatica e sarebbero più sereni (e si guadagnerebbe di più, ovviamente). Penso alle valanghe di mail, chat, riunioni, call, ogni giorno, in qualsiasi azienda (per lo più inutili), e sorrido.

Educazione civica nelle scuole, battaglia vinta!

di Arianna Furi
@arianna_furi

Mercoledì 22 marzo 2017 i Millennials (think tank generazione composto da oltre 6000 giovani, tra i15 e i 30 anni, vicino al Partito Democratico) lanciano una petizione sul sito change.org per chiedere di reintrodurre l’obbligo di insegnamento dell’educazione civica nelle scuole secondarie.
Dopo otto mesi di duro lavoro assieme alla Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e alla Responsabile scuola del Partito Democratico Simona Malpezzi abbiamo vinto questa battaglia: dall’anno scolastico 2018/2019 l’educazione civica torna materia obbligatoria in tutte le scuole secondarie d’Italia.

In un periodo storico come il nostro in cui tutti i paesi occidentali sono attraversati da tendenze populiste, il nostro Governo deve farsi portatore di una idea riformatrice, che sia empatica, che trasmetta sentimenti, passioni e voglia di fare specialmente nelle nuove generazioni. Alla base di tutto ci deve essere il recupero del senso civico e del rispetto per lo Stato e le sue Istituzioni, e questo non può che ripartire dalla scuola. L’educazione civica è una materia fondamentale, molto più di tante altre, per crescere e formare una nuova generazione di cittadini consapevoli e combattere le forze populiste, che basano sulla non-conoscenza la loro forza trainante.

Il 6 luglio 2017 sono intervenuta alla Direzione Nazionale del Partito Democratico per raccontare una proposta di cui ormai ci stavamo occupando da mesi e per chiedere l’appoggio di tutto il Partito Democratico: ci stavamo battendo affinché venisse reintrodotto l’obbligo di insegnamento dell’educazione civica nelle scuole secondarie. La petizione era online ormai da 4 mesi e avevamo superato le 7.000 firme raccogliendole sia online tramite il sito, sia cartacee nelle scuole e nelle università. Quella che era una semplice sensibilizzazione sul tema era diventato un impegno concreto tanto da attirare l’attenzione della Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, che ci ha ricevuto al Miur per offrirci la sua disponibilità a lavorare assieme sul tema, e della Responsabile Scuola del Partito Democratico Simona Malpezzi.

Qual era lo stato dell’arte e in cosa consisteva la nostra proposta:

l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione esisteva già; infatti l’art. 10 del DPR 89/2010 prevede che esso si sviluppi nell’ambito degli insegnamenti “Diritto ed economia”, “Storia e Geografia” o “Storia” senza però modificare il numero totale delle ore.
Nel tema Cittadinanza e Costituzione l’Educazione civica è già presente ed è anzi intesa in senso più ampio: all’apprendimento dei concetti dovrebbe essere aggiunta la costruzione nei giovani di atteggiamenti e comportamenti propositivi e responsabili. Si vogliono dunque costruire cittadini attivi e consapevoli e non solo trasmettere delle nozioni. Questo è anche coerente con un approccio più moderno della scuola.

Finora però tutto è rimasto molto teorico, perché non vengono adottati libri di testo, né programmi, né quindi un vero obbligo per i docenti ad affrontare tale materia.

Non potevamo affidarci alle scelte individuali, all’impegno volontario di alcuni insegnanti. Non ci potevano esserci studenti più fortunati di altri con docenti interessi e disposti a trattare le tematiche della Costituzione e dell’educazione civica, e allo stesso tempo studenti con docenti magari bravissimi nessuno dei quali però interessati a tale materia.

Non era fattibile aumentare le ore di studio né pensare di inserire un nuovo insegnamento autonomo, bisognava individuare una soluzione nell’ambito di quanto già previsto dalla legge.

L’unica soluzione era quella di prevedere indicazioni precise sui contenuti da affrontare all’interno dei programmi scolatici, che come noto sono sottoposti a verifica ogni cinque anni e il 2017 era proprio l’anno della verifica. In questo modo l’insegnamento avrebbe avuto il proprio spazio autonomo e sarebbe stato considerato alla pari rispetto agli altri, con gli studenti sottoposti a momenti di verifica e valutazione dei risultati dell’apprendimento.

Abbiamo proposto che il Ministero svolgesse una operazione di monitoraggio per accertarsi che alla fine di ogni anno nelle scuole tali temi siano stati trattati e quale sia stato il riscontro tra gli studenti.

Per questo motivo in Direzione abbiamo chiesto che il Partito Democratico si facesse carico di questa nostra richiesta perché da qui bisognava ripartire per essere empatici e trasmettere sentimenti, passioni e voglia di partecipare specialmente nelle nuove generazioni. Alla base di tutto ci deve essere il recupero del senso civico e del rispetto per lo Stato e le sue Istituzioni, e questo non può che ripartire dalla scuola.

Dopo otto mesi di duro lavoro assieme alla Ministra Valeria Fedeli e alla Responsabile scuola Pd Simona Malpezzi abbiamo vinto questa battaglia: dall’anno scolastico 2018/2019 l’educazione civica torna materia obbligatoria in tutte le scuole secondarie d’Italia.
Il 7 novembre 2017 infatti la Ministra dell’istruzione Valeria Fedeli e la Responsabile scuola del Partito Democratico Simona Malpezzi hanno annunciato, con un video pubblicato sul sito del Partito Democratico, che “dall’anno scolastico 2018/2019, saranno finalmente definiti i contenuti di un insegnamento, Cittadinanza e Costituzione, attualmente previsto nell’ordinamento scolastico ma privo di indicazioni e dunque trascurato dai docenti. È importantissimo che questa richiesta sia nata dai ragazzi che sentono la mancanza di tale insegnamento nelle scuole e desiderano essere cittadini italiani ed europei pienamente consapevoli.”

Il tema della conoscenza delle Istituzioni, delle regole democratiche, di ciò che siamo in quanto cittadini italiani ed europei è fondamentale se vogliamo crescere una nuova generazione di ragazzi consapevoli. Siamo noi i primi ad essere preoccupati per il clima di populismo e disinteresse che dilaga tra le giovani generazioni soprattutto sui social network; sono problemi che vanno combattuti con strumenti culturali prima di tutto e questa vittoria, insieme alla campagna #bastabufale lanciata dal Miur o al rifinanziamento del bonus cultura per i 18enni, costituiscono un sistema integrato di interventi a favore della nostra generazione che dimostrano l’interesse e la propensione all’ascolto che solo il Partito Democratico è in grado di offrirci.

Un libro bianco sull’IA a servizio del cittadino

di Ernesto Belisario
@diritto2punto0



Oggi (ieri per chi legge) è stato presentato il libro bianco sull’intelligenza artificiale al servizio del cittadino.

Il white paper (che trovate qui) è il frutto del lavoro della task force attivata sei mesi fa dall’Agenzia per l’Italia Digitale e di cui ho il piacere di fare parte.

Il documento analiza l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla nostra società, approfondendo come queste tecnologie possano essere utilizzate dalla Pubblica amministrazione per migliorare i servizi destinati ai cittadini e alle imprese.

Nove le “sfide IA” previste dal Libro Bianco, tra le quali quella relativa al contesto legale in cui vengono analizzate alcune delle principali questioni giuridiche che possono interessare le pubbliche amministrazioni per usare al meglio queste nuove tecnologie (trasparenza, responsabilità, protezione dei dati, sicurezza informatica, proprietà intellettuale, ecc).


Buona lettura!

“TU VO’ FA L’AMERICANO MA SI’ NATO IN ITALY”

di Lorenza Morello

@Lorenza_Morello

 

Diciamocelo, siamo da sempre una nazione molto esterofila. Lo dico i dati del turismo nel mondo e quelli sulla propensione all’acquisto dei beni di consumo. E così, anche dopo questa tornata elettorale, molti audaci (più o meno conosciuti) hanno pensato di paragonare (chissà perché poi) la nostra situazione con quella americana.

Ebbene, io che esterofila non sono ma che conosco discretamente bene il continente americano (per motivi di famiglia, studio e lavoro) mi sono stupita che nessuno di questi politologi d’assalto abbia dovutamente rimarcato un dato saliente, ovvero il dato generazionale. Mi spiego meglio. Negli Stati Uniti i millennial sono una delle generazioni più consistenti, quindi hanno un peso politico ed elettorale. In Italia i giovani sono pochi, quindi non hanno peso elettorale. Nel panorama europeo siamo i più vecchi insieme alla Germania. Questo è il frutto di due fattori: da un lato, viviamo sempre più a lungo (insieme al Giappone siamo tra i più longevi al mondo); dall’altro, assistiamo a un declino costante delle nascite (in Italia si fa meno di un figlio e mezzo a coppia, così la popolazione tende non solo a ridursi, ma soprattutto a sbilanciarsi sui più vecchi, che inoltre vivono più a lungo). Secondo l’istituto demografico dell’Università Cattolica di Milano, entro il 2030 ci sarà una regione in più, grande quanto la Toscana, composta solo da over 65, che saranno ancora al lavoro. Mentre i 40enni manderanno ancora curricula. E la miopia dei nostri governanti ha fatto sì che in realtà in questi anni nessuno abbia pensato (o se qualcuno lo avesse fatto il risultato non è giunto ad avere un rilievo socio normativo degno di chiamarsi “risultato”) a come gestire questo invecchiamento. Si è ritenuto sufficiente far andare le persone in pensione più tardi, senza pensare a diversi ruoli per i lavoratori anziani in azienda, senza alcuna forma di age management, senza investire nella produttività. Il risultato è che aumenta la popolazione in età lavorativa over 50 nei luoghi di lavoro, mentre mancano i 30-40enni più produttivi. In questa fascia l’occupazione cresce pochissimo. Questo genererà un impoverimento del Paese, producendo grossi sprechi nella fascia più produttiva della società. Non a caso abbiamo il numero di Neet più alto d’Europa: 2,4 milioni. E il 47% dei giovani dichiara di fare un lavoro per il quale servirebbe un titolo di studio più basso. Meno forza lavoro produttiva significa meno crescita. Le riforme pensionistiche hanno posticipato l’età pensionabile, legando la pensione ai contributi versati, ma la crisi economica, la precarietà del lavoro e i redditi bassi fanno prospettare un futuro economico tutt’altro che roseo per i più giovani, con pensioni molto basse. I lavoratori precari del presente saranno precari anche nel futuro. Finora l’assicurazione sono state le famiglie, e del futuro dei 30enni non se n’è occupato nessuno. A ciò s’aggiunga, visto che abbiamo iniziato parlando d’America, che i’Italia è solo all’ottavo posto nell’Eurozona come destinazione degli investimenti diretti americani, nonostante compagnie come Amazon, Apple, GE, Cisco e IBM abbiano annunciato operazioni di grande profilo in questo ultimo biennio. Il clima degli investimenti è difficile per la burocrazia ingombrante e un sistema sclerotico della giustizia civile, che si continua a fingere di riformare (vedasi la modifica alla riforma della mediazione che tanto sta a cuore a chi scrive) ma che invece continua a garantire lo status quo ante a causa dell’alta rappresentanza numerica di avvocati che siedono in parlamento. In questi anni (stando ai dati di un i contenuti di un cable classificato come secret e inviato dall’ex ambasciatore americano a Roma, John Phillips, all’ex segretario di Stato John Kerry) il Governo Renzi ha fatto progressi nell’attuare riforme strutturali e misure per stimolare la crescita, ma l’applicazione è stata a macchia e molto resta ancora da fare». Tra 40 anni, quando, visto il mutamento in struttura sempre più mononucleare della società contemporanea, non ci saranno neanche più le famiglie, sarà un disastro. La politica italiana non pensa al futuro dei giovani, perché quello che importa è sempre solo la prossima tornata elettorale. Intanto i giovani sul futuro sospendono il giudizio perché non hanno gli strumenti per farlo. 

Libri a colazione (Who Thought This Was a Good Idea)

di Elena Del Rio
@delrio_elena

Finito “Who Thought This Was a Good Idea” (per acquistarlo qui), il racconto di Alyssa Mastromonaco, deputy chief od staff di Barack Obama 📚 L’ultima puntata del podcast, con gli ultimi due capitoli, è qui 🖕Se vi manca Barack, divorate Scandal e West Wing e per House of Cards erano solo ❤ (con buona pace di Kevin Spacey) è il vostro libro.

Ecologia digitale per vivere online

di Liuba Soncini
@soli1964


Nei mesi scorsi mi è stato chiesto di parlare ad un evento di come possiamo vivere tra online e offline. Sembra un tema scontato, se ne scrive tanto e se ne parla tanto, ma in realtà abbondano stereotipi e paure con il rischio che a forza di gridare al lupo non si arrivi ad un dibattito serio e concreto. Credo infatti che questo tema riguardi un po’ tutte le generazioni, dalla Z fino a quella più anziana, perché un corretto utilizzo degli strumenti tecnologici e digitali può nascere solo da un confronto consapevole fra generazioni e portare a quella che definisco ecologia digitale.

Molte delle generazioni nate a cavallo fra analogico e digitale stanno vivendo questi due mondi come se fossero separati, mentre invece dobbiamo pensarli e immaginarli come un insieme unico, un tutt’uno in cui siamo tutti quanti immersi. In tanti ancora parlano di reale e virtuale come fossero due pianeti distanti, e considerano il mondo virtuale come un nemico invisibile e i social network come un pericolo per la nostra società.

Da una parte abbiamo i genitori preoccupati, che osservano inermi i loro figli che si perdono davanti allo schermo di uno smartphone.
E abbiamo le generazioni più mature che rischiano di restare escluse dalle nuove tecnologie e le affrontano ovviamente con apprensione, diffidenza come fossero quasi un corpo estraneo.
E poi abbiamo le nuove generazioni che, pur vivendo immersi nell’era digitale, non ne colgono assolutamente in pieno le opportunità.
Siamo ancora in una fase in cui nessun adulto pensa che con lo smartphone si possa arrivare a una modalità di convivenza sana. Però al tempo stesso nessuno pensa che se ne possa più fare a meno. Pertanto rischiamo di diventare una mega generazione trasversale di “tecno-dipendenti-sconfitti”, così come la definisce Annalisa Monfreda (direttrice di Donna Moderna).

Quello che, secondo me, facciamo fatica a capire è che vita reale e vita virtuale sono due facce della stessa medaglia, non c’è in realtà alcuna differenza. Tutti quanti noi abitiamo il nostro mondo reale e poi ci ritroviamo sui social network, sui siti web o sulle app di messaggistica. Ma è veramente cambiato qualcosa con l’avvento di Internet?

I nostri nonni si ritrovavano in piazza nei giorni di mercato per discutere fra di loro, scambiarsi opinioni o fare affari. La piazza era un social network reale. Oggi i social network, come li conosciamo, non sono altro che delle piazze virtuali in cui esprimiamo opinioni, chiacchieriamo con le persone e talvolta discutiamo, e ci creiamo una rete di conoscenze.

Una volta la rete di conoscenze veniva coltivata attraverso la frequentazione delle parrocchie, dell’oratorio o dei circoli. Questo consentiva di farsi conoscere, di trovare lavoro magari sfruttando una raccomandazione, di trovare marito/moglie. Oggi costruire la propria rete di connessioni, fare networking, è ancora più importante e con il web possiamo allargare il nostro raggio d’azione.

La sfida quindi è riuscire ad essere connessi senza perdere il contatto con quello che ci circonda. È riuscire a costruire una forma di “equilibrio” che ci permettere di sfruttare il web e i social media e, al tempo stesso, vivere le relazioni che ne conseguono, senza crearci un mondo parallelo che in realtà non esiste.

Il web e i social media sono una grande opportunità di crescita, di relazioni, di lavoro, come mai prima. È il modo in cui li usiamo il vero problema.

L’obiettivo è dunque evitare di essere solo utenti passivi, ma sfruttare le opportunità che il web ci offre per accrescere le nostre competenze, aggiornare la nostra professionalità, tenerci in contatto con tutte le nostre conoscenze e connessioni (amici, familiari, ma anche persone che ci interessano per ragioni lavorative), coltivare hobbies, trovare lavoro, e così via.

Il fatto è questo, se mettiamo al centro la persona con i suoi bisogni possiamo realmente pensare a un insieme senza separazioni, senza confini e portare a un reale cambiamento nella nostra quotidianità. Un cambiamento positivo.

Dobbiamo pertanto abituarci a pensare a una sorta di ecologia digitale che ci consenta di vivere online e offline senza eccessi ma sfruttando al meglio le opportunità che questo mondo ci offre.