Facebook e la privacy

di Giusy Russo
@giusyrus

 

Il rapporto tra e-privacy e piattaforme digitali non pone solo problemi di tipo giuridico, viste le modalità di acquisizione e sfruttamento dei dati personali degli utenti, ma fa riflettere anche sull’eventualità che l’opinione pubblica possa essere manipolata.

 

In un post dello scorso 21 marzo Mark Zuckerberg ha spiegato che nel 2013 il ricercatore di Cambridge, Aleksandr Kogan, sviluppò un’app scaricata da 300 mila persone dalla quale era possibile accedere non solo alle informazioni degli utenti ma anche a quelli dei loro amici. Dal 2014 questa sorta di intromissione non è stata più resa possibile, ma tre anni fa, il Guardian scoprì che Kogan aveva condiviso i dati in suo possesso con Cambridge Analytica. L’app di Kogan fu bannata e fu chiesto a quest’ultimo e a Cambridge Analytica di distruggere le informazioni degli utenti in loro possesso. Tuttavia, il Guardian, il New York Times e Channel 4 hanno scoperto che i dati non furono distrutti. Intervistato da Laurie Segall per la Cnn, Zuckerberg si è scusato e ha parlato di rottura della fiducia, quella nei confronti di Cambridge Analytica che pur avendo detto di aver distrutto i dati, evidentemente non l’ha fatto; ma soprattutto quella degli utenti di Facebook nei confronti della piattaforma.

 

Il popolare social network ha provato a prendere dei provvedimenti, in un post dello stesso Mark Zuckerberg è stato preannunciato che tutte le impostazioni sulla privacy e sulla sicurezza verranno organizzate entro le prossime settimane in un unico spazio chiamato Privacy Shortcuts e che in News Feed apparirà uno strumento con l’elenco delle nostre app per aiutarci a rimuovere quelle inutilizzate. Ulteriori dettagli sono stati poi forniti in una nota di Erin Egan (Vicepresidente e responsabile per la privacy) e Ashlie Beringer (Vicepresidente e vice-consigliere generale). È notizia recente che Zuckerberg dovrà comparire davanti al Congresso Usa, a partire dalla Commissione sull’Energia e il Commercio della Camera. Anche il Parlamento europeo ha intenzione di invitare Mark Zuckerberg e altri rappresentanti di Facebook a partecipare a una sessione plenaria per adottare eventualmente una risoluzione che invita la Commissione europea a proporre delle misure in merito. Il Parlamento potrebbe anche istituire una commissione temporanea per esaminare le accuse e le possibili misure da intraprendere.

 

Proprio in Ue a breve entrerà in vigore il Regolamento generale sulla protezione dei dati ma lo scorso 4 marzo in un’intervista telefonica a Reuters, il Ceo di Facebook ha dichiarato che pur condividendone lo spirito, non lo applicherà su scala mondiale perché dalle parti di Menlo Park stanno lavorando a una propria versione del regolamento da attuare ovunque. Intanto, come riporta tra gli altri l’Ansa, Mike Schroepfer, chief technology officer di Facebook, ha dichiarato che le informazioni personali condivise in modo improprio durante le elezioni del 2016 con Cambridge Analytica, coinvolgerebbero 87 milioni di persone. Per la cronaca, gli utenti italiani sarebbero 214.134. A preoccupare non vi è solo la modalità di acquisizione dei dati personali, ma il rischio che attori esterni possano manipolare l’opinione pubblica, come testimonia la vicenda dei profili di origine russa attivi durante la campagna per le presidenziali americane. Come scrivono Samuele Dominioni e Alice Gavazzi su Ispionline, Cambridge Analytica infatti opera proprio a partire dagli studi su comportamento e psicologia elettorale dei cosiddetti swing voters, non schierati ideologicamente e quindi potenziali votanti di qualsiasi partito. Al momento però non è possibile stabilire con certezza se le tecniche basate sul microtargeting e sul data mining possano condizionare le opinioni degli utenti. Tra gli altri, il giornalista Felix Simon su Medium ha ricordato che Cambridge Analytica stava collaborando con il team di Ted Cruz e che il rapporto si è interrotto proprio a causa dei dubbi sull’efficacia delle tecniche usate. Non sappiamo nemmeno se la società abbia supportato lo staff di Donald Trump per tutta la campagna presidenziale.

 

Simon riporta anche l’opinione di diversi esperti, secondo i quali vi sono deboli prove che il targeting psicometrico possa essere efficace in politica. Per analizzare cause e ipotizzare soluzioni dovremmo essere liberi da pregiudizi, invece molti sperano di addossare le colpe di esiti elettorali non voluti alle piattaforme digitali anche a costo di svelare un atteggiamento critico nei confronti di quelle innovazioni tecnologiche salutate con entusiasmo fino a poco tempo fa. Come ha scritto Giovanni Boccia Artieri “parlare di privacy violata, denunciare gli algoritmi, accusare “la Rete” di manipolazione costituisce per ora una strategia discorsiva che non ha avuto la forza di tradursi in una preoccupazione culturale diffusa”. Va pretesa trasparenza sulle campagne di microtargeting, va analizzato il modello di business dei nuovi media, vanno richieste maggiori tutele ma con consapevolezza e maturità. Non possiamo fingere di scoprire solo ora la permeabilità dei nostri dati. Le cosiddette élite non possono usare il Web e l’ipotetica manipolazione dell’opinione pubblica in chiave auto-assolutoria, perché è proprio per la mancanza di lungimiranza che oggi siamo travolti dalle conseguenze di una rivoluzione digitale in atto da tempo.

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