Generazione 90210 (parte 1)

di Carlo Taglini
@Tony_Lee_White

 

“Lo studio dell’economia non sembra richiedere alcuna dote particolare in quantità inusitate. Si tratta dunque di una disciplina molto facile, a confronto delle branche più elevate della filosofia e delle scienze pure? Una disciplina molto facile nella quale solo pochi riescono a eccellere! Questo paradosso trova spiegazione, forse, nel fatto che un grande economista deve possedere una rara combinazione di doti: deve essere allo stesso tempo e in qualche misura matematico, storico, politico e filosofo; deve saper decifrare simboli e usare le parole; deve saper risalire dal particolare al generale e saper passare dall’astratto al concreto nelle stesso processo mentale; deve saper studiare il presente alla luce del passato, per gli scopi del futuro. Nessun aspetto della natura dell’uomo o delle istituzioni umane gli deve essere aliena: deve essere concentrato sugli obiettivi e disinteressato allo stesso tempo; distaccato e incorruttibile, come un artista, ma a volte anche terragno come un politico” (J. M. Keynes)

 

Nella mia tesi di laurea avevo cercato di dimostrare come l’azione umana dipenda dalle nostre narrative di riferimento e che quindi, dato che è a mio avviso impossibile approcciarsi allo studio delle scienze sociali senza partire da una teoria dell’azione, è necessario riuscire ad interpretare i sogni e le paure della popolazione per capire cosa possa derivarne in termini di “scelte” (di consumo, di voto ecc…). Cercare di capire come cambiano sogni e paure può essere anche molto divertente, a patto che si prenda in considerazione un lasso di tempo adeguato. Qualche sera fa, navigando su YouTube, mi sono imbattuto in un video della vecchia serie televisiva Beverly Hills  90210, un cult, un simbolo degli anni ’90. Tra i pochi ricordi diretti che ho, ricordo l’incredibile popolarità della serie e che le mie compagne di classe stravedevano per Dylan, il tenebroso; a dirla tutta io avevo un debole per Brenda, interpretata da Shannon Doherty, ma non dilunghiamoci.

 

Il punto è che (invecchiando succede) si diventa sempre più nostalgici e per me la nostalgia sono gli anni ’90, i più spensierati e felici, quando ancora non immaginavo che avrei dovuto versare i contributi per una pensione che non vedrò mai. Ho una sfilza di ricordi che affiorano di qua e di là, quasi tutti belli e positivi (l’unico neo è forse rappresentato dal rigore di Baggio a Pasadena nel 1994), ma credo che la cosa valga un po’ per tutti. Perché gli anni ’90 sono stati veramente il decennio dell’ottimismo, anche per una serie di circostanze fortunate e irripetibili; se parlate con un economista, per esempio, vi dirà che negli anni ’90 si verificò una grande impennata nel commercio mondiale (soprattutto grazie al crollo del comunismo ed alla sempre maggiore delocalizzazione), un aumento della produttività con pochi precedenti storici (grazie all’ICT) e si assistette alla graduale scomparsa dell’inflazione (per un insieme di fattori che ora non aprrofondirò). Le banche centrali iniziarono qui ad alimentare freneticamente le loro bolle speculative tagliando il costo del denaro.

 

Il mondo era davvero cambiato, come auspicato da Rocky Balboa in Rocky IV. Il muro di Berlino era caduto un anno dopo il profetico discorso di Ronald Reagan e le Germanie si erano riunite, come temuto da molti: “amo talmente la Germania che preferivo averne due”, disse un sibillino Giulio Andreotti. Dopo la parentesi Bush senior, Bill Clinton era diventato presidente degli Stati Uniti d’America a 46 anni ed era il simbolo del nuovo che avanzava anche sul fronte politico, in concomitanza, in Italia, con la crisi della “Prima Repubblica” affossata da Tangentopoli. Nelson Mandela era finalmente libero ed alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992 anche il Sudafrica tornò a fare la sua apparizione. Comunismo e razzismo sembravano colpiti a morte; gli Stati Uniti erano l’unica superpotenza rimasta in piedi ed una serie di eventi sparsi qua e là resero l’ultimo decennio del XX secolo decisamente indimenticabile.

 

Dal Dream-Team di Michael Jordan e Magic Johnson all’estremo sacrificio del T-800 in Terminator 2. Dallo sport al cinema, il messaggio lanciato fu oltremodo chiaro: nulla può fermare l’ottimismo. Molti ricorderanno Indipendence Day, nel quale neppure la superiorità tecnologica degli alieni riesce a piegare Will Smith e compagni, ma io mi ricordo anche delle tonnellate di film con Steven Seagal ed il suo codino; film nei quali il copione è grossomodo sempre lo stesso: l’eroe, che può contare solo su una “improbabile” spalla (un facchino di colore con un discutibile senso dell’umorismo, una lap dancer sbucata da una torta, un’infermiera molto attraente), riesce a capovolgere a suo favore situazioni disperate senza neppure spettinarsi, il tutto dopo aver spezzato ossa qua e la. E se in Italia cantanti come Marco Masini ce la mettono tutta per contrastare questa ondata di positività (non ascoltate mai una canzone di Masini se siete tristi, mai), nulla impedisce a Il ciclone di Pieraccioni di diventare campione d’incassi. Persino la Vita è bella tratta un tema come quello dell’olocausto con leggerezza, almeno nella prima parte; Philadelphia (a proposito, siete tutti invitati a spiegarmi per quale motivo l’Oscar se lo sia portato a casa Tom Hanks e non il grandissimo Denzel Washington) e Schindler’s List sono insomma pellicole un po’ a parte, capolavori fuori dal tempo. Il mood del decennio è rappresentato appieno dalla pubblicità del Maxibon da un giovane Stefano Accorsi: ‘Two gust is megl che one’. alla domanda “Tutto bene?” (pubblicità Roberts Noir) di George Weah si può solo rispondere “sì”. Tutto è troppo bello per essere vero.

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