Generazione 90210 (parte 2)

di Carlo Taglini
@Tony_Lee_White

 

[segue]

 

Tuttavia, qualcosa cambia verso la fine del decennio, più o meno in concomitanza con l’attacco epilettico del Fenomeno prima della finale allo stadio Saint Denis di Parigi nel 1998. Al cinema esce Matrix e la gente inizia a chiedersi quale sia la realtà, anche perché nel frattempo il NASDAQ raggiunge nuovi massimi storici per poi iniziare a crollare nell’autunno del 2000 come avrebbe cantato J-Ax qualche anno dopo in Meglio prima. Clinton suona il sax mentre aerei americani bombardano il Kosovo e il tridente Liga-Jova-Pelù denuncia gli orrori della guerra con Il mio nome è mai più. Con la bolla speculativa delle dot-com finisce un’epoca: persino Dominic Toretto, interpretato da Vin Dieselscappa all’FBI, ma solo grazie al tradimento di Brian O’Conner (Paul Walker), New York viene ferita dall’attacco alle torri gemelle ed il nuovo Presidente George W. Bush lancia la campagna Enduring Freedom, più o meno in concomitanza con l’entrata della Cina nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio e con il varo dell’euro. I nuovi nemici dell’occidente sono localizzati un po’ in Afghanistan, un po’ in Iraq: non c’è più un muro, una cortina di ferro, ci sono confini imprecisi che dividono il bene e il male; si inizia a parlare del pericolo delle armi chimiche, del terribile regime iracheno di Saddam Hussein, delle atrocità commesse dai talebani (gli stessi che per 10 anni avevano tenuto testa ai sovietici, anche grazie al supporto degli Stati Uniti). Schwarzenegger salva John Connor  (ma non l’umanità) per l’ultima volta per poi dedicarsi alla politica mentre Alan Greenspan riesce nell’impresa di creare una bolla ancora più grossa della dot-com, peraltro senza che alle sue spalle vi sia una qualche innovazione sul piano dell’offerta: “un’orgia di consumi”, così il premio Nobel Vernon Smith definirà qualche anno dopo la bolla dei mutui subprime.

 

Cambiano gli eroi, cambiano i punti di riferimento. Un Ronaldo rattoppato riesce a trascinare il Brasile al quinto titolo mondiale titolo, mentre Maurice Greene non riesce a migliorare il suo 9.79 nella finale dei Mondiali di Atletica ad Edmonton in Canada a causa di un infortunio che lo frena negli ultimi 10 metri, Marion Jones viene clamorosamente battuta dalla Pintusevyč per poi essere inghiottita dallo scandalo doping assieme a Tim Montgomery; persino Michael Jordan non convince con il suo ritorno sul parquet. Solo Lance Armstrong sembra in grado di portare avanti l’idea di invincibilità tipica degli anni ’90: (vincendo 7 tour de France consecutivi; oggi però sappiamo quale fosse il suo segreto), mentre un giovane Michael Phelps fallisce alle Olimpiadi di Atene il primo assalto ai 7 ori di Mark Spitz. Al cinema le cose non vanno meglio: il generale diventato Gladiatore Massimo Decimo Meridio e Alonzo Harris (il quale alla fine di Training Day non si redime) muoiono, mentre Frankie Dunn è costretto dalla propria coscienza ad uccidere Margaret “Maggie” Fitzgerald (Million Dollar Baby). Steven Seagal è ingrassato oltre misura, Rocky Balboa è inevitabilmente invecchiato anche se riesce a fare l’ultimo incontro della vita e ad uscirne come vincitore morale. Forse è proprio una battuta pronunciata da Sly a racchiudere l’essenza dell’era Bush: “Il mondo non è tutto sole e arcobaleni, è davvero un posto misero e sporco e per quanto tu possa essere forte, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante quanto duro colpisci, l’importante è come sai incassare ed andare avanti”.

 

Insomma, quando il 15 settembre 2008 il NASDAQ crolla il mondo non ha più lo stesso mood di dieci anni prima. Servono nuove armi monetarie e fiscali sempre più potenti, in linea con il pensiero keynesiano la coppia Bernanke-Carney prima e Mario Draghi poi non si fanno pregare nell’inseguire il Giappone nella vana ricerca di un rilancio dell’economia per mezzo della stampa di denaro. Intanto al posto di Bush si è insediato alla Casa Bianca il primo presidente afroamericano: Barack Obama, simbolo di nuova potentissima narrativa, quella della “speranza”, dello “yes, we can” che trova terreno fertile in un occidente smarrito di fronte ad una crisi che molti paragonano a quella del 1929. Al cinema spopola il commovente The Wrestler con la magistrale interpretazione di Mickey Rourke, e l’altrettanto commovente colonna sonora firmata da Bruce Springsteen. Randy “The Ram” Robinson simboleggia gli sconfitti dalla crisi economica, coloro che vivono il presente pensando alla gloria vissuta in passato. Nel 2009 il mood è comunque meno cupo (anche perché nel frattempo, a partire da marzo, la borsa americana sta già recuperando): la colonna sonora dell’estate è I gotta feeling dei Black Eyed Peas mentre al cinema il trio Phil-Stu-Alan imperversa per le strade di Las Vegas in Una notte da leoni.

CONDIVIDI o STAMPA