Generazione 90210 (parte 3)

di Carlo Taglini
@carlotaglini

 

[segue]

 

Qualcosa però è cambiato per davvero, perché il 2009 è anche l’anno in cui esce una serie televisiva rivoluzionaria: Glee. Per chi non l’avesse mai vista, la serie racconta delle vicissitudini di un gruppo di studenti della William McKinley High School protaogonisti di un gruppo di canto e ballo. E qui voi potreste dirmi: “Dov’è la novità?”. Abbiamo visto decine di serie televisive così, abbiamo persino importato Paso adelante dalla tv spagnola. Già, ma l’innovazione di Glee sta nel fatto che i protagonisti sono dei looser, degli sfigati: c’è il ragazzo con l’apparecchio ai denti costretto sulla sedia a rotelle, l’omosessuale che viene gettato tutti i giorni nei rifiuti dai bulli della scuola, la secchiona con talento ma presa in giro dalle cheerleader, la ragazza balbuziente e quella di colore con diversi chili di troppo. Il tutto in un’atmosfera che passa dall’ilarità al dramma con una facilità disarmante. Ce n’è per tutti i gusti, insomma, anche perché questa armata brancaleone è allenata da un professore di spagnolo che in gioventù aveva rinunciato ai propri sogni di gloria ed ora vive di rimpianti.

I nostri arriveranno (per lo meno nella prima serie, datata 2009) ad un passo dal trionfo, ma perderanno:una cosa che in Beverly Hills non sarebbe mai successa; nella serie firmata da Darren Star non c’era posto per i looser.

 

Conclusione

 

In questo articolo tra il serio e il demenziale ho cercato di dimostrare che capire la pop-culture aiuti a capire molto dei modelli di consumo; capire i sogni, le aspettative e le paure di una generazione permette di capire come andrà il mondo; viceversa, capire gli avvenimenti economici e politici aiuta a comprendere la produzione cinematografica (e non solo). Dagli anni ’90 in avanti, sono state create almeno tre enormi bolle finanziarie: la prima, quella denominata dot-com, è stata figlia dell’incredibile ottimismo nei confronti delle innovazioni ICT; non ho le prove per dimostrare che la Subprime bubble sia stata “pianificata” ad arte per finanziare gli interventi militari in Medio-Oriente, ma visto il ruolo fondamentale della Federal Reserve (la Banca centrale degli Stati Uniti) e del Governo nello spargere i semi della crisi, il sospetto è molto forte. La terza bolla, la bolla dei Quantitative Easing, è stato finora un autentico regalo alle stesse élite finanziarie coinvolte nelle crisi precedenti ed ai Paesi sovra-indebitati. Il basso costo del denaro ha dato la possibilità di estendere i consumi ancora una volta, di rendere nuovamente sostenibile l’insostenibile (per lo meno a livello aggregato). Nell’epoca in cui viviamo ora, quella della connessione continua, tutto va più forte (3G, poi 4G….), tutto è più grosso (i data, diventano big data, gli smartphone si fanno sempre più grandi), tutto viene spinto sempre più all’estremo. Gli stessi idoli sportivi sono sempre più dei kolossal viventi, a volte per il proprio talento, a volte per regole cambiate appositamente per loro. Phelps ha disintegrato il record di Spitz nel nuoto, così come Usain Bolt ha abbattuto i record nei 100 e 200 metri; ma per poter assegnare il pallone d’oro sempre alle stesse persone (uno tra Messi e Cristiano Ronaldo lo vince ininterrottamente dal 2008) si è giunti a cambiare la metodologia di votazione del premio. A volte ho come l’impressione che l’obiettivo ultimo sia quello di creare le condizioni per avere sempre nuovi record, senza alcun rispetto per la storia di uno sport. L’obiettivo è: creare sempre maggiore sensazionalismo. Come ha detto l’economista Dambisa Moyo, l’occidente sta sprecando enormi quantità di denaro in attività improduttive (come negli stipendi di una squadra di calcio che chiuderà sempre in perdita) e questa situazione, lo capirebbe un bambino, non potrà durare per sempre. Si fa sempre maggiore fatica a dare un senso agli eventi più recenti, ma l’ISIS non è altro che un Al-Quaeda up-gradata; i nemici dell’Occidente vivono sempre più tra noi, spesso sono nostri concittadini (qualcuno dice “esclusi”, “emarginati” dalle opulente società che li hanno accolti). Questo senso di insicurezza è narrato in alcune serie televisive cult di questi anni, basti pensare allo straordinario duello tra Patrick Jane e Red John (e la sua rete di adepti) in The Mentalist  o alla cruda lotta tra Ryan Hardy e Joe Carroll in The Following.

 

Ogni bolla ha bisogno del sostegno di una narrativa; i sogni delle persone devono essere alimentati da qualcosa. Così come ogni guerra (qualsiasi sia il nemico) deve essere sostenuta per mezzo della paura. Il problema è che le aspettative spesso e volentieri vengono disattese: la generazione 90210, per esempio, è cresciuta sognando di guidare auto di grossa cilindrata e di vivere in case con la piscina. I cosiddetti Millennials (o generazione Y) sono probabilmente più disillusi ed hanno capito che la pensione probabilmente sarà un miraggio. La Generazione Glee ha forse più anticorpi contro la precarietà nel lavoro (una “malattia” ben meno diffusa 20-25 anni fa), ma ne hanno  meno contro l’AIDS, come dimostra l’aumento delle infezioni che si è verificato nell’ultimo decennio; d’altronde la malattia è sempre la stessa, ma il livello di drammaticità visto nel grandioso Dallas Buyers Club (2013) rimane ben lontano dalle vette toccate nel già citato Philadelphia (1993). Le narrative, insomma, guidano l’azione delle persone in tutti gli ambiti della vita. L’economia è solo uno dei tanti.

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