Il mondo del lavoro va aperto non chiuso

di Benedetta Cosmi*
@benedettacosmi

 

Diamo spazio e forza ai veri bisogni. Non mortifichiamo ancora i progetti di giovani, imprenditori, sud. Non ignoriamo il ruolo del Paese che produce, al mito della “sopravvivenza di stato”.
Difronte al nuovo tentativo di mettere mano al mercato del lavoro bisogna essere certi che qualcuno abbia chiaro la domanda “per aiutare chi?”. Le aziende, i lavoratori? Chi è escluso, outsider o chi entra ed esce, saltuario, chi non lo trova, chi lo sta per perdere a causa di un annuncio di fine attività, di fallimento, della chiusura di impianti, per infiltrazione, per crisi del settore, per mancanza di innovazione? Aiutare chi ha smesso di cercarlo? I dipendenti, gli autonomi? Le stabilizzazioni, le nuove assunzioni?

 

L’incontro domanda offerta, il passaggio scuola lavoro, la situazione contributiva per il futuro o le entrate dello Stato? I colossi che vogliono investire nel nostro Paese e hanno nuovi core business spesso senza coscienza imprenditoriale, i piccoli (diverse volte miopi e abbandonati a se stessi, non aiutati a vedere altro) che vogliono chiudere la domenica, gelosi, non vanno neppure più a Messa, magari sono favorevoli alle moschee, ma gli è rimasta addosso l’abitudine, si spostano alla casa al mare e vorrebbero chiudere la loro città per ferie pensate in un’altra idea di società. Gli studenti, i neodiplomati, i millennials?Perchè è troppo facile dire “giovani”. Il loro primo ingresso o il percorso agile tra un posto e l’altro? Come vedete, siamo davanti ad interessi molto divergenti.

 

Oppure, promuovere un decreto che agisca “contro”, ma contro cosa? La burocrazia? la disoccupazione? Il precariato? Il lavoro nero? La rassegnazione dei neet? Il divario salariale? I lavoretti? I costi fissi, compreso le tasse. Oppure scoraggiare i rinnovi dei contratti a termine?
Come possiamo vedere in base a ognuna delle domande cambia l’azione politica da mettere in atto.
In genere si cerca un equilibrio, o si cerca di tutelare il proprio elettorato. Ecco il corto circuito giallo-verde. Il cosiddetto decreto “decreto dignità”. 
 

Il lavoro dignitoso è tema di cui mi sono occupata alcuni anni fa con un’associazione Cisl che pensa anche agli ultimi, com’è giusto. Ma il Paese deve saper risvegliare il sogno e lo spazio anche per saper eccellere e qui non ci si può accontentare, come dicevamo, di creare il mito della sopravvivenza di stato. Chi contrasta il decreto pone sul tavolo queste domande:
“Un punto percentuale di calo del cuneo fiscale in Italia costa circa 2 miliardi di euro. Come è possibile con 300milioni ridurre il cuneo del 10%?”.
“Smettiamola di chiamarlo #decretoDignità. Non ha le caratteristiche di necessità ed urgenza che deve avere un decreto, produce caos nel mondo del lavoro e incertezza”.
Poi c’è chi lo sfida a colpi di emandamenti.
“Compensare imposte con crediti nei confronti dello Stato. Un emendamento di Forza Italia. Un’impresa o un libero professionista in credito con la pubblica amministrazione potrà compensare con le tasse da pagare”. Sui social va sotto l’hashtag costruttivo: #opposizionechepropone
Mentre gli uomini 5stelle dicono: “Vogliono delegittimare il #DecretoDignità.

Ora si passerà da una situazione in cui un’azienda poteva assumere tutti i lavoratori con contratti precari ad una in cui il contratto stabile sarà quello maggiormente utilizzato!”.
Ma, cosa succederà? … il periodo massimo di 24 mesi. “Dopo, il nulla”.

 

La sinistra ha sempre considerato il bene la “stabilizzazione” anche in una società liquida come la nostra, è una strada ancora percorribile?
“L’unico vero effetto del #decretodignità è il blocco del rinnovo dei contratti scaduti, perché è evidente che nessun imprenditore sano di mente rinnoverà i contratti a termine, non sapendo quale normativa applicare”.
Poi c’è il capitolo flessibilità. I critici dicono: “Alla fine, la misura che si rivelerà più incisiva nel mercato del lavoro sarà proprio la norma sull’estensione dei voucher”.

 

A me preoccupano le cosiddette “Quote contratti”. I paletti nel rapporto tra la quota degli assunti con contratti a termine e quelli a tempo indeterminato, ”non può eccedere complessivamente il 30 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza presso l’utilizzatore al primo gennaiodell’anno di stipula del predetto contratto, con un arrotondamento del decimale all’unità superiore qualora esso sia eguale o superiore a 0,5”.
Così per tetto è fissato il limite ai nuovi contratti. Torna in mente il conto di quanti posti di lavoro in meno ci saranno…
 

 

A me piacerebbe invece pensare che aumenteranno quelli dell’industria culturale, con biblioteche che sapranno diventare punti strategici per chi vuole avviare startup, spin off, con i musei principali pieni la notte (quelli che chiudono le porte i lunedì, e ogni pomeriggio alle 18, con davanti ancora file di turisti, di cittadini e stranieri), e negli altri personalizzare l’esperienza, l’unicità, alzando i prezzi a fronte della nuova offerta e della nuova domanda.
Le casse pubbliche avrebbero da guadagnarci. Serve cambiare la mentalità di chi gestisce i beni, abbattere i compartimenti stagni tra chi tutela e chi si occupa di marketing e di economia, proporrei maggiori figure di innovation manager, non aver paura di puntare sulla cultura del business e viceversa.

Il decreto dignità ha sbagliato consulenti, per una rivoluzione. Dobbiamo passare al verbo aprire. Il governo giallo-verde, almeno nella rappresentazione mediatica è tutto un chiudere…

 

 

*giornalista e saggista, direttrice Dipartimento innovazione Cisl Milano, autrice di È il futuro, bellezza. I giovani e la sfida del lavoro (Edizioni lavoro). 

 

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