L’innovazione è antidemocratica?

di Emanuela Goldoni
@emanuelagoldoni

Mi spiace rompere le uova nel paniere, ma così a scanso di equivoci, proverei a considerare l’innovazione come un concetto politico, ancor prima di essere un concetto meramente tecnologico o culturale.

Per semplificare, diciamo che la sfera politica ha a che fare con la libertà e la sua misura (dall’abbondanza alla sua privazione. Se siamo in un contesto dove è tanta, allora siamo in un contesto democratico; se siamo in un contesto in cui è poca, allora siamo in un ambiente antidemocratico).
Se partissimo da questa assunzione, allora anche l’innovazione avrebbe a che fare con la libertà e la sua relazione ad alcune categorie.
Per rendere più snello il ragionamento, accontentiamoci di 5 semplici, ma esaustive categorie: tempo, spazio, denaro, persone e proprietà.

Ne deriva quindi che un qualsiasi processo innovativo possa avere un impatto a livello sociale, quando in un dato contesto si hanno maggiori libertà a livello di:

TEMPO–> Libertà di poter scegliere di lavorare meno, per lavorare meglio (esempio: smart working)
SPAZIO–> Libertà di lavorare nell’ambiente (esempio: home working)
DENARO–> Libertà di poter scegliere come pagare (esempio: digital currency) o come investire o come fare cost saving.
PERSONE–> Libertà di scegliere con quali risorse lavorare
(esempio: automazione di processi)
PROPRIETÀ –> Libertà di mettere in circolazione i propri beni per farne profitto (sharing economy)

Ora, uno scenario descritto così potrebbe far emergere un tema, quello della dicotomia tra inclusione ed esclusione, che guarda caso è anch’esso un tema politico. Chi è dentro al processo di inclusione gode di privilegi, di cui non gode chi è escluso da un qualsivoglia processo innovativo.

Allora l’innovazione è antidemocratica?

Allo stato attuale, l’innovazione in un contesto italiano è un fenomeno diffuso a macchia di leopardo, poco capillare e schizofrenico. Ci sono isole sparse, microsistemi, che non comunicano o tra di loro o con il resto delle terre attorno.

Promuovere bandi per l’erogazione di contribuiti per l’innovazione non fa dell’Italia un Paese innovativo. Quello è un premio di consolazione, per chi è destinato ad arrivare secondo, una caramella indorata nel miele per il bambino che fa i capricci, uno specchio per le allodole degno del più abile dei markettari.
Ora, quando ai convegni vari si parla di innovazione, abbiate la decenza di essere realistici e di mettervi una mano sulla coscienza. Lo dico ai guru dell’innovazione, che scrivono libri sulla innovazione, per diffondere la balla dell’innovazione, che genera falsi miti e un esercito di frustrati a lungo termine.

Per ritornare da dove sono partita, un prodotto dell’innovazione è una questione politica, non uno strumento della politica. Un processo innovativo è conflittuale e non accomodante. Se non c’è una tensione tra le parti, non c’è innovazione.

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