L’ira e la rabbia al tempo dei populisti

di Federico Macchi

 

Le elezioni sono sempre un momento complesso, soprattutto in Italia, dove vengono spesso vissute a tutto tondo: in tv non si parla di altro, sui social ognuno dice la propria e anche al bar gli amici che magari fino a un mese fa non sapevano neanche chi votare diventano tutti esperti politologi e fini conoscitori delle dinamiche parlamentari ed europee. Intendiamoci, la partecipazione e l’interesse sono assolutamente da elogiare, ma forse bisognerebbe cominciare un po’ prima invece che a poche settimane dal voto, ma questi sono discorsi poco simpatici su cui è meglio non dilungarsi. Credo però che questa campagna elettorale in particolare ci abbia mostrato un fenomeno politico e sociale che merita una piccola riflessione: il populismo.
Attenzione, nessuno casca ora dalle nuvole credendo che la cicogna del populismo abbia fatto nascere il suo piccolo infante beffardo nel 2018; anzi, stiamo parlando di qualcosa di molto più antico, che in Italia conosciamo bene da almeno 30 anni (ogni riferimento al ventennio Berlusconiano è puramente casuale), ma che in realtà ha radici ancora più profonde, vecchie come due termini che conosciamo tutti: rabbia e ira. Parole che all’apparenza sembrano sinonimi, ma, come spesso succede nella nostra lingua, bellissima e difficilissima proprio per le sue mille sfumature, non è così. Caso vuole che non sia stato uno studioso nostrano, ma un filosofo asiatico, Byung-Chul Han, a ragionare sulla differenze tra questi due concetti. Una delle prime volte che nella storia in cui si legge di “ira” è con l’Iliade di Omero, quell’ ”ira del Pelide Achille” che tutti noi conosciamo. Fin da questo primo caso capiamo che non stiamo parlando di semplice “rabbia”, ma di qualcosa di molto più maestoso: l’ira è creativa, distrugge per ricostruire, non si limita alle semplici lamentele, spesso vere e legittime ma fini a sé stesse, ma ha la presunzione e l’ambizione di voler cambiare veramente le cose. Ha una forza straordinaria, è l’uomo che si rende conto di ciò che non funziona e diventa inventore, abbatte e ricostruisce dalle fondamenta.
La rabbia non ha tutto questo: critica, accusa, disprezza, ma fa solo terra bruciata intorno a sé, e quando l’incendio si spegne non rimane più nulla, si sposta soltanto per dar fuoco a qualcos’altro.
Il populismo non usa l’ira, ma sfrutta la rabbia di chi non ne può più, di chi è in ginocchio e non vede la luce in fondo al tunnel, trovando per questi un capro espiatorio contro cui vomitare odio. Non crea nulla. Distrugge solo quello per cui tanti uomini hanno dato la vita per costruire. E dopo questa ondata di rabbia non rimarrà più nulla per cui combattere e in cui credere.
Dobbiamo quindi guardare dentro noi stessi, e senza vergogna trovare l’origine del nostro odio e della nostra paura. Ma soprattutto, chiederci cosa stiamo cercando, se vogliamo solamente sfogarci ed essere Rabbia, o se vogliamo diventare Ira, e creare NOI il nostro futuro, disposti a sacrificarci per quello in cui crediamo.
Imparando ad essere un po’ meno Salvini, e un po’ più Achille.
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