L’Olanda del 74 e la smart city

di Alessio Pecoraro
@alessiopecoraro


Jongbloed – Suurbier, Rijsbergen, Haan, Krol – Jansen, Van Hanegem – Neeskens – Rep, Cruijff, Rensenbrink. Probabilmente questi undici nomi detti così uno dietro l’altro non vi diranno niente. Sono i giocatori che il 15 giugno del 1974 alle 16 in punto scesero in campo, con la maglia orange dell’Olanda, per affrontare l’Uruguay e cambiare per sempre il mondo del calcio davanti ai 53700 spettatori presenti al Niedersachsenstadion di Hannover.

 

Pressing sistematico, raddoppi, occupazione totale degli spazi, sovrapposizioni e scambi di posizione continui: il Mondo e il Mondiale scoprono un calcio nuovo, detto “totale”, totaalvoetbal in olandese. Lo pratica l’Olanda di Rinus Michels, forte di individualità straordinarie e di un gioco collettivo favoloso. A farne le spese, nell’esordio, è l’Uruguay, battuto 2-0 al termine di un incontro giocato di fatto a una sola porta. Gli olandesi sono dappertutto e i poveri uruguaiani riescono raramente a passare la metà campo.

 

Può una partita di calcio, per di più di oltre 40 anni fa, spiegare il concetto di smart city? Si, se a farlo è Matteo Casanovi, visionario presidente di SilFispa la società dell’illuminazione di Firenze che nel giro di pochi decenni è passata dai luciai in bicicletta per la città ad accendere e spegnere le lanterne ad una moderna control room che non ha nulla da invidiare a Seattle e guarda a quella di Mosca e che è di fatto la sala di controllo dell’intera città.

 

Cosa hanno in comune l’Olanda del calcio degli anni 70 e le smart city? Entrambe si basano su un cambio di paradigma, ma cos’è questo cambio di paradigma? Come ha scritto Thomas Kuhn nel suo libro più importante: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, il cambio di paradigma o scienza rivoluzionaria descrive un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Così l’Olanda calcistica del 1974 con la regola del fuorigioco che diventa tattica del fuorigioco, con la flessibilità di ruolo e di funzione: cioè che tutti devono sapere giocare in qualsiasi posizione del campo, con l’idea che il campo riescano ad espanderlo e restringerlo a piacimento, che tutti devono avere velocità di pensiero e che la ricerca dello spazio debba essere scientifica cambia il modo di pensare al gioco del calcio; così le città attraverso il digitale, la connessione costante e continua di reti, le analisi dei dati che arrivano sempre in maggiore quantità e con nuovi modelli di governance cambiano se stesse.

 

Il primo #innovaoff fuori dai confini emiliani ha preso Firenze, la prima città a mettere le colonnine per la ricarica dei motorini elettrici o a posare fibra ottica propria, come case study e materia di confronto per un gruppo di innovatori arrivati da diverse regioni d’Italia mossi dalla voglia di discutere e ragionare, insieme, sul tema delle città intelligenti.

 

Se l’uomo vitruviano attorno al quale si è sviluppato il calcio totale dell’Olanda era Cruijff, SilFispa ci ha spiegato che la città smart, la città della tecnologia, dei sistemi intelligenti e via dicendo non può prescindere dall’uomo. Già perché la giornata fiorentina ci ha dato la consapevolezza che il capitale umano è quanto mai fondamentale non solo per costruirla la smart city, ma soprattutto per gestirla. Nessun algoritmo sarà mai in grado di gestire una situazione come fa l’essere umano.

 

A pochi chilometri da casa (per noi che veniamo dall’Emilia), senza scomodare la silicon valley e senza bisogno di entrare in bunker con addosso i camici bianchi c’è l’Olanda delle municipalizzate e c’è una visione tale per affrontare – provando a vincere – la sfida del cambiamento. Già perché la smart city e con essa gli smart citizens e la smart nation si costruisce non solo se si comincia a fare quello che non si è mai fatto prima, ma soprattutto quello che non si è mai pensato prima. Insomma mettere, in una sola parola, la visione al potere.

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