Populisti vs Antisfascisti. Benvenuti nella Terza Repubblica.

di Federico Macchi

 

Primo giugno duemiladiciotto, chissà se un giorno questa data entrerà nei libri di storia. Noi, essendoci dentro fino al collo, non possiamo che prenderne atto e fare supposizioni che tra un secolo qualcuno confermerà o smentirà.

 

Oggi, a tutti gli effetti, nasce il primo Governo populista. L’accordo tra la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle sembra apparentemente incomprensibile. Troppo facile liquidare la faccenda affidandosi a qualche luogo comune o chiacchiera da bar del tipo “Guarda cosa non si fa pur di poter governare”. Salvini e Di Maio sono due leader giovani, hanno basato fino ad oggi la loro carriera sul criticare e “distruggere” i Governi precedenti, e sanno che se il loro esecutivo non fosse, almeno un po’, stabile rischierebbero tra qualche anno di essere ripagati con la stessa moneta. Non avrebbero faticosamente trovato un accordo pur di riuscire a governare se non avessero qualcosa di simile, qualcosa che li lega e che dà ai gialloverdi speranze per il futuro.

 

Ma è un qualcosa che non si può notare se si rimane nella solita concezione della dicotomia destra/sinistra. “Ma cosa è la destra, cosa è la sinistra”, cantava un profetico Gaber qualche anno fa. Siamo rimasti arroccati in una divisione che non esiste più, perché era tutto più chiaro. Quando si ragiona in “versus” è più semplice. Ronaldo vs Messi. Pantani vs Armstrong. Frodo vs Sauron. Prodi vs Berlusconi. È tutto così forzatamente limpido che ti ci affezioni, e non vuoi più cambiare visuale. Ed è questo quello che sta succedendo. Certo, destra vs sinistra. Progressisti vs conservatori. Poi Renzi prende voti da un elettorato di centrodestra, i Pentastellati al Nord prendono i voti del PD e al Sud quelli degli ex-Berlusconiani e non ci si capisce più niente. Perché bisogna cambiare prospettiva, la nostra concezione classica è ormai anacronistica. Bisogna trovare una nuova divisione.

 

Il populismo non è né di destra né di sinistra. È populismo, è calamita per il malcontento, è reddito di cittadinanza, è “Prima gli italiani”, è “Make America great again”. È qualcosa di nuovo, la metà di una nuova dicotomia. Spetta noi cercare l’altra.

 

Il nome lo abbiamo già. L’ha trovato (o meglio, identificato) Renzi qualche giorno fa: “anti-Sfascismo”. Semplice, d’effetto, con qualche richiamo novecentesco che rende il tutto un po’ più provocatorio. Chiamateli “moderatismi” se volete. È la voce ferma e calma davanti a chi urla all’”impiccimient”. È un programma realistico contro un contratto del cambiamento che per essere attuato nella sua interezza ha bisogno di 107 miliardi di euro. È l’alternativa giusta. DEVE essere l’alternativa giusta.

 

C’è chi dice che non funzionerà mai, che ormai non è più tempo per questo genere di idee, che è l’epoca dei populisti. Ma da quando il mondo è unidirezionale? Da quando le alternative non attecchiscono? Da quando abbiamo smesso di ragionare in dualismi? L’antisfascismo funzionerà proprio perché è l’alternativa. Non importa quanto Salvini, Di Maio, la Le Pen o Trump possano apparire forti. Ciò che è diametralmente opposto finirà per attecchire. Perché? Perché è nella natura umana. Perché le persone tendono a dimenticare velocemente cosa c’era prima, e a ricordare di più e con più forza ciò che una persona ha sbagliato rispetto a ciò che ha fatto giusto. Quindi prima o poi (vista l’inesperienza della maggior parte, più facile prima che poi) i gialloverdi commetteranno qualche errore, e questo farà perdere loro tutto l’appoggio che prima avevano. E ad attenderli al varco ci sarà un fronte moderato, compatto, unito che si mostrerà come alternativa di (senza citare Salvini) vero Buon Senso.

 

Gli Antisfascisti devono perciò attendere, e sfruttare questo tempo per ricompattarsi per essere veramente credibili. Presto sarà il loro momento.

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