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Il coraggio di cambiare il centrodestra

di Valentina Mazzacurati 

 

Il centrodestra, che a oggi è la prima coalizione in Italia, piuttosto che cercare una ricetta vincente per rifondarlo, è necessario capire se ha gli strumenti per soddisfare i bisogni dei cittadini. Occorre capire se sia provvisto di quelle menti lungimiranti e capaci di guidare un paese.

 

Dal 2008 il Paese vive una situazione di crisi economica, sociale e valoriale che ha portato il paese allo stremo, non solo economicamente, ma anche in termini di fiducia nelle istituzioni e nella classe politica da parte dei cittadini. Ciò che lo dimostra è anche la precaria pace sociale che si palesa sempre più spesso in continui e frequenti scontri tra facinorosi, contro le forze dell’ordine, l’aumento di omicidi famigliari, suicidi di giovani in condizioni di disagio.

 

Un paese allo sbando, senza una guida autorevole che abbia avuto il coraggio di affrontare la crisi non solo sul piano di numeri del bilancio dello stato, ma soprattutto sociale. Carenze che hanno reso l’Italia una nazione senza sovranità e rispettabilità agli occhi degli osservatori esterni e degli attori Europei ed internazionali. In questi anni l’Italia ha perso occasioni d’oro per poter cambiare strutturalmente il paese e far ripartire l’economia.

 

Restiamo con la Grecia il Paese che più resta attardato ora che la ripresa pare ufficialmente ripartita, il problema principale dell’Italia resta la stagnazione, anzi l’arretramento della produttività. In questo clima ,la politica dovrebbe elaborare strategie serie e profonde riflessioni sul futuro del paese.

 

Come sempre nei momenti di crisi, non possiamo che ripartire dai nostri valori, da quei capisaldi che hanno retto l’Italia permettendole diventar una grande potenza competitiva per molti decenni nel panorama internazionale. Non solo Dio , patria e famiglia, ma anche libertà, uno Stato meno ingerente, meno tasse; meno tutto ciò che non sia diretto all’efficienza, all’efficacia e alla visone di uguali possibilità per tutti. Un centrodestra che sappia recuperare e rafforzare quel ceto medio che ha reso produttiva ed all’avanguardia l’Italia negli anni 90.

 

Forza Italia è stata ed è una bellissima storia, motore dell’Italia per vent’anni, purtroppo però , oggi quell’idea rivela i suoi limiti. Ed ora, è più che doveroso, da parte delle generazioni che devono ricostruire questo paese, ripagare della grande rivoluzione liberale, iniziata da Silvio Berlusconi, pensando a come superare quel modello di Forza Italia senza dimenticare l’esperienza positiva di una proficua alleanza con la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia. L’esperienza ci insegna che gli italiani sono natura conservatori ed hanno sempre premiato i governi autorevoli, guidati da una classe dirigente che infondesse in loro sicurezza e fiducia.

 

Dopo anni di politica intesa come continuo scontro tra partiti fortemente caratterizzati dalle ideologie, la necessità del popolo italiano è oggi, a mio parere, quella del ritorno al pragmatismo che fu caratteristica essenziale della politica fin dai tempi dei Greci e dell’Impero Britannico. Quindi, senza personalismi, occorre capire se esiste un minimo comun denominatore tra le forze di centrodestra, per strutturare, anche e soprattutto sul territorio un partito che possa attrarre i moderati, liberali, cristiani e , soprattutto, le persone di buona volontà e buon senso.

 

Occorre riappropriarsi di una rete di persone, amministratori, professionisti che insieme ricostruisca il centrodestra inteso come partito unico formato dall’insieme delle diverse anime del centrodestra.

 

Noi, i ricostruttori, che abbiamo negli occhi e nel cuore il Presidente Einaudi, De Gasperi; a anche J.FKennedy, Adenauer, Churchill… noi che con questo spirito siamo pronti a dare un futuro all’Italia.

 

L’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatori, dei ritardi è da considerarsi chiusa. Ora inizia il periodo delle azioni che producono delle conseguenze.” W. Churchill

Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la mia porta

di Alba Bellofiore

@albabellofiore @pepper_mind2018

 Sono nato solo e non c’era nessuno dietro la porta della sala parto ad attendere il mio primo gemito. Nessuno a guardare il mio primo sorriso. Nessuno in attesa dei miei primi passi, la mia prima parola. Nessuna madre, e o padre, ad immaginare il mio futuro. Nessuno. Ero solo e non sapevo ancora che lo sarei stato per il mio tempo a seguire.

 

Ho vissuto una lunga età con me stesso, ed insieme a sconosciute persone che per mestiere hanno trascorso con me i miei giorni orfani. Ero solo e voi, la stragrande maggioranza di voi, non sapete cosa vuol dire. Ogni prima domenica di maggio, ogni diciannove marzo, nelle vostre famiglie più o meno felici, festeggiate la vostra casa di affetti. Ostentate con innamorata spontaneità familiare la vostra capanna d’amore. Non ricordate, giustamente, che ci sono anch’io. Io che, senza colpa, sono nato solo. Dispiace per me e sono felice per voi. Non auguro a nessuno di nascere, crescere e scoprirsi solo e non voluto. È sufficiente portare con me il mio dolore nella speranza che a nessun altro accada.

 

Nelle pagine di questa vita anche io ho scritto la mia storia. Sono qui per spiegarvi che l’amore unisce nel cuore di chi decide di amarti. Generare con il proprio corpo, che sia con gestazione o con inseminazione , non attribuisce per direttissima l’appellativo di genitore.

Una domenica di maggio di qualche anno fa accadde che due sconosciuti sono venuti a prendermi: lei aveva un soprabito rosso, lui una camicia celeste abbandonata sino al collo, io ero già divenuto un bambino solo. È passato del tempo prima che imparassi, che mi fidassi, che non vivessi più nel timore quotidiano che l’amore a me donato mi fosse tolto. Immaginate di non aver mai avuto fra le mani la cosa più preziosa che esiste in natura, poi, quando qualcuno deciderà di condividerla con voi avrete quella paura dentro (quel timore che talvolta ti rende incapace di vivere) che da un momento all’altro tutto possa fuggire via.  

 

Prima che chiamassi loro madre e padre sono trascorsi molti mesi. Poi accadde per caso ed in modo spontaneo. Diventando famiglia imparai anche a conoscere la paura di perdere qualcuno che ti aspetta, che attende una telefonata. Che cerca e trova un abbraccio.

Il mio aspetto è simile al bambino che trovate sullo scatolo delle barrette Kinder. Quell’immagine conservatrice di perfezione, monito ed esempio della famiglia uomo e donna, sposata, benestante, che porta avanti la nazione. Che sforna generazioni di famiglie perfette.

 

Sono cresciuto solo in uno stato che tenta di non essere conservatore. Dice di voler correre invece cammina spesso in  ultima fila, si sposta un po’ più in là e fa passare avanti il prossimo legislatore innovativo nel paese di fianco.

Io sono nato solo, non è stata colpa del mio stato. Sono rimasto solo per molti anni a seguire, questo potrebbe essere colpa del mio stato.

 

L’istituto delle adozioni necessità di una risposta al procedere dei tempi: è obsoleto, discriminatorio, lento. Dicono essere complicato modificarlo, eppure le innovazioni da introdurre sono la semplice traduzione in disposizioni normative di ciò che effettivamente è famiglia nella società Italiana (ed europea) in cui godiamo della nostra cittadinanza. Le coppie conviventi, i single che hanno intenzione di divenire famiglia, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, esistono anche nel nostro territorio e sono parte della comunità di cui siamo semplici elementi. La famiglia è la formazione sociale in cui c’è amore; che sia eterosessuale, omosessuale, singolo, convivente, unito civilmente o contratto in matrimonio.

 

L’iceberg che affonda i Titanic che vogliono divenire famiglia, superato il ghiaccio discriminatorio di chi gela quell’amore, vive oltre i vincoli del bigottismo della famiglia mulino bianco (probabilmente esistita solo nella fantasia di alcuni), colpisce di burocrazia, elevati costi, procedure lente.  È necessario un sistema celere, smart ed economicamente sostenibile. La mancanza di ciò ha determinato negli ultimi anni un forte calo del numero delle nuove pratiche per l’adozione nel nostro Paese. Mi spiego meglio: famiglia italiana, all’estero, vuol dire esempio di luogo in cui si accoglie meglio e si avvia con maggiore celerità il processo di integrazione nella nuova formazione familiare. Per le associazioni che si occupano di adozioni internazionali gli italiani sono fra i migliori richiedenti nel processo adottivo.

 

Io sono stato fortunato, quando i miei genitori sono venuti a prendermi avevo superato i dieci anni d’età. Dai 10 anni in poi sei dentro il vortice di chi con maggiori complicanze può essere inserito in un nucleo familiare. Adottare un minore è un diritto al vaglio delle prerogative obsolete che abbiamo il dovere di superare con normative progressiste e riformatrici. Lo è, anche, essere adottati. Essere famiglia. Non è una opportunità da vagliare è un diritto.

 

Dopo diciassette anni, su impulso del Tar del Lazio, dovrebbe essere possibile incrociare le caratteristiche dei bambini adottabili e delle coppie disponibili ad adottare su tutto il territorio nazionale, provando così a realizzare il migliore abbinamento possibile per ciascun bambino. L’art. 40 della legge n. 149 del 28 marzo 2001, ha introdotto la banca dati relativa ai minori dichiarati adottabili e ai coniugi aspiranti all’adozione nazionale e internazionale, disponibile a tutti i 29 tribunali italiani per i minorenni.

 

Mi sono chiesto perché ho dovuto attendere così tanto? Cosa sarebbe accaduto se invece di diciassette anni avessero fatto più in fretta? Al tempo, non capivo cosa fosse la legge, la giurisprudenza. Ho scoperto che noi orfani siamo figli dello stato, per questo a volte ci sentiamo figli di nessuno. Quanto vale essere figlio di qualcuno se lo stesso ti obbliga a vivere entro norme e regolamentazioni che sembrano privare il diritto ad essere accolto e amato? La disciplina attualmente in vigore sulle adozioni  stabilisce che in Italia possono adottare un minore solo coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni (nei tre anni possono essere conteggiati eventuali periodi di convivenza precedente al matrimonio, che siano dimostrabili; ovviamente esclusivamente coppie eterosessuali). Tra genitori adottivi e figli adottati la differenza di età non deve essere inferiore a 18 anni e superiore a 45 anni per un genitore e 55 per l’altro. Tuttavia, questo limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli o se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo. Chi non ha avuto il diritto di donarmi amore? Le coppie di fatto, le coppie omosessuali e le persone single. Inoltre, i coniugi che vogliono adottare un bambino devono dimostrare di non essere separate e di essere in grado di mantenere economicamente il minore.

 

Accogliere, crescere, educare, proteggere e amare. È questa  la coniugazione di verbi che chi desidera adottare deve saper unire nel dire e nel fare. Sono molti i luoghi in cui ciò può concretizzarsi: là dove da tre anni si convive e si è coppia di fatto, lá dove si è uniti civilmente, lá dove singolarmente si decide di diventare genitore. Quando sei un bambino orfano vuoi diventare figlio, a questo stato chiedo che si miri a combinare l’associazione figlio genitore e non la ricerca folle di una tipologia di famiglia oramai poco frequente e talvolta inesistente. In Italia il numero delle pratiche per diventare genitori adottivi è ormai in calo da dieci anni, tuttavia, non è venuta meno la volontà, semplicemente, ha avuto la meglio ciò che fa da ostacolo alle nuove formazioni.

 

Io ho avuto un pregiudizio, è sorto in me negli anni d’infanzia, quello di comprendere se io per qualcuno esisto, sono, significo. Io che dietro quella porta non avevo nessuno ad aspettarmi. Io, che oggi ho una famiglia, nutro ancora il desiderio che sia così per tutti.

 

Sono Alba Bellofiore ed ho provato ad indossare i panni di migliaia di bambini in Italia, e molti altri ancora nel mondo, che sono nati soli. Per piantare e condividere l’inconfutabile certezza che una Riforma dell’Istituto delle Adozioni nel nostro paese è fondamentale, necessaria ed urgente.

 

newsletter innòva nòvaletter16

Nòvaletter16

Ci eravamo dati due obiettivi: trasformare il sito di innòva in un blog magazine, affidando la direzione a Luca Murrone, e continuare a discutere di innovazione, tra un’edizione di #innova e l’altra.

Nella nostra newsletter, scritta da Alessio Pecoraro, vi raccontiamo come si stanno sviluppando i nostri obiettivi e tante altre cose.

 

Buona lettura! (QUI  per leggerla)

Lavoro

Può esistere una politica contro la disoccupazione?

a cura di Benedetta Cosmi

 

Può esistere una politica diversa dal tassare il lavoro con una mano e con l’altra dare incentivi una tantum per provare a sconfiggere la disoccupazione?

Credo nella forza delle persone, anche quando gli slanci sembrano cancellati e i sogni infranti.

Perchè fare tante eccezioni più che poche chiare regole non mi convince.

Il lavoro è il tema dei cittadini.

Crediamo nel ruolo delle parti sociali, nei corpi intermedi, nella rappresentanza.

Innovare non vuol dire fare volentieri a meno di loro. Ma partire innovandoli da dentro. È quello che penso di aver contribuito a fare dirigendone nel capoluogo lombardo il primo dipartimento innovazione di un sindacato.

L’impegno, dovrà coinvolgere tutti su questo tema, nella prossima legislatura, con tutte le nostre forze, con il coraggio di soluzioni nuove, più giuste, più innovative, meno costose per lo Stato e per i cittadini. Andranno accorciate le distanze, abbattuti i compartimenti stagni, superato il si è sempre fatto così. La disoccupazione giovanile, quella di donne e uomini che nell’economia dei lavoretti non hanno più trovato sicurezze, di padri di famiglia insolventi con lo Stato – con la loro partita IVA che continua a far scattare come il tassametro di un taxi i contributi non versati nei mesi, lunghi anni, della crisi. Quei buchi contributivi nell’album di famiglia di un ceto medio che non c’è più.

Innova 2017 foto di gruppo

Innòva: Ieri, Oggi, Domani

di Luca Giuseppe Murrone

 

<<Io mi ricordo di 4 ragazzi con la chitarra>> dice una celebre canzone di Antonello Venditti dal titolo “Notte prima degli esami” e che ricorda a tutti noi, con brividi e nostalgia, gli anni di quella “maturità” vissuta con ansia, tensioni e domande verso il futuro prossimo. Oggi che siamo un po’ tutti più maturi e che la chitarra la teniamo solo per occasioni romantiche (come i falò sulla spiaggia ad esempio) di esami ne viviamo ancora ogni giorno.

Le tensioni crescono e le ansie ci affliggono la mente facendoci ricordare come scriveva Antoine de Sainte-Exupéry nel suo “Piccolo Principe” che “tutti gli uomini sono stati bambini un tempo, ma pochi di essi se ne ricordano”. A volte, noi generazione di “romantici sognatori” pensiamo con maturità indistinta che occorre ricordarsi di quando eravamo bambini per affrontare al meglio i problemi della vita.

Un bambino è stato il “ieri” del progetto #innòva che La Fondazione Ora! di Reggio Emilia ha deciso di accudire, far crescere ed educare sotto il segno, appunto, dell’innovazione. Chi ha detto che con la cultura non si mangia sbaglia e con il ieri, oggi e domani di #innòva abbiamo provato e stiamo provando a dimostrarlo. Vogliamo, in questo Oggi, lasciarvi un segno ancora più bello e significativo. Vogliamo strappare sorrisi perché, come dicono gli ultimi vincitori di Sanremo Ermal Meta e Fabrizio Moro “il mondo si rialza con il sorriso di un bambino”.

Forse “non abbiamo fatto ancora niente” e “il fare bene” è un imperativo per un domani che è già qui ad aspettarci. Dopo tre edizioni di #innòva abbiamo deciso di aprire questo spazio dove scriveremo e condivideremo con Voi idee di innovazione, cultura, bellezza perché a noi l’idea del “condividere” i pensieri innovativi piace tanto. Saremo, infatti, tutti protagonisti, nessuno escluso, di  questo bel viaggio che ha una direzione comune: “innovare”. Innoviamo nel pensiero, nelle idee, nell’educazione, nel mondo del lavoro, innoviamo in tutti i campi possibili ed immaginabili.

Sarà un viaggio bello, intrepido  e difficile come quello che alcuni ragazzi hanno scelto di intraprendere da tre anni a questa parte. Portare un po’ di aria nuova, sana e soprattutto innovativa,  in un Paese dove c’è sempre più bisogno di questo tipo di aria è stata ed è tuttora una bella sfida ma si sa, in fondo ci siamo definiti “romantici sognatori”. Buon viaggio a noi.  Il domani è già qui ed è più innovativo che mai.

storie innovative

Cantiamo storie innovative

Di Alessio Pecoraro 

@AlessioPecoraro

 

Un antico proverbio indiano recita più o meno così:

Dimmi un fatto e apprenderò, dimmi una verità e crederò, ma raccontami una storia e vivrà nel mio cuore per sempre.

 

Raccontare storie è intrinseco alla natura umana. Una buona storia avvicina oggetti, eventi e idee apparentemente lontane, creando un legame narrativo – e quindi di senso – tra di loro. Le storie hanno la forza di connettere le persone, di creare un livello comune di valori e di esperienze in cui riconoscersi e condividere emozioni. Anche l’innovazione ha bisogno di raccontare storie. Quando abbiamo deciso di partire con il progetto “innòva” volevamo parlare di innovazione, farlo a casa nostra, già perché a Reggio Emilia sul versante dell’innovazione qualcosa di bello ed interessante sta succedendo, e soprattutto farlo a modo nostro, introducendo un modo nuovo di comunicare il cambiamento, anche tecnologico.

L’innovazione ha bisogno di novelli cantastorie, o come si dice adesso story-teller, capaci di narrare non tanto le gesta del pelide Achille ma i progetti dell’astuto Ulisse, non tanto la giocata del giocatore con la maglia orange numero 14 ma le visioni di Rinus Michles che hanno ispirato negli anni Sacchi, il profeta del grande Milan, e Guardiola. Di prefigurare il futuro prossimo più che celebrare un glorioso passato. Parlare di qualcosa che esiste da poco o di cose di cui l’interlocutore non è a conoscenza (e potrebbe non comprendere) è dunque la nostra grande sfida comunicativa alla quale abbiamo deciso di aggiungere un ulteriore strumento: il blog.

Vogliamo parlare di innovazione, intesa come un nuovo modo di vedere le cose, giorno dopo giorno e vogliamo dare voce a chi oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e meno giovani, operai e imprenditori, italiani e stranieri, destra e sinistra.

Abbiamo deciso di scommettere sull’innovazione, dopo tre edizioni di innòva possiamo dire che la scommessa, grazie ai tanti che ci hanno creduto e che ci hanno dato fiducia, l’abbiamo vinta. Ma fermarci non è nelle nostre corde, come scrive Kerouac nel suo “Sulla strada” –  “Ero pronto per ripartire” – e noi vogliamo coinvolgere le persone, partendo dai giovani talenti che spesso nel nostro Paese sono relegati nelle retrovie. Sentirete le loro parole alle nostre iniziative ma leggerete i loro pensieri su questo strumento che sarà un po’ magazine un po think tank, insomma un po’ giornale e un po’ laboratorio di pensiero.

Don Primo Mazzolari, conosciuto come il parroco di Bozzolo piccolo centro nel mantovano, scriveva “Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura” voglio inaugurare proprio con queste parole questo nuovo spazio, questo nuovo blog, questa nuova palestra di pensiero.