Tempus Fugit, innovare un partito.

di Davide Ricca
@dadoricca


Ogni giorno che passa è un giorno in più di consapevolezza. Non è stato sufficiente chiedere l’innovazione, lottare per essa, proclamare il nuovo. Il Partito Democratico ha provato a traghettare le migliori tradizioni politiche di questo Paese nella contemporaneità. Ha provato a mettere insieme chi ha guidato l’Italia nel dopoguerra pensando che attraverso le loro capacità riformatrici si potessero affrontare e risolvere la crisi di partecipazione, il crescente senso di sfiducia nelle istituzioni, il lento ma inesorabile dissolvimento del sogno dell’Europa Unita, la sfida dell’interconnessione reciproca, il mutamento delle relazioni sociali e personali cui assistiamo grazie ad un accesso all’informazione sempre più diretto e immediato attraverso i social media. Ha provato a farlo immaginando di riformare se stesso da dentro, lo hanno provato a fare giovani uomini e giovani donne introducendo all’interno del linguaggio della sinistra il concetto di leadership così caro alla cultura anglosassone (tanto da non riuscire ad essere compiutamente tradotto in italiano), ma decisamente alieno a quella italiana.

Innovare da dentro, cambiare. Renzi non ce l’ha fatta. Lo sforzo riformatore si è scontrato, da un lato, con la personalizzazione del progetto, senza la quale però, ricordiamocelo, non sarebbe stata possibile neanche la scalata del PD, e, dall’altro, con il fallimento della disintermediazione. In molti, infatti, ripetono che il problema vero più che le riforme, tante, forse troppe tutte assieme, è stato l’aver immaginato un riformismo dall’alto senza la partecipazione di quelle soggettività comunitarie, corpi intermedi, sindacati, associazioni di categoria, che si sono sentite scavalcate e accantonate nella loro principale ragion d’essere: la rappresentanza di interessi particolari, collettivi e anche un po’ corporativi. Non basta, insomma, fare una buona riforma in Italia, bisogna accompagnarla, aspettare che penetri nel tessuto connettivo della società, discuterla e condividerla, o almeno, mi si consenta un po’ di perfidia, far finta di condividerla con chi rappresenta il segmento di Paese toccato dalla riforma medesima.

Con Renzi ha fallito un intero movimento, in cui il sottoscritto è immerso fino al collo, che voleva tutto e subito, che credeva nell’adesso, che ha spinto l’ex Sindaco di Firenze ai vertici di quello che per un attimo è stato il più forte partito socialdemocratico Europeo. Tanto viene imputata all’ex segretario la mancata concertazione con le parti sociali, quanto gli viene rimproverato dai suoi l’eccesso di mediazione interna al partito, una volta presone la guida. “Renzi non ha rottamato”, “Non ha cambiato nulla nel Partito”, “Non ha costruito una sua classe dirigente”.

Da qui deriva una suggestione che può, però, condurre e significare la possibilità di un nuovo inizio per il campo riformista italiano. Immaginiamo per un attimo che si debba fare esattamente l’opposto di quello che abbiamo fatto fino ad oggi; cioè che l’impossibilità della riforma dall’interno dei partiti esistenti provenienti dal secolo scorso comporti l’urgenza di costruire percorsi di partecipazione ex novo, come ci suggeriscono i successi di Podemos in Spagna, dei Cinque Stelle in Italia e di En Marche in Francia (e per certi versi del primo Obama e di Organizing for America negli Stati Uniti) e che la necessità di considerare le diverse soggettività sociali come interlocutori imprescindibili conduca, invece, a comporre nuove forme di riformismo partecipato.

Lo sforzo di mediazione interno al partito, che ha portato via troppe energie all’impulso rinnovatore di Matte Renzi, andrebbe quindi concentrato sul dialogo con la società. La mediazione nel partito andrebbe contemporaneamente ridotta sfruttando al massimo quegli strumenti come le primarie o il referendum cui il PD non ha mai creduto veramente, introducendo una base associativa molto più ampia, più libera e difficilmente intruppabile in cammellamenti correntizi.

Mi iscrivo quindi tra coloro che pensano che innovare oggi, nel campo riformatore, significhi per lo più spostare l’accento su un nuovo partito piuttosto che su un partito nuovo. Chi ha creduto nello sforzo programmatico elaborato alla Leopolda deve lanciare un appello rivolto direttamente al Paese. Questo appello deve utilizzare un linguaggio politico fondato su un nuovo vocabolario, che non si fossilizzi sulla geometria disegnata dai posti occupati dai deputati così come siamo abituati a vederli seduti dalla Rivoluzione Francese in poi. Oltre che un nuovo glossario servirebbe quindi anche nuova architettura, rivisitando la stessa forma ad emiciclo delle aule parlamentari

Basta con la diatriba/dicotomia iscritti versus elettori, abbiamo bisogno di un partito che mantenga un dialogo aperto, un appuntamento annuale, fisso, costante, in un unico giorno, nel quale chiamare a raccolta chiunque si senta parte del progetto democratico e riformista. Quel popolo che è quello delle ragioni sconfitte del sì al referendum costituzionale, che continua però ad essere la più grande maggioranza relativa che si sia mai organizzata nella storia politica dell’Italia Repubblicana. Circoli e sedi ovunque (anche on line) senza la necessità di rappresentanza territoriale o tematica esclusiva

Ecco la suggestione, ed ecco la via per l’innovazione del PD, o meglio per la novazione del PD:

  • un nuovo statuto;
  • un nuovo linguaggio;
  • un’unica base associativa, costruita con le primarie;
  • un appuntamento annuale, celebrato in un unico giorno durante il quale si possa aderire ex novo o confermare e rinnovare la propria appartenenza, esprimendosi su classe dirigente, candidature e scelte di indirizzo (primarie e referendum)
  • un’organizzazione semplice e diffusa
  • un programma di partenza: le riforme, anche costituzionali
  • un metodo: la mediazione con il Paese prima che la mediazione interna

Ogni giorno che passa, dicevamo all’inizio, aumenta la consapevolezza, ma ogni giorno che passa è anche un giorno in meno per la costruzione di un soggetto capace di prendersi cura del Paese, che metta l’accento sulle pari opportunità in partenza per tutti, senza cedimenti al populismo e al sovranismo. Solo attraverso questa novazione passa la possibilità di riaccendere non solo la speranza per i democratici e riformatori, ma anche lo stesso “Progetto Europeo”. Solo così ci saranno gli Stati Uniti d’Europa. Non perdiamo altro tempo.

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