Un serio protocollo della comunicazione d’emergenza è ormai necessario

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La diffusione dell’epidemia da coronavirus ci ha messo in uno stato di emergenza, un assoluto inedito, almeno in epoca moderna, che ha trasformato il quotidiano in emergenza. Anche la comunicazione istituzionale si è fatta (quasi) monotematica ed ha cambiato alcuni dei suoi tratti distintivi. Abbiamo chiesto a Gianluca Garro, 41 anni, giornalista e appassionato della Juventus e responsabile della comunicazione dei rapporti con la stampa del Dipartimento CasaItalia della Presidenza del Consiglio dopo un’esperienza decennale proprio in Protezione civile la sua opinione sul tema.
 
Garro, vede elementi innovativi per quanto riguarda la comunicazione istituzionale dell’emergenza da coronavirus?
«Più che elementi innovativi vedo un buon utilizzo dei social network e delle loro potenzialità. Uno sforzo che poi è anche crossmediale, visto l’utilizzo del sito internet contemporaneamente ai social. I siti istituzionali forse cominciano a mostrare i segni del tempo ma hanno l’indubbio pregio di permettere un approfondimento a chi lo cerca, non ritenendo sufficiente quello che trova sui social o in TV. Da segnalare poi anche lo sforzo del Ministero della salute che comunica all’indirizzo http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus. Ottima anche la sezione delle F.A.Q. sul sito del Governo. Il sito della Protezione civile che si presenta lineare e chiaro, anche se più foto e video non guasterebbero, con una sezione dedicata all’emergenza con una scheda in open data molto ben fatta e chiara. Interssante anche il lavoro dell’Agenzia digitale (A.Gi.D.) che propone il sito https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/ dove è possibile trovare un’offerta sterminata di aziende di Information technology e non solo che propongono offerte molto interessanti per questo periodo di grande emergenza. Tutti poi, anche il Ministero dell’Istruzione, hanno un’attività costante sui social molto seguita dai cittadini. Le dirette Facebook poi impazzano, tanto che ne hanno fatto un uso direi virtuoso sia il Presidente Mattarella che il premier Conte per non parlare dei leader politici. Resiste la collaudata ed efficace conferenza stampa del Capo della Protezione civile quotidianamente accompagnato da un esponente dell’Istituto superiore di sanità con il bollettino in questi giorni durissimo sull’emergenza. La continua informazione attraverso un incontro giornaliero o anche ripetuto più volte al giorno è un marchio di fabbrica della comunicazione della protezione civile degli ultimi anni. Mi chiedo se questa formula possa durare nel tempo quando i termini di un’emergenza nazionale si allungano. A mio avviso è molto utile nei primi giorni a cadenze prima giornaliere e poi bisettimanali. Dopo un po’ può generare ansia». 
Vista la sua esperienza possiamo considerarla un esperto di comunicazione delle emergenze. Quali sono, secondo lei, gli elementi di diversità tra questa emergenza da coronavirus  e quelle del passato?
«Beh vedo differenze enormi. Perché nessuna calamità è paragonabile alla pandemia per via dell’ubiquità di tale rischio. Addirittura un’esplosione dei nostri vulcani, nonostante possa essere altamente catastrofica e tragica sarebbe comunque circoscritta ad un’area più o meno grande del Paese. Il coronavirus tocca Milano e allo stesso tempo Mazara del Vallo, magari non con gli stessi numeri, ma di certo con gli stessi timori che derivano dall’esposizione al rischio. Non solo, si tratta di un’emergenza mondiale. Nelle prossime settimane non esisterà Paese al mondo che non ne sia toccato in modo più o meno grave. Infine dal punto di vista dell’agenda setting è devastante. Non esiste altra notizia perché tutte le notizie nascono all’interno della tematica. Il coronoavirus è cronaca, ma è anche politica, esteri, economia, cultura, sport. E allora si deve fare comunicazione d’emergenza in tutti gli ambiti. I professionisti della comunicazione che si occupano di emergenza dovranno fare di necessità virtù ancor di più che in passato lavorando tutti insieme nell’ottica del coordinamento della comunicazione (fatta salva sempre la libertà di pensiero ex art 21 della Costituzione) si deve capire che non si può andare in ordine sparso, parlo almeno delle PA ma non solo, vista l’estensione del sistema della protezione civile». 

Oltre ai comportanti imposti dalle nuove leggi quali sono le cose da non fare on-line e sui social network in momenti come questo?
«Quello che eviterei maggiormente è il fenomeno delle previsioni. Tutti noi ci dividiamo grossolanamente in ottimisti e pessimisti. Vedo però quasi una corsa alla previsione più catastrofica possibile, tra l’altro da account gestiti da chi è lontanissimo da qualunque tipo di decisione o che proprio non sa nulla di ciò che sta succedendo veramente. Allo stesso modo nelle settimane scorse furoreggiavano coloro che minimizzavano, puntando anzi a messaggi tipo “non ci fermiamo”, spesso lanciati a fin di bene che però poi si sono rivelati fatali nell’ottica dell’allargamento del contagio. E poi ancora tante polemiche di “campanile”, scontri tra tifosi di partiti politici o di squadre di calcio. Ancora troppa rabbia, rancore e odio che sui social vivificano beatamente, si sa».  

In questi giorni si stanno impazzando videocall, streaming, piattaforme di co-worlking on-line, sta aumentando la fruizione di risorse come videolezioni, seminari on-line, webinar. Pensa che passata questa emergenza saremo più educati alle numerose occasioni offerte dal digitale oppure no?
«Ecco, su questo sono molto ottimista, questo forse sarà il più grande cambiamento nelle nostre abitudini quotidiane nel tanto agognato “dopo emergenza”. Le amministrazioni pubbliche come le aziende private dovranno approfittarne. In queste ore si stanno organizzando ritmi di lavoro, si stanno assegnando compiti, si stanno condividendo documenti, si stanno stressando le piattaforme. Tutte cose virtuose per organizzare al meglio lo smart working nel prossimo futuro. Sono convinto che aumenterà e di conseguenza diminuiranno le giornate lavorative passate in ufficio al desk. Bisogna vedere questa chance con favore non perché ci “costringe” a casa ma perché aumenterà il tempo da organizzare autonomamente».