Carta d’identità sui social? Gli esperti bocciano Marattin

 

“Non possiamo andare avanti con la fogna che è diventato il web”. È Luigi Marattin, 40 anni, deputato di Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi, a lanciare la battaglia ad hater e fake news proponendo che anche i social network, per legge ed avvalendosi di autorità terze, possano essere messi nelle condizioni di garantire che ad un account corrisponda un nome e un cognome di una persona reale, eventualmente rintracciabile in caso di violazioni di legge (qui la petizione) .

 

Marattin sta lavorando dunque a una proposta di legge per rendere obbligatorio l’uso di un documento di identità per registrare un profilo sui social network. Proposta che ha fatto e sta facendo discutere. Abbiamo chiesto a sei esperti la loro opinione sulle questione:

 

«Rintracciare chi vìola la legge sui social è già possibile grazie al lavoro della polizia postale» spiega Mattia Morolli assessore del Comune di Rimini ed organizzatore del TEDxRimini che aggiunge: «Il nostro corpo di Polizia Postale è il migliore a livello internazionale, la politica dovrebbe lavorare per mettere a disposizione maggiori risorse, tecnologia e personale. Per combattere gli hater e le fake news serve una battaglia educativa, ci vorrebbe l’ora di educazione civica sul web a scuola, ma attenzione non è una questione che riguarda solo giovani e giovanissimi. Basta vedere cosa succede nei gruppi on-line dei genitori di una qualsiasi scuola per capire che c’è da lavorare anche sugli adulti. Sono sorpreso che chi si definisce liberale, come Marattin, voglia inserire una legge, quella dell’uso di un documento per registrare un account social, in vigore in Cina e in Russia».

 

Per Arianna Ciccone fondatrice dell’International Journalism Festival e del blog collettivo Valigia Blu la proposta di Marattin è inutile e impraticabile. «Non c’è nessuna correlazione fra odio e anonimato, la gente odia benissimo a volto scoperto. In rete l’anonimato non esiste, siamo tutti tracciati e rintracciabili tramite il nostro IP con cui ci colleghiamo e navighiamo. Se commettiamo un reato (istigazione all’odio razziale e alla violenza per esempio) ci beccano, odio e insulti non sono reato (l’insulto semmai è illecito amministrativo)». La proposta Marattin per la Ciccone ha un sacco di falle: «Ve lo immaginate l’ente certificatore che deve, secondo la brillante idea del deputato renziano, verificare 30 milioni di carte di identità? Chi garantisce sulla protezione di questi dati? Chi garantisce sull’uso di questa schedatura di massa? I regolatori si dovrebbero preoccupare di estendere diritti, non di restringerli. L’idea di introdurre obblighi generalizzati di identificazione per l’uso dei servizi online è già stata bollata come liberticida e incompatibile con i diritti fondamentali dell’uomo dalle Nazioni Unite nel 2011. Quel gigante di Stefano Rodotà ha spiegato bene il valore dell’anonimato, che in una società democratica andrebbe protetto, proprio per esercitare le libertà politiche e civili senza subire discriminazioni e censure». 

 

La giurista torinese Lorenza Morello liquida così la proposta del renziano «Non sono ne’ a favore ne’ contro, così come su tutti i temi di secondaria importanza».  Ma pone l’accento su un altro aspetto: «Se proprio in un momento di crisi sociale ed economica così importante come quello che stiamo attraversando volessimo parlare di social, penso che dovremmo riflettere se vietare o addirittura proibire l’uso di smartphone e simili ai minori di 16 anni di età. La manipolazione che avviene sulle giovani menti è da sempre oggetto di studio da parte degli esperti. È paradossale che il limite d’età imposto dalla maggior parte delle piattaforme sia 13 anni, ma che nessuno abbia stabilito questa soglia  valutando i social network in sé. Non è una legge pro attiva è semplicemente una legge vecchia di vent’anni sulla raccolta dei dati che stabilisce particolari incombenze per i minori di quell’età. Per evitarle la maggior parte delle piattaforme ha istituito i 13 anni come minimo».

 

Benedetto Gerbasio, 30 anni, ideatore di #StrateCo il workshop dedicato alla comunicazione che si tiene ogni anno a Firenze è una voce fuori dal coro: «Il 90% delle volte sono in disaccordo con Marattin sia per la sua arroganza che per i modi che utilizza per descrivere le sue idee, però ho come l’impressione che questa volta la sua proposta sia stata ingigantita e volutamente travisata. È chiaro che il problema non sono gli insulti sui social o qualche centinaio di profili fake, ma il condizionamento dell’opinione pubblica con fake news e la manipolazione della formazione del consenso. Se mettiamo al centro questi due aspetti allora Marattin ha ragione da vendere. È ovvio che ci vuole una regolamentazione dello spazio on-line, è vero che tutti sono tracciabili attraverso l’IP e chi odia e sa odiare benissimo a volte non si nasconde nemmeno, però il problema va sconfitto a monte. Non è pensabile che qualcuno possa infangare la tua reputazione con insulti, minacce, fake news e solo dopo ricevere sanzioni, dal social network stesso e dall’autorità giudiziaria. Non so se la provocazione della carta d’identità può essere la soluzione però una legge che preveda una facile e rapida identificazione di chi commette reati, diffonde contenuti illeciti e divulga fake news è necessaria, non solo in Italia ma a livello europeo».

 

Dario De Lucia, 31 anni, esperto di social media e digital strategist, «Luigi Marattin ha posto un tema necessario per evitare l’inquinamento del dibattito pubblico on-line. Esigenza forte dopo gli scandali di Cambridge Analityca, ma soprattutto utile per bloccare la proliferazione esponenziale e incontrollata delle cosiddette fake news. Faccio un esempio, la diffusione del messaggio di Salvini è capillare grazie ai ripetitori digitali: almeno 800/1000 fedelissimi ricevono il link dei post su una chat WhatsApp e immediatamente lo condividono sui propri account social e lo rilanciano in altre chat. Contemporaneamente i canali fiancheggiatori inseriscono lo stesso contenuto su più pagine pubbliche attraverso l’uso di bot e profili falsi».

 

Per De Lucia il tema esiste e serve un pronunciamento dello Stato e dell’Unione Europea su come realizzare un controllo. È su un altro aspetto però che dissente con il deputato ferrarese di Italia Viva: «Marattin sbaglia metodo,  per prima cosa bisogna coinvolgere nella discussione gli esperti e i lavoratori del campo digitale. Cosa peraltro non facile perché non esistono associazioni di categoria, albi professionali o sindacati. La cosa più grave è che la petizione ancora attiva sul sito ufficiale di Italia Viva si possa sottoscrivere usando nominativi e indirizzi mail falsi. Nessun sistema antispam, nessuna verifica sull’indirizzo e-mail, token riciclati e nessuna lista pubblica delle firme».

 

«Se si propone una legge per la verifica delle identità on-line – continua De Lucia – bisogna per prima cosa assicurarsi di rendere concreto, nel piccolo ovviamente, quel che si propone. Per iniziare sarebbe bastato rendere più sicuro il trattamento dei dati sul sito di Italia Viva e un controllo tramite invio di carta d’identità, altrimenti è solo acquisizione di dati generica per inserimento in newsletter politiche».

 

Giacomo Poggiali, 27 anni Digital Product Manager, è felice che in Italia si cominci a ragionare della rete vedendone anche i rischi. «La rete è sempre più centralizzata: pochi attori organizzati dettano i temi e influenzano le discussioni, mentre noi partecipiamo allo show con l’illusione della democrazia. Illusione, perché sotto l’apparente libertà di scrivere quello che ti pare girano algoritmi che decidono cosa verrà letto e cosa no».  Anche per Poggiali la proposta Marattin è inefficace. «Si tratterebbe al massimo di una norma ferma cretini. Sia che si voglia rallentare l’odio in rete, sia che si vogliano fermare le reti di botnet che diffondono fake news, chi entra sui social con questi precisi intenti quasi sempre lo fa mascherando facilmente il proprio IP. Lo farà quindi anche per aggirare l’imposizione di Marattin figurando come se stesse navigando dall’estero. I “cattivi veri” insomma sono organizzati, sanno usare l’anonimato in rete in modo da essere invisibili, sfruttano sotterfugi e molti mezzi (ad esempio canali Telegram) per raggiungere l’obiettivo: la diffusione. La cassa di risonanza di questo meccanismo però sono utenti veri, con nome, cognome e se volete anche carta di identità. Gente vera che orgogliosamente diffonde contenuti che non ha creato, senza avere responsabilità».

 

La chiacchiera con Poggiali continua: «Lo scoprì nel 2017 a sue spese un politico italiano che pare avesse assoldato dei giovani per gestire profili falsi con cui spingere il carro su Facebook: pur essendo molti gli account fasulli che controllavano, non erano paragonabili ai profili veri della concorrenza, la cassa di risonanza di “volontari” non organizzata ma sapientemente costruita».

 

«Se Marattin vuole davvero agire per ridurre i rischi del web per la democrazia, si prepari ad avere a che fare coi “cattivi veri”, invece di fare quello che controlla cinque scontrini al bar e pensa di aver affrontato l’evasione fiscale. Studi ad esempio le proposte di Elizabeth Warren negli USA (che infatti fanno paura a Zuckerberg, come dimostra un audio trafugato da una riunione). La sua direzione è questa: se non puoi evitare che alcuni contenuti vengano creati da attori non identificabili, si può agire sulle piattaforme che li ospitano per evitare che si diffondano. Sono sistemi enormemente complessi, con interessi enormi, determinanti per il futuro della democrazia. Vanno studiati e capiti: se vuole, Marattin non faticherà a trovare chi voglia percorrere con lui questa via». 

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