C’eravamo tanto sbagliati

di Federico Macchi

 

Avviso per i più “onesti”: questo è un pezzo da professorone di sinistra. Dispiace un po’ anche a me doverlo ammettere, ma non posso fare altrimenti. O meglio, non voglio fare altrimenti. È inutile continuare a combattere la cosa, sbattersi per evitarlo: ormai chi dice cose impopolari o scomode è un professorone di sinistra. Chi fa critica ed autocritica è un professorone di sinistra. “Come osi fare la morale agli altri, tu che sei un moccioso di 20 anni? Fatti gli affari tuoi e pensa a crescere!”.

 

Non bisogna parlare di ciò che non si conosce. Principio interessante, peccato che sembra che solo alcuni debbano rispettarlo. I NO VAX sono tutti laureati in medicina per caso? I NO TAV sono tutti ingegneri? Tutti quelli che sono sicuri che ci siano tutti i soldi necessari per la manovra finanziaria sono laureati in economia?

 

Il fatto è che la gente parla anche di ciò che non conosce veramente. E per fortuna. Se in un mondo immaginario io potessi parlare solamente di quello che conosco con precisione in ogni suo aspetto, parlerei di Juventus e cucina reggiana. Un po’ limitante la faccenda, soprattutto se devi scrivere su un blog di politica ed economia.

 

Il problema non è che parlano tutti, ma che tutti vengono ascoltati allo stesso modo. L’infermiere e l’ingegnere termo-nucleare possono e devono entrambi parlare del perché è crollato il Ponte Morandi a Genova, ma al secondo darei un po’ più credito che al primo.

 

Quindi, dicevamo, la mia completa ignoranza mi porta a dover fare il professorone, dovendo parlare di quello che non conosco. È effettivamente un ossimoro, ma capitemi, la situazione è molto complicata. Voglio fare una riflessione sul modo di pensare delle persone, che però per definizione sono tutte diverse, quindi non c’è UN modo di pensare, ma sono milioni. Per parlarne, dovrei scrivere 7 miliardi di ragionamenti diversi, tanti quanti sono gli uomini su questa palla di fango e acqua chiamata Terra. Ora, correggetemi se sbaglio, ma il pezzo diventerebbe un po’ lunghetto e probabilmente noioso. Quindi mi tocca svendermi al Dio pagano delle Generalizzazione, e parlare di tutti come se parlassi di uno, con la testardissima convinzione di aver trovato un punto di vista comune a tutti, o almeno alla maggior parte.

 

Ma posso assicurarvi che nella mia testa il ragionamento fila liscio, e forse ha senso perdere 3 minuti a leggerlo. Non posso però biasimarvi se avete una giornata un po’ piena e non avete voglia di rischiare di usare male il vostro poco tempo libero, quindi nel caso vi consiglio di cliccare la freccia in alto a sinistra dello schermo e tornare alla pagina precedente. Lì sicuramente ci saranno decine di articoli molto più interessanti e competenti, anche se non assicuro che non ci siano nascosti lì in mezzo altri professoroni.

 

A te invece che hai deciso di farti del male e continuare a leggere, ti ringrazio e direi che possiamo cominciare. Scusa l’incipit lunghissimo, ma volevo essere sicuro che tu potessi prendere quello che sto per leggerti nel modo giusto. È troppo importante. Ma non per te, per me. Ho bisogno che tu legga senza essere prevenuto, senza decidere di non ascoltarmi in partenza. Ho 20 anni, so cosa vuol dire. Ogni volta che salgo su un palco o prendo la parola davanti a persone tutte più grandi di me vedo nei loro occhi e nei loro gesti che la metà sta pensando: “Figurati se ora mi metto pure ad ascoltare questo che ha 20 anni in meno di me. Ma poi come si permette LUI di venire a parlare a ME? Chi si crede di essere?”. Ecco, oggi questo non deve succedere, non posso permetterlo. Queste non devono essere parole perse nel vento.

 

Se dopo tutto questo hai ancora voglia, direi che possiamo cominciare.

 

C’è un rischio grandissimo che stiamo correndo. Si muove veloce tra i giornali, in televisione, sui social. È qualcosa di effetto, che colpisce tutti, che crea indignazione e che unisce le persone: è la paura del ritorno del fascismo. Ed è un pensiero pericoloso perché non è vero, è finzione: il Fascismo non può tornare per il semplice fatto che nulla ritorna. La storia si ripete costantemente, ma non è mai uguale, c’è sempre qualcosa che cambia. A volte è un dettaglio microscopico, a volte invece la differenza è ben visibile, ma quello che conta è che è sempre tutto, almeno un po’, diverso. Aver paura quindi che accada qualcosa che non può accadere è pericoloso per alcune ragioni.

 

Prima di tutto, non permette di vedere come è veramente la situazione. È cominciata una sorta di caccia alle streghe in cerca del nuovo Duce, e così facendo si tralasciano e si ignorano alcuni personaggi che possono essere ben più pericolosi.

 

In secondo luogo, si svuota di significato la lotta al fascismo. È un po come la vecchia storia di chi grida “Al lupo, al lupo!”: ormai vediamo da ogni parte segnali del ritorno di Mussolini, analogie con il Ventennio, parole dei leaders che sembrano uscite dal 1930 e ormai non ci crede più nessuno. Abbiamo così tanto urlato “Al Fascismo, al Fascismo!” che tanto nessuno più ascolta. Stiamo rischiando di inflazionare quella che è una lotta di princìpi e ideali contro uno dei periodi più bui della storia d’Italia.

 

E soprattutto, perdendoci e indignandoci se 30 idioti (idioti prima che Fascisti, o forse SOLAMENTE idioti) fanno una manifestazione a Roma per il Duce, tralasciando completamente altri aspetti più spaventosi nella vita di tutti i giorni.

 

Precisiamo, sicuramente non bisogna lasciar passare come se nulla fosse dimostrazioni di ignoranza e razzismo come queste. Ma non bisogna pensare che il proprio ruolo di difensori della democrazia termini qui. Ci sono battaglie più grandi da combattere, ma che si preferisce tralasciare perché riconoscere la loro esistenza vorrebbe dire sollevare il tappeto e guardare la polvere che tanto minuziosamente abbiamo provato a nascondere.

 

Perché vorrebbe dire ammettere la totale diffidenza se non odio delle persone comuni verso l’amministrazione, a prescindere da che colore abbia.

 

Perché vorrebbe dire ammettere che, davanti ai tanti problemi della vita di tutti i giorni, molti preferiscono guardare solo in casa propria disinteressandosi completamente di quella scienza dello studio dei problemi degli altri e della società che si chiama politica perché “A me la politica non piace, non ci capisco niente di spread, PIL e visti comunitari”.

 

Perché vorrebbe dire ammettere che siamo un popolo di razzisti, omofobi e sessisti. Che abbiamo paura di chi è diverso e che capire di non essere soli al mondo ci spaventa, e che sostanzialmente siamo egoisti più di quanto vogliamo ammettere a noi stessi. E che per alcune decine di anni tutto questo non è emerso solamente perché siamo stati bravi a fare i finti moralisti, e non perché abbiamo capito di aver sbagliato.

 

Ma soprattutto, perché vorrebbe dire ammettere che la situazione attuale forse non è a rischio di fascismo, ma sicuramente è terreno fertilissimo per tanti tipi di dittatura. E che la Democrazia, e con sé la Repubblica, è molto malata.

 

Non tornerà il Duce, ma la guerra, i morti, il dolore quelli non scompaiono mai del tutto. Si nascondono in angoli bui quando è giorno e aspettano che torni la notte per riemergere.

 

Quindi, a te che sei addirittura arrivato a leggere fino a qua, faccio una domanda: abbiamo bisogno di un altro, ennesimo massacro per capire che, ancora una volta, c’eravamo tanto sbagliati? 

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