Chi era Ponzio Pilato?

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Domenico Seminerio, classe 1944, ex insegnate di italiano e latino nel Liceo
Classico della sua città, Caltagirone, è in libreria con il suo ultimo lavoro “L’inganno di Pilato”, pubblicato da Algra nella collana Fiori blu (qui) a quasi quarant’anni dalla sua opera prima.
Un romanzo storico che mette sotto i riflettori Ponzio Pilato, figura nota per l’episodio della crocifissione di Gesù, ma sconosciuta dal punto di vista storico.
Una storia – quella raccontata da Seminerio nel suo romanzo – che parte da una piccola biblioteca in uno di quei paesini sperduti nel cuore della Sicilia e dal bibliotecario che, con gli scarsi mezzi a disposizione, mette in piedi una ricostruzione storica degli avvenimenti completamente diversa da quella narrata nei Vangeli.  Un viaggio nella ricostruzione storica ma anche in quello spazio più intimo dove risiede la Fede per i cattolici. Incontriamo l’autore pochi giorni dopo il Natale per parlare del suo libro e del protagonista principale.

Professore, la figura di Ponzio Pilato è legata all’episodio del “lavarsi le mani” al momento di graziare Gesù Cristo. Cosa può dirci in più di questa figura tanto conosciuta, ma al tempo stesso sconosciuta ai più?

«L’episodio che cita è riportato solo dall’Evangelista Matteo (27, 24), ma è stato messo in dubbio da diversi esegeti, secondo i quali si tratterebbe di una tarda interpolazione inserita per giustificare l’accusa di deicidio e la susseguente persecuzione degli Ebrei. Va anche ricordato che Pilato non era procuratore, come è attestato nei Vangeli, perché a governare la Giudea, fino al 43 d.C., furono mandati i prefetti, alti ufficiali dell’esercito imperiale, che, per forma mentis e pratica del comando, le mani non se le sarebbero mai lavate. Pilato, inoltre, appartenente alla classe dei cavalieri, era marito di Claudia Procula, parente di Tiberio, e perciò ben addentro nella pratica del potere».

Con questo libro ha tentato di ricostruire storicamente una vicenda riportata solo nei resoconti evangelici, cosa è emerso?

«Rileggendo i Vangeli come si leggono gli atti di un antico processo e senza il filtro abbagliante della Fede, emergono alcune notevoli incongruenze nel racconto dei fatti tanto da indirizzare verso altre soluzioni. Ad esempio appare incongrua la flagellazione pena durissima comminata ai peggiori delinquenti che ne stravolgeva i connotati riducendoli a un irriconoscibile ammasso sanguinolento; la giustificazione che in tal modo Pilato volesse impietosire gli inferociti ebrei appare incongrua perché è ben noto che la vista del sangue eccita la voglia assassina, e degna di un uomo dappoco. E Pilato non lo era. Incongruo è anche il racconto della deposizione e del seppellimento a opera di Giuseppe d’Arimatea, membro del sinedrio, avvenuto al calar delle tenebre, e financo il racconto della scoperta del sepolcro vuoto, di cui vengono date quattro versioni diverse. Va anche tenuto nel debito conto il fatto che l’incontro di Jeshua con Pilato, la flagellazione, l’incoronazione di spine, si svolgono nel pretorio, in cui gli ebrei rifiutano di mettere piede per non essere contaminati. Tutto si svolge quindi alla sola presenza di Pilato e dei soldati romani e si presta a favorire l’inganno con cui il prefetto romano aggira la pretesa di Caifa».

Di  cosa si tratta?

«Caifa vorrebbe che Pilato condannasse a morte Jeshua perché, secondo la legge ebraica, si è macchiato del reato di sacrilegio dicendosi figlio di Dio, reato che non è assolutamente contemplato nella legislazione romana. Caifa allora accusa Jeshua di minare l’autorità di Roma e di incitare alla ribellione gli Ebrei, proclamandosi re del suo popolo. Pilato, che ha già portato a compimento l’inganno, sembra aderire all’accusa di Caifa, tant’è che appone sulla croce un titulus che alle orecchie del sommo sacerdote suona vagamente ironico: “Jeshua Nazarenus Rex Judeorum”. Caifa non gradisce il
titulus che indica una colpa inesistente e lo vorrebbe cambiare, ma Pilato taglia corto: “Quod scripsi scripsi”, quel che ho scritto ho scritto».

Cosa l’ha colpita maggiormente della figura di Pilato tanto da renderlo protagonista del suo romanzo?

«Di Pilato sappiamo solo quello che ci dicono i Vangeli, questo mi ha incuriosito ad approfondire la sua figura. Per comprenderne l’agire occorre, secondo me, calarsi nella realtà storica dei tempi in cui visse e della società in cui si trovò ad operare, in modo da ricavarne un ritratto psicologico più veritiero. Si tratta di un militare, abituato al comando, chiamato a governare un popolo ostile che si ribella continuamente in nome d’una religione intollerante, che non ammette altri culti, lontanissima dalla mentalità romana che invece permetteva di venerare tutte divinità, come è testimoniato dalla edificazione del Panteon, il tempio aperto al culto di tutti gli dèi. Pilato è anche un politico accorto, che cerca di coinvolgere l’autorità civile degli Ebrei, ovvero Erode Antipa, anche se ha chiaro quel che deve fare per non condannare un uomo che riconosce innocente. E’ anche un marito premuroso, che ascolta la moglie e, penso io, disposto a compiacerla e a salvare quell’uomo che non ha altra colpa se non quella di andare contro il poco saldo sistema di potere nelle mani di Caifa, di suo suocero Hanna, degli altri sacerdoti».

Il suo libro mette sotto i riflettori anche le biblioteche. Cosa pensa di questi luoghi?
«La biblioteca è il luogo dove si concentra la sapienza e la conoscenza, che non devono servire per lo sfoggio di inutile e dannosa erudizione, ma per raggiungere la saggezza, per far sì che l’uomo trovi il suo posto nel mondo, nel tempo, nell’universo».

Cosa vuol dire, oggi, nel terzo millennio, scrivere un romanzo storico?

«S’è sempre detto che il presente è figlio del passato: studiare il passato, investigarne credenze e costumi e devianze serve per capire il presente. Serve, anche, a mettere dei punti fermi da cui ripartire in sicurezza, senza ripetere gli errori del passato, stante la labilità della memoria umana che trova facile consolazione nella reiterazione di comportamenti anche sbagliati, se non esiziali per la vita stessa. Un’esortazione continua a non dimenticare, che può generare fastidio o dispetto, ma, come dice Dante, “ché se la voce tua sarà molesta / nel primo gusto, vital nudrimento / lascerà poi quando sarà digesta” (Par. XVII, 130-132). Questa, almeno, la speranza di chi scrive, dacché ogni romanzo racconta fatti già accaduti in un passato prossimo o remoto, con l’occhio attento al presente e proteso a un futuro che si vorrebbe migliore».