CI SIAMO PERSI UNA GENERAZIONE

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di Gian Franco Murrone

La fotografia è impietosa. Evidenzia tinte assai fosche e con possibilità di schiarite, nel breve periodo, prossime allo zero. Pragmaticamente e senza perdersi in banali atteggiamenti di maniera: qui ci siamo persi una generazione! Fa male, ma è meglio dirselo, se non altro per non perdersi la successiva.

In Italia si abbandona il nido, mediamente, appena dopo i 30Y.

Le cause sono molteplici e difficili da indagare in poche righe. Ci si sposta su un’asse trasversale che parte da ragioni socio/culturali, attraversa quelle economiche e interseca un’atavica attitudine a godersi le zone di confort.

La Politica, il mondo delle imprese e delle associazioni datoriali e sindacali, hanno una grossa fetta di responsabilità.

Servono Stipendi (non stipendi!) tali da spingere le persone a costruire una vita autonoma e, di riflesso, una capacità a produrre valore più elevata: dobbiamo smetterla di rincorrere il vecchio paradigma ore/salario, e applicarci per costruire una marginalità sul prodotto/servizio più elevata: servono capitali, tecnologie, Persone in grado di immaginare e progettare un ecosistema ad Alto valore aggiunto, altrimenti, da questo circolo vizioso che risponde alla domanda: “ma gli stipendi sono bassi perché produciamo scarso valore aggiunto o abbiamo scarso valore aggiunto perché sono le imprese ad essere scarse e preferiscono pagarci poco?”, non se ne esce, e nel frattempo, il Paese muore!

Serve un mercato del lavoro in grado non solo di garantire chi è già garantito, ma abbia la capacità di offrire, in un contesto internazionale a geometrie variabili, un “diritto all’opportunità”. L’opportunità di potersi giocare le proprie carte, di mettere a disposizione il proprio talento e il proprio impegno e, magari (!), di vederselo pagato per le qualità che esprime, per il contributo che porta. Per farlo bisogna spingere la frontiera delle possibilità un pochino più in là riducendo le barriere all’entrata ma anche quelle all’uscita per garantire una mobilità, che seppure armata di un necessario paracadute, come si conviene ad un Paese civile, crei le condizioni per cui chi esce da una impresa, per necessità o per scelta, abbia la possibilità di ricollocare le proprie competenze in una altra impresa in un tempo relativamente piccolo. Qui c’è poco da inventare e parecchio da copiare da chi, su questo, ha saputo fare meglio ed ha alzato l’asticella al livello successivo, per non appiattire la qualità del lavoro verso il basso cosa, ahimè, assai diffusa da queste parti.

Serve una politica per la famiglia, intesa nel senso più ampio del termine, che abbia una visione organica, attenta e supportiva, e che la smetta di perdersi nei mille rivoli da “bonus all’ultimo grido”. Semplificate gente, per favore.

Serve una politica per la casa, sia per l’acquisto che per l’affitto. Una politica per l’acquisto che la renda accessibile a chi non può godere di cospicue eredità lasciate da nonni o genitori ed una politica per gli affitti che abiliti alla prima abitazione chi non può godere di fideiussioni o di garanzie collaterali. Un gruppo musicale che, ironia della sorte, porta il nome di “I Ministri” scrisse un brano che recitava: “diritto al tetto e a non averlo”. Assai frustrante per la dignità di una Persona, non vi pare?

L’indipendenza e l’autonomia hanno un costo, spesso elevato, ma non si è ancora capito chi lo deve pagare e come.

Siamo cresciuti, io ne ho 37, immaginando che la formazione continua, il lavoro, le competenze, ci avrebbero aperto le porte a migliori possibilità, anche economiche, per salire i gradini della scala sociale forti solo delle nostre qualità. Per ora non ci siamo riusciti, fa male dirselo, ma è giusto farlo.

Ora! Servono soldi, progettualità, coraggio e tanta ma tanta visione d’assieme, per apprendere dai migliori, e smetterla di rifugiarsi nell’amata “Nimby” al motto: va bene ovunque ma non partite da qui!