Comunicare a volte vuol dire anche scomparire

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Benedetto Gerbasio, 30 anni, di Salerno, pieno di vita e di cose da fare nasce come visual designer ma anno dopo anno è diventato un comunicatore completo. Da sette anni pensa e organizza StrateCo un evento sulle strategie e tecniche della comunicazione che, attraverso dibattiti, analisi di processi e performance artistiche racconta l’evoluzione dell’arte comunicativa.

Lo abbiamo incontrato per parlare di comunicazione a trecentosessanta gradi partendo da quello che è il suo motto e scegliendo di darci del tu.


Chi non comunica scompare, cosa vuol dire?
«È il motto e il mantra dell’evento: se svolgi una vita pubblica, politica, imprenditoriale e artistica e non comunichi, scompari. Ovviamente è anche una provocazione: l’unico modo che hai per sopravvivere è comunicare?».  
 
Lo è?
«Delle volte scomparire significa prendere aria e ritrovare se stessi!».

Parliamo di StrateCo, il prossimo 22 e 23 maggio a Firenze si terrà la 7° edizione, in questi sette anni tra gli ospiti che sono intervenuti chi ti ha convinto di più?
«È una domanda difficile. Ognuno ha il suo stile di comunicazione spesso utilizzato per esaltare e proteggere il personaggio artistico creato. Mi ha convinto molto la spontaneità di Ghemon, l’esperienza di Linus, la maturità di Brunori Sas, la libertà di Selvaggia (Lucarelli ndr), l’estro di Pierluigi Pardo e il lessico di Antonio Dikele Di Stefano, la sicurezza di Enrico Mentana». 

Ti occupi anche di comunicazione politica, tra i politici chi ti convince di più?
«Cito due sindaci: Beppe Sala e Dario Nardella. Sanno rappresentare l’istituzione e il ruolo da primo cittadino con garbo e compostezza. Sono mediatici, leggeri, pop, moderni, fattivi. Sono intelligenti, audaci; hanno uno staff giovane e competente che sa valorizzare il loro lavoro ordinario e straordinario».
 
Non hai citato Matteo Renzi, perché?
«Matteo Renzi è un talento naturale e come tale ha momenti di grazia e altri meno. Oggi la sua comunicazione non riesce ad essere illuminante e convincente ma sono sicuro che uscirà presto da questo momento osservando le cose vecchie con occhi nuovi».
 
Qualche giorno fa su Twitter hai scritto che non esiste più la politica fidelizzata, che l’elettore vota chi usa un linguaggio più simile al suo. Che intendi?
«Oggi chi ha sempre votato a sinistra vota a destra e viceversa. È il tempo della disparità sociale, dei problemi reali, della sofferenza acuta e della mancanza di lavoro. Il PIL, l’Export e lo Spread, in crescita o meno, restano parole per gli appassionati di settore. Il paese reale vota le emozioni basandole sul loro vissuto e senza pensare ai programmi elettorali a cui non crede più nessuno. Altrimenti uno come Bonaccini non andrebbe messo proprio in discussione».

Eppure la regione Emilia-Romagna oggi è davvero contendibile. Se dovessi dare un consiglio non richiesto a Stefano Bonaccini cosa gli diresti?
«Spegnere i social; non inseguire, rilanciare e amplificare il duo Borgonzoni/Salvini. Andare nelle Università, nelle scuole, all’improvviso, senza annunci e dirette e parlare con i ragazzi. Nessun post sponsorizzato vale e premia quanto la spontaneità dell’incontro».
 
La campagna elettorale che Salvini sta conducendo in Emilia.Romagna ti convince?
«Con cappelletto e culatello, parmigiano reggiano e citazioni di Peppone e Don Camillo, è diventato più emiliano di un piacentino, più romagnolo di un forlivese. È la sua solita campagna elettorale: priva di programma, contro gli immigrati, la mala sanità e le ingiustizie e piena di slogan, emozioni, video virali e vittimismo. È riuscito a far diventare l’Emilia Romagna un referendum sul Governo. A me sinceramente non ha mai convinto, ma gli riconosco la capacità di essere leader nel contemporaneo e l’intelligenza sottile nel polarizzare l’informazione.

Come si ferma la comunicazione salviniana?
«Se avessi la ricetta sarei lo spin doctor più ricercato d’Italia. Scherzi a parte, sicuramente non parlandone. Ogni condivisione, post e indignazione a comando fa il gioco di Salvini. A lui interessa alimentare polemica ed evitare di parlare delle cose serie. E più lo citi, nel bene e nel male, più gli algoritmi lo premiano spingendolo perennemente nella tua home e nelle ricerche».

Del #digiunopersalvini l’ultima trovata di Morisi cosa pensi?
«Il #digiunopersalvini non è altro che una grossa raccolta dati ideata dalla Bestia. Migliaia di cittadini che per “esprime solidarietà” compilano un form dando il consenso per la privacy e diventando, a loro insaputa, una preziosa fonte di informazioni per la comunicazione leghista».

Sei molto presente sui social network, se ne dovessi scegliere solamente uno quale sceglieresti?
«Dipende molto dal contesto e se la scelta è privata o pubblica.  In ordine di gradimento il mio podio è Linkedin, Instagram, Facebook, ma sto studiando Tik Tok che tra pochi mesi esploderà».

Sei un grande appassionato di musica, chi ti segue sui social ti ha potuto vedere anche alla chitarra. Nella tua playlist personale cosa non può mancare?
«Canzone contro la paura di Brunori Sas. Semplicemente perfetta».