Comunicazione e campagne elettorali

di Giusy Russo



Le campagne elettorali sono esaltanti e vedono candidati e potenziali elettori venire in contatto e impegnarsi insieme per uno scopo comune che è l’elezione. Eppure, la partecipazione non dovrebbe limitarsi a questo momento, in altre parole, il coinvolgimento dovrebbe essere costante. A questo proposito, per una formazione politica, ed è quasi lapalissiano dirlo, diventa cruciale la comunicazione. Oltre a favorire la partecipazione, un’efficace strategia comunicativa serve anche a ritrovare un dialogo con elettori o potenziali tali e a proporre un partito come comunità di riferimento.


Partiamo dalla ricerca di un dialogo. Questa fase, infatti, è propedeutica alle altre, dal momento che qualsiasi sforzo comunicativo rischia di essere inutile se il destinatario è distratto o se, addirittura, manca. Tra gli elettori ci sono gli entusiasti, che possono disperdere il proprio interesse senza un gruppo di riferimento con cui condividere la propria passione, ma anche gli sfiduciati e i delusi. Quante volte infatti abbiamo sentito parlare di disaffezione nei confronti della politica? Sempre più spesso, decisioni, che incidono più o meno direttamente su vari aspetti della vita delle persone, vengono prese da organi non eletti democraticamente. Quando ancora accade, gli output sembrano frutto di compromessi al ribasso che raramente corrispondono a quanto promesso nei programmi elettorali. Provare a recuperare un dialogo con tutti loro è fondamentale per non vanificare il proprio messaggio.


C’è poi un ulteriore aspetto da considerare. Una formazione politica non deve comunicare solo per indicare quali iniziative intende proporre e di quali istanze vuole farsi portatrice. Un partito dovrebbe rappresentare innanzitutto un gruppo di riferimento, una comunità di appartenenza, un luogo, metaforico o reale, dove incontrarsi. Oggi è difficile costruirsi un’identità sociale, nel corso della propria vita è molto frequente cambiare più tipi di lavoro e talvolta anche più città.  Non è immediato identificarsi con un gruppo sociale specifico. Risulta più semplice capire cosa non si è ed è più facile trovare un “nemico” comune. Al contrario, un partito dovrebbe indicare l’adesione a un progetto a favore e non contro qualcosa. Non è quindi un caso che davanti alla crisi dei partiti tradizionali, crescano esperienze di attivismo civico, a cui magari gli stessi partiti attingono. La comunicazione può servire anche a questo, a creare un vocabolario comune, dove le parole sono idee, valori, principi condivisi e dove le frasi sono ancora tutte quante da elaborare assieme. 


E veniamo quindi al terzo scopo di una comunicazione efficace. Non ci si deve limitare a divulgare contenuti per mobilitare i propri elettori ma si deve dialogare con loro e favorire una reale partecipazione. L’obiettivo non è comunicare a degli epigoni ma coinvolgere. 



La comunicazione non può essere orizzontale ma circolare e, sotto questo aspetto, la presenza dei nuovi media aiuta. Stampa, radio e tv diffondono contenuti, i social media e le piattaforme digitali permettono una maggiore interazione.  Secondo il quindicesimo Rapporto Censis sulla comunicazione[1], diffuso lo scorso ottobre, gli Italiani su Internet sono passati dal 75,2% del 2017 al 78,4%, con punte del 90,2% per chi ha fra 14 e 29 anni. I social network sono passati dal 67,3% del 2017 al 72,5% della popolazione. Sul podio ci sono WhatsApp, che in realtà è un’app di messaggistica istantanea, Facebook e Youtube. La politica non può ignorare che l’opinione pubblica si forma e si informa anche lì. Soprattutto se ricordiamo che, secondo i dati di Vincenzo Cosenza[2], nel nostro Paese al mese di luglio 2018 gli utenti attivi di Facebook erano 31 milioni. Ogni social network o app di messaggistica istantanea ha le sue caratteristiche e ciascuna fascia di età ha il proprio social o la propria app di riferimento. Se vogliamo rivolgerci ai giovani, dobbiamo prediligere WhatsApp (che sfiora la percentuale dell’81% di chi ha tra 14 e 29 anni, contro il 67,5% del totale della popolazione); YouTube (71,1% contro 51,8%), Facebook e non dobbiamo ignorare Instagram, adoperato ormai da più della metà dei ragazzi, per l’esattezza dal 55,2%.[3]


Catturare l’attenzione per ritrovare un dialogo, creare una comunità di riferimento, coinvolgere per favorire la comunicazione, abbiamo passato in rassegna i principali obiettivi della comunicazione di un partito. I mezzi e le strategie a disposizione sono molteplici. Abbiamo fatto riferimento ad Internet ma l’interazione non deve limitarsi alla rete. Quest’ultima può essere utile a trasmettere e far condividere contenuti, a fornire aggiornamenti puntuali, a raccogliere commenti e reazioni, a organizzare iniziative ed eventi ma l’online non può sostituirsi all’offline. I circoli per alcuni possono sembrare anacronistici ma servono ancora luoghi fisici per commentare i fatti di attualità, confrontarsi sui problemi del proprio quartiere, incontrare il proprio rappresentante locale. La rete è utile nella misura in cui mette in collegamento territori ed esperienze lontane ed offre visibilità a buone pratiche replicabili altrove, ma online e offline sono due piani complementari.



L’interdipendenza tra questi due livelli risulta evidente durante le campagne elettorali, quando gli sforzi per garantire la partecipazione sono massimi.  Dietro ogni candidato c’è una storia che non è soltanto la sua, ma quella di tutte le persone che lo accompagnano. Una delle più entusiasmanti, a prescindere dall’esito finale, è stata l’ultima di Beto O’Rourke. 254 contee[4]sono state il palcoscenico di un meraviglioso spettacolo dove i protagonisti erano i volontari. Già, perché alla base della strategia elaborata, tra gli altri, da Zack Malitz, David Wysong, Zack Exley e Becky Bond, ogni elettore motivato poteva diventare un potenziale volontario in grado di coinvolgerne altri con un effetto domino alimentato da sms, telefonate, porta a porta. I modelli di riferimento sono state le campagne di Obama e quella del 2016 di Bernie Sanders, le parole d’ordine persuasione e mobilitazione. Membri dello staff e volontari sono andati a contattare tutti, repubblicani, democratici, persone indecise o totalmente disinteressate al voto perché, dati alla mano, era necessario conquistare un milione di voti in più per fare letteralmente la storia. O’Rourke non è riuscito a vincere contro Ted Cruz per il Senato ma la sua campagna elettorale resta un riferimento.  Sasha Issenberg l’ha raccontata nel dettaglio su Politico[5], in attesa di capire se sarà necessario replicarla per una eventuale corsa alla Casa Bianca. Un’altra campagna che non si è conclusa con la vittoria è stata quella del Labour Party alle elezioni del 2017, eppure vale la pena richiamare anche quell’esperienza. Alla base del risultato inaspettatamente positivo dei laburisti vi sono infatti altri volontari, quelli di Momentum[6]. Questo movimento si è sviluppato oltremanica per sostenere Jeremy Corbyn nella corsa alla leadership laburista nel 2015 e ora sostiene il partito. Momentum conta circa 180 gruppi locali con migliaia tra membri e sostenitori. Molti attivisti operano sulla rete. Secondo uno studio dell’University of Oxford’s Internet Institute riportato dal Guardian[7], nell’ultima settimana del mese di maggio del 2017 ci sono stati 2,5m tweet collegati alle elezioni ed il 62% è riconducibile al Labour, il 40% se si considera tutto il mese. Inoltre, durante l’ultima campagna elettorale, è stato stimato che quindici milioni di persone hanno visto almeno un video di Corbyn[8]. Tuttavia, oltre all’uso mirato dei social network, sono stati indispensabili canvassing, phone banking, visite porta a porta e volantinaggio. Ancora oggi i volontari collaborano con i sindacati, con i politici locali, organizzano iniziative, in breve, partono dalla base.    Il coinvolgimento ha dato i propri frutti, secondo quanto riportato lo scorso anno dalla Camera dei Comuni, da quando Jeremy Corbyn è il leader dei laburisti, il numero dei membri del Labour Party è aumentato fino ad arrivare alle 552mila unità nel mese di gennaio del 2018[9]. Adam Klug ed Emma Rees[10], due cofondatori di Momentum, hanno citato tre elementi cruciali per la loro esperienza: il coinvolgimento di movimenti civici, associazioni e comunità che già operano a sostegno di cause specifiche; il web e l’apertura non solo agli esperti ma a chiunque condivida le proposte politiche. Caratteristiche queste da considerare, perché gli obiettivi di un partito sono gli stessi della sua stessa strategia comunicativa. Infatti, per citare Alastair Campbell “La comunicazione non è qualcosa che si appiccica alla fine, è parte integrante di quello che state facendo.”[11]


[1]http://www.censis.it/17?shadow_pubblicazione=120587

[2]https://vincos.it/2018/08/16/facebook-in-italia-31-milioni-di-utenti-giovani-50/

[3]https://twitter.com/FonteCensis/status/1050367651007160320

[4]https://twitter.com/BetoORourke/status/1055549178070347776

[5]https://www.politico.com/magazine/story/2019/02/22/beto-orourke-campaign-strategy-2020-225193?fbclid=IwAR2bt973J4N68hmJzfOJTgQsbORHtuimHgdK7-CoezzrPb29yZ1vhy2l-0g

[6] https://peoplesmomentum.com/campaigns/

[7]https://www.theguardian.com/technology/2017/jun/06/labour-dominating-twitter-discussions-researchers-say-fake-news?CMP=share_btn_fb

[8]https://www.theguardian.com/politics/2017/sep/22/the-inside-story-of-labours-election-shock-jeremy-corbyn

[9]https://researchbriefings.parliament.uk/ResearchBriefing/Summary/SN05125#fullreport

[10]https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/mar/23/us-democrats-uk-momentum-grassroots-labour-jeremy-corbyn

[11]Da “Con-vincere” di Donato Bendicenti, Donzelli Editore. 

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