Costruire un racconto alternativo

di Teresa Cardona
@correntere


Trattare il tema della comunicazione politica (in particolare quella on line, veicolata soprattutto attraverso i Social Media) è questione assai complessa e non si può pensare, ovviamente, di avere un unico punto di vista.

Si può però provare a portare qualche contributo di riflessione. 
Nello specifico, suggerisco tre macro temi su cui porre particolare attenzione:
  • (re)imparare a stare in rete;
  • non condividere in alcun modo la visione, lo stile e il contenuto dell’avversario;
  • costruire un proprio racconto alternativo.

Partiamo dal primo. La responsabilità finale di ogni singola parola che scriviamo è unicamente nostra. Sembra banale dirlo, ma ne siamo davvero consapevoli quando scriviamo un post, commentiamo quello scritto da qualcun altro, inviamo un tweet, ecc…? Nella maggioranza dei casi, la risposta è no. Quasi nessuno riesce ad avere perfettamente sotto controllo la propria presenza digitale. A chi non è scappato un post stizzito, una risposta astiosa, un tweet feroce? Ci siamo cascati più o meno tutti. Senza entrare troppo nel dettaglio, appare evidente che la progressiva degenerazione dello stile e delle modalità con cui si scrive e si interagisce online ha contaminato una larga fetta degli utenti. È un meccanismo lento e abbastanza subdolo: si arriva a scrivere parole aggressive, strafottenti, senza rendersene più conto perché è diventato “normale”. È possibile ri-costruire il proprio modo di stare e interagire sui Social Media? Assolutamente sì, innanzitutto cominciando a recuperare le stesse regole di comportamento che utilizziamo nelle relazioni dal vivo, dove la maggioranza di noi si rapporta agli altri con educazione e attenzione nell’uso delle parole. È facile? No. Come direbbero i maestri Zen, non è facile ma non è neanche difficile, sta a noi.

Proseguendo su questo percorso, appare evidente che riprendere, “copiare” uno stile di comunicazione basato sull’aggressività, sull’offesa, sulla costruzione di notizie (più o meno false) tese solo a distruggere il “nemico”, non funziona e, soprattutto, non fa parte della cultura politica del centrosinistra. O meglio, non dovrebbe farne parte, pensando ad alcune delle parole chiave che contraddistinguono i partiti e i movimenti “di sinistra”, come ad esempio accoglienza, giustizia, tolleranza. È efficace veicolare queste parole così importanti e dense di valore utilizzando un linguaggio aggressivo? No, non lo è. La forma diventa il primo fattore di delegittimazione del contenuto.
Oltretutto, mutuando lo stile comunicativo dell’avversario politico, si crea la classica situazione dove al modello secondario in genere si preferisce l’originale (perché oggettivamente più convincente); in più, se i frame comunicativi costruiti dall’avversario (spesso creati ad arte per far cadere nella trappola) vengono ripresi, o peggio, diventano il filo conduttore della “propria” comunicazione, ci si viene a trovare in una situazione alquanto surreale: si gioca solo in difesa e si seguono l’agenda politica e la comunicazione altrui.

Qui arriviamo al terzo e ultimo spunto di riflessione: costruire un proprio racconto alternativo.
È abbastanza palese quanto sia difficile, in questo momento, cimentarsi in questo campo: in generale il centrosinistra e in particolare il Partito Democratico (in quanto maggior partito di questo alquanto ipotetico schieramento) appare confuso, diviso, con scarse capacità/volontà di provare a dare/si una direzione comune, seppur minima. In queste condizioni diventa davvero arduo riuscire a distinguersi ed essere credibili. Vale comunque la pena non darsi mai per sconfitti, continuare comunque a credere che sia possibile ricostruire una valida alternativa politica? Credo di sì. Forse proprio ripartendo da una certosina, umile e paziente ricerca dei punti di contatto, dei valori che si condividono, delle parole che avvicinano. Sono tutti mattoni per andare a edificare un nuovo racconto.
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