DI MADRE IN FIGLIA

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di Samanta Costantini

Occorre serenità per accettare ciò che non si può cambiare, coraggio per cambiare quello che si può e saggezza per distinguere l’uno e l’altro

Marco Aurelio

Esiste, infatti, una sorta di “copione familiare”, cioè un modo che ciascuna famiglia ha di leggere eventi e realtà, che costruisce nel corso di almeno tre generazioni: i miti familiari. Eventi di vita familiare e individuale (nascite, morti, matrimoni, separazioni coniugali, malattie, incidenti, ect), che possono evocare emozioni e forti tensioni.

La creazione di un mito, trasforma una serie di eventi e di comportamenti reali, in una trama narrativa accettata da tutti. Così come accade nel racconto di Samanta, dove una donna nonostante le diverse difficoltà riesce a trasmettere alle generazioni che poi seguirono l’immagine di sé che ha rinforzato il mito ‘matriarcale’ descritto nell’articolo.

La storia, protagonista di questa narrazione, pertanto, suona come metafora permeata dagli ingredienti che trasformano, una situazione complessa, in una storia “nuova”. Passando, quindi, dal ‘problema’ alla ‘soluzione’. Quando si racconta una ‘storia’, lo si fa con l’intento di aiutare. Si racconta una storia e mentre la si ascolta, si cercano le somiglianze fra la propria situazione personale e quella descritta… alla ricerca di un ‘conforto’ che cura. (Dott.ssa Isabella Ciardo – Psicoterapeuta)

Cara nonna,

ti sei sentita abbandonata e tradita tante volte.

Tuo padre morì quando eri piccola e probabilmente non ti è rimasto quel piacevole ricordo che hanno tutte le bambine: essere la principessa di tuo papà, il primo amore di ogni donna.

Non hai avuto la presenza costante di colui che semina solide ed essenziali radici future per interagire con il genere opposto.

L’assenza prematura di tuo padre ha menomato una parte di te, lasciando inespressa l’energia maschile che è dentro ognuno di noi e che ci spinge fiduciosi a esplorare il mondo.  Gli orientali la chiamano Yang. Una forza razionale, lucida e lineare, volta a scalfire l’esterno per creare il proprio destino. A questa forza si contrappone lo Ying: un’energia femminile, interna e complementare a quella esterna, più passiva, empatica, emotiva e ricettiva. Tanto complessa da rendere noi donne così emotivamente nutrienti ma allo stesso anche vulnerabili.

Sei quindi cresciuta incompleta nonna.

Tua madre si rimboccò le maniche in fretta, integrando anche tutte quelle attività maschili in cui la forza fisica è necessaria. Forse per questo abbiamo tutte ereditato una forza mascolina tale da farci apparire totalmente indipendenti, proprio perché non potevamo sentirci protette da un compagno. Una mascolinità che è passata di generazione in generazione. La stessa che ci ha permesso di comportarci più da uomini, che da donne o a interpretare talvolta proprio la parte dell’uomo, utilizzando l’aggressività e l’autorità, tipiche del sesso maschile, per senso di insicurezza e conseguente difesa.

Ma interpretare, nonna, non significa trovare in perfetto equilibrio lo Ying e lo Yang. Fingere di non aver bisogno di nessuno, non è la stessa cosa di sentirsi complete anche da sole.

Mio padre una volta mi ha proprio rimproverato, sai? “Fa’ la donna!” – mi disse.  Forse, esasperato dalla mia ennesima bravata da maschiaccio, condito da senso di superiorità di chi sa cosa sia giusto sempre e comunque. Forse sperava facessi un passo indietro e vestissi i panni dell’angelo del focolare, pronto a eseguire ordini a testa china. Mentre io preferivo indossare l’abito della dea della giustizia, come se avessi ormai interiorizzato dentro di me un innato desiderio di rivalsa contro qualsiasi tipo di torto.

In questi panni mi sono sempre sentita forte e protetta da qualsiasi tipo di ferita che gli altri mi potevano arrecare, ma tutto questo orgoglio e distacco emotivo non mi rendevano pienamente felice.

Ho iniziato quindi a osservare l’espressione della femminilità delle nostre radici materne. Nella nostra storia famigliare, in effetti, ha sempre dominato un forte matriarcato. Per qualche incognita ragione o forse per un ancestrale istinto di difesa, abbiamo imparato a non fidarci dell’uomo, fino a sovrastarlo.

Questa nostra chiusura è forse dovuta al fatto che, nelle nostre vite, tutti gli uomini che abbiano incontrato sono stati, per svariate ragioni, presenze incostanti? Forse, nonna.

Sebbene, tua madre, fosse una donna forte e coriacea, decise di risistemarsi con un nuovo marito che già aveva dei figli e assieme ebbero altri bambini.

Ti sei ritrovata, così, in una famiglia allargata, a condividere l’amore materno e ad accettare un nuovo papà e dei nuovi fratelli. Una famiglia di cui eri parte e non parte allo stesso tempo, ma tu eri talmente piena di vita che non ti sei ripiegata e chiusa in te stessa. Avresti potuto avercela con il mondo e invece no.

Giocavi con la neve, la facevi sciogliere in una stufa e ti meravigliavi. Andavi a correre lungo il fiume con le tue sorelle e cucivi i vestiti a mano per quelle più piccole.

C’era troppa vita e amore in te nonna, tanto da idealizzare chi ti circondava. Tanto da aggrapparti con tutta la tua forza a quelle radici paterne che il destino ti ha voluto, ingiustamente, strappare via. E per ben due volte.  

Chissà, infatti, se sapevi che tua mamma chiese a tua zia, nonché sorella di tuo padre, di tenervi mentre lei doveva lavorare per portare a casa il pane per tutti. Ma non accettò: “Tu li hai creati e tu devi occupartene!” disse a tua madre. Questi sono giochi di potere che distruggono le famiglie invece di costruirle. Probabilmente tua zia voleva rivendicare tuo padre. Forse voleva che tua madre restasse vedova a vita e non di certo che si risistemasse con un altro uomo, ma tu eri comunque sua nipote.

Così venni messa in un collegio, lontana dal calore famigliare. Sola con te stessa. Sola con le tue paure e con un nuovo vuoto di abbandono da colmare.

Tua mamma, intanto, si prendeva cura delle figlie più piccole. Quanta gelosia avrai provato nonna? Perché tu? Ti sarai chiesta. Quanta rabbia avrai dovuto trattenere, trovando una via di fuga nella tua fantasia? E cosa facevi in quel periodo? Come ti addormentavi di notte? Come passavi le giornate? Provo a immaginarti ma non riesco.

Penso alle suore, chissà se sotto, sotto, provavano invidia nei tuoi confronti, perché eri bella, perché potevi vivere la tua sessualità, perché eri libera. Mentre loro invece dovevano reprimere, nascondere, mortificare la loro femminilità. Chissà se ti hanno mai picchiata. So che succede anche questo in orfanotrofio.

Tornasti a casa tua poi nonna, in Polesine, in provincia di Rovigo e ormai ragazzina avevi fatto perdere la testa a un ragazzo ricco.

“Lascialo perdere, ti prende solo in giro!” diceva la tua mamma. Forse ti sarai sentita tradita di nuovo. Nessuno dovrebbe dirci chi dobbiamo amare. Nessuno dovrebbe sminuirci e farci sentire in difetto.

Poi un giorno un locale ti elesse Miss Veneto. Tu non ci credevi, volevi solo tornare a casa e rispettare l’orario di rientro imposto dal tuo patrigno.

D’altronde come può credere di essere bella una donna abbondata più volte?

Eppure lo eri molto, nonna Bruna, tanto che qualcuno ti vide su un giornale nel centro Italia, precisamente da Milano Marittima, in Romagna. Quell’uomo sconosciuto s’innamorò di te vedendoti in una fotografia su un quotidiano.

Ma te lo immagini nonna, mentre nonno beve il suo caffè, inizia a sfogliare il giornale e invece di leggere le notizie si sofferma sulla tua foto?

La sera prima tu tornasti a casa incoronata con una fascia e dei cioccolatini. Fu il tuo fratellastro a dirti che ti avevano eletta reginetta, lui che ti convinse a restare. Fu anche il primo ad aprire la porta di casa in ritardo, beccandosi la scopa in testa da vostro padre infuriato per non aver rispettato l’orario di rientro. Forse fu anche la prima volta che ti sentisti veramente protetta da un uomo.

Arrivò poi una lettera da quell’uomo mai visto, uscito vivo dalla Seconda Guerra Mondiale. E che forse proprio quella guerra lo aveva reso così taciturno e chiuso. Non parlava mai soprattutto di quello che aveva visto. Bastavano i fucili a rendere testimonianza. Ma per fortuna la Resistenza non gli aveva strappato via anche i sentimenti e le emozioni. L’audacia imparata in guerra venne esercitata anche in amore.

Cosa sarebbe successo, infatti, se non ti avesse scritto quella lettera vendendoti per caso nel giornale?

Nulla accade per caso nonna. Il destino a volte ha più fantasia di noi cantano oggi, ma poi sta a noi agire, scegliere e creare la nostra realtà e quando si ha coraggio di agire improvvise coincidenze possono diventare straordinarie possibilità.

Pluto, pseudonimo partigiano del nonno, viveva a Milano Marittima, città che lo aveva nascosto durante la guerra. Fece parte di quelle formazioni della resistenza, che grazie anche alla complicità della popolazione romagnola, riuscirono a far avanzare l’armata Britannica da Rimini verso Nord, fino a liberare Cervia nell’Ottobre del ’44 e da lì a poche settimane anche Ravenna. Complici anche le truppe alleate, tra cui i soldati canadesi, ai quali la provincia di Ravenna sarà sempre eternamente grata poiché non solo fu salvata, ma anche sfamata e consolata.

Ancora oggi a Cervia si celebra la liberazione il 22 ottobre di ogni anno nella piazza Garibaldi e si commemorano anche i soldati canadesi.

Il litorale adriatico fu, infatti, a lungo, un appostamento della difensa tedesca e tutto il territorio tra Cervia e Miano Marittima era disseminato da bunker, alcuni ancora perfettamente conservati.

Pluto era un uomo molto alto, di bell’aspetto, serio e distinto, dai piedi talmente grandi che i partigiani faticavano a reperirgli il numero di scarpe adatto.

A fine Seconda Guerra Mondiale aveva aperto la sua agenzia immobiliare e possedeva l’hotel Pino, di Milano Marittima.

Te lo ricordi nonna? Sì, te lo ricordi eccome. Se lo giocò a carte successivamente perdendolo. All’epoca giocavano tutti, non incolpiamolo troppo. Dopo la ripresa dalla guerra, Milano Marittima è sempre stata piena di soldi e di vizi.  Ma questa, però, è un’altra storia.

Dicevo, Il tuo patrigno ci mise il becco e scherzando te lo dipinse come un personaggio un po’ montato. Possedere un hotel, in effetti, non è da tutti e decantarlo tramite lettera non è proprio il massimo dell’umiltà, ma voleva conquistarti nonna no?

Inizialmente quindi tu rimasi indifferente. Da brava figlia ascoltavi chi era più grande di te.

Inaspettatamente, però, quello stesso patrigno ti chiese cosa stessi aspettando e perché non avessi ancora preso carta e penna per rispondere. Ti aveva preso solo un po’ in giro nonna.

A volte le persone non capiscono che l’ironia, se usata sotto forma di polemica volta a schernire qualcuno, soprattutto se non legittimata, confonde le idee invece di schiarirle. Mette in uno stato di distacco. Non diventa valore aggiunto, tanto meno un insegnamento.

Infatti, guarda un po’ nonna, il montato romagnolo ti venne a trovare. Lo sai. E non solo ti fece visita, ma ti venne letteralmente a trarre in salvo lo stesso anno.

Nel 1951 un grosso alluvione spazzò via parte della vostra casa di Rovigo e voi foste costretti a fuggire via con lo stesso smarrimento e paura di chi scappa da una guerra o da una calamità oggi. Una tragica pagina di storia che ha segnato le vite di tutti quelli che come te condivisero quell’asfissiante momento: tutti piccoli ammassati a inalare gli stessi respiri e a nutrire le stesse incertezze all’interno di enormi e anonimi casermoni.

Non hai mai avuto una dimora stabile per troppo tempo nonna. Ogni volta era un ricominciare.

Ti capisco, anche io non stata cresciuta nella stessa casa per molto. È stato un ricominciare spesso anche per me.

Nonno Angelo, così si chiamava, ti venne a prendere e ti portò con sé, insieme a una delle tue sorelle più piccole, proprio in quel hotel di cui ti parlava nella lettera.

Hai visto, nonna, il destino cosa ti regala quando si ha coraggio di agire? Cosa sarebbe successo se non  avessi risposto alla sua lettera? Se per l’ennesima volta avessi spontaneamente lasciato che fosse qualcun altro a decidere per te?

Forse io non sarei nemmeno a qui scriverne. A scrivere del tuo fuoco di amore e di vita che ardeva dentro di te, tanto che i tuoi occhi attirarono un uomo silenzioso ma coraggioso, testimone che l’amore è una pulsione spontanea di audacia.

Lui desiderava te nonna. La lontananza e l’appartenenza a classi sociali differenti non contavano e tu finalmente avevi riavuto quello che la vita ti aveva tolto ma raddoppiato: una villa a Milano Marittima, tuo marito, i tuoi tre figli, il tuo negozio delle meraviglie di perline e stoffe. Una vita felice e ricca. Molto, molto ricca. O almeno per buona parte della tua vita.

Dobbiamo avere coraggio di ribellarci nonna a chi vuole decidere al posto nostro. Così anche quando tutto non sarà perfetto, potremmo dire di non esserci mai tradite. Tuttavia una cosa dobbiamo ricordarcela: la forza creatrice dell’immaginazione che abbiamo dentro rimane solo fantasia se non trova concretezza e progetto nel reale, grazie a soluzioni innovative che possono migliorare la vita quotidiana. Ma diventa solo una via di fuga dalle difficoltà della vita, illudendosi di poter cambiare anche quello che non si può. Fino a diventare malattia mentale in cui non si distingue più ciò che è reale da ciò che non lo è. Tu fantasticavi tanto nonna, fino a perderti in quelle tue stesse fantasie, diventando un dolce rifugio dai dispiaceri, dal dolore.

Nessuno avrebbe potuto ridarti tuo padre nemmeno tuo figlio maschio, Riccardo, nel quale credevi di rivederlo. Le persone, a volte, possiamo solo tenercele strette dentro alla nostra anima.

Ti abbraccio fortemente nonna, ovunque tu sia.

La tua pupi.