Dobbiamo imparare a riconoscere una fake news

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Quello delle bufale su internet è un fenomeno preoccupante che non accenna a placarsi. Secondo il rapporto “Infosfera” sull’universo mediatico italiano realizzato dal gruppo di ricerca sui mezzi di comunicazione di massa dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli per l’87% degli italiani i social network non offrono più opportunità di apprendere notizie credibili e l’82% degli italiani non è in grado di riconoscere una notizia bufala sul web. Abbiamo chiesto a Claudio Michelizza (nella foto, foto di Angelica Manzini) fondatore del sito di fact-checking Bufale.net, uno dei più famosi debunker italiani, conosciuto in rete come “lo sbufalatore”, di aiutarci a capire questo fenomeno dilagante e di spiegarci come si fa a combattere contro le fake news.

Partiamo dalle basi, cos’è un debunker?

«Il debunker è una persona che per passione, analizza le notizie e attraverso un processo di ricerca e approfondimento risale alle fonti, cercando di mettere in luce la verità. Noi di Bufale.net abbiamo uno  
staff che si occupa proprio di questo: una volta ricevuta una notizia sospetta, la affidiamo ad uno dei nostri debunker che comincia ad indagare su di essa. In alcuni casi le indagini durano mesi, in altri pochi minuti».

Le fake news stanno inquinando la democrazia?

«Se la loro diffusione è incontrollata, si. Le notizie false esistono da sempre e da sempre contribuiscono a modificare il corso della storia. Uno dei primi esempi documentati, fu una vera e propria guerra a colpi di disinformazione, in grado di spostare gli equilibri politici dell’antica Roma, dopo la morte di Giulio Cesare. Oggi la situazione, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione (dalla messaggistica istantanea, ai Social Network), è in un certo senso, peggiorata. La prova più evidente di come le fake news influenzino le masse si è avuta nell’ultima campagna elettorale USA, che è stata caratterizzata da un susseguirsi ininterrotto di bufale, con lo scopo  di creare confusione negli elettori. “Papa Francesco sconvolge il mondo e appoggia Donald Trump”, “WikiLeaks conferma che Hilary vende armi all’ISIS”, oppure “Obama rifiuta di lasciare la Casa Bianca se  
Trump sarà eletto”
, sono solo alcune delle notizie che, secondo un recente sondaggio, sono state in grado di confondere l’88% degli aventi diritto al voto negli States».

Come si può conciliare la libertà di stampa con i nuovi strumenti  telematici?

«La libertà è la possibilità data ad ogni individuo di esprimere le proprie opinioni ed è un diritto inalienabile. Scrivere una notizia falsa, secondo alcuni, è parte di quel diritto, anche in virtù del fatto che non c’è un confine ben preciso tra satira, diffamazione, realtà o bugia. Il vero problema è che una fake news diventa pericolosa quando, in qualche modo, crea un danno ad altri individui, sia esso un danno economico, personale, di immagine o di reputazione. Non è un problema legato ai nuovi strumenti telematici, che, di fatto, hanno solo accelerato la velocità delle comunicazioni, rendendole fruibili ad un pubblico più vasto»

Quanto è importante l’alfabetizzazione digitale della popolazione?

«Molto, dobbiamo imparare ad utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione  e dobbiamo imparare a difenderci dall’inevitabile mole di notizie false che essi creano. Dobbiamo essere capaci di distinguere il falso dal vero se vogliamo avere una nostra identità, come persone e come collettività. Le fake news, infatti, sono in grado di far muovere le masse, facendo leva sui nostri sentimenti più profondi: dall’indignazione alla rabbia, passando per la compassione e lo stupore. Quando condividiamo senza aver verificato la veridicità di una notizia, diventiamo parte di questo sistema malato».

Qual è stata a bufala più clamorosa con la quale avete avuto a che  fare negli ultimi anni?
«Una delle più divertenti è stata “Chi scorreggia spesso è più intelligente”. La bufala in questione, prendeva in esame un serissimo studio di un fantomatico Isaak Steinberg, famoso professore e scienziato nel Wisconsin, che avrebbe scoperto un modo efficace per aumentare il potenziale elettrico del cervello… a forza di rumorosi  
peti. Ovviamente nulla di vero. Il professore in questione non esiste,  ma la notizia ha avuto centinaia di migliaia di condivisioni».

Che differenza c’è tra una bufala acchiappa click e una bufala acchiappa utenti?

«La differenza è sottile: le bufale acchiappaclick, in genere, sono create in modo da spingere l’utente a cliccare su un banner o su un link che riporterà ad una pagina generalmente piena di pubblicità. Il click, in questo modo, permetterà al gestore della pagina di generare delle entrate. In pratica, col nostro click, sosteniamo, economicamente chi ha creato la bufala. Discorso simile per le bufale acchiappautenti, queste hanno lo scopo di dirottare un utente verso una pagina facebook o una pagina internet.  Basterà mettere un “like” oppure compilare un sondaggio online, per vedere i propri dati personali rivenduti a nostra insaputa a società specializzate nella raccolta e commercializzazione di dati».

Siete mai entrati in contatto con chi ha creato la bufale e/o la vittima della bufala? Ci puoi raccontare un episodio curioso?

«Siamo entrati in contatto diverse volte con chi ha creato le bufale, perché nella fase di ricerca ed indagine, non è difficile risalire all’untore. Per questo motivo siamo stati spesso attaccati e minacciati. Dietro le bufale ci sono enormi quantità di denaro, perché come dicevo prima, le bufale rendono dal punto di vista economico,  
grazie all’enorme diffusione che le contraddistingue. In certi casi, noi di Bufale, abbiamo denunciato alcuni degli autori di fake news particolarmente fastidiose».

E invece con le vittime delle fake news c’è mai stato un contatto?

«Si, molto spesso persone comuni che si trovano al centro di bufale che ne distruggono la reputazione si rivolgono a noi. A chi  non è capitato di ricevere messaggi tipo “Tizio è un hacker, non accettato come amico o vi ruberà tutti i dati”? Tizio, tuttavia, è una persona reale, che si ritrova al centro di un tornado mediatico senza neanche rendersene conto. Gli amici, non solo virtuali, lo abbandonano e in alcuni casi, persone particolarmente sensibili sono arrivate alla depressione. Pensate quanto possa essere grave, quando le accuse virtuali si spingono oltre, definendo una persona come pedofilo. Abbiamo spesso incontrato e parlato con le vittime di episodi di questo tipo e vi possiamo assicurare che non c’è mai un fondamento di verità. Spesso si tratta di scherzi sfuggiti di mano, altre volte di veri e propri attacchi alla persona».