Dopo il coronavirus anche la mobilità cambierà

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Cinque anni alla guida dell’Agenzia Nazionale dei Giovani, classe 1976 di Nizza di Sicilia, Giacomo D’Arrigo, fondatore nel 2007 di ANCI Giovane, la rete degli amministratori under 35 dei Comuni italiani, dalla seconda metà del 2019 anima e promuove la costituzione di “Erasmo” fondazione di partecipazione il cui scopo è quello di condividere e valorizzare i diritti alla mobilità su scala continentale e le politiche pubbliche europee.

D’Arrigo, le misure di contenimento della diffusione dell’epidemia coronavirus sta costringendo una larga fetta della popolazione mondiale a restare in casa limitando allo stretto necessario gli spostamenti. Cosa significa questo per la mobilità, un diritto che ci sembrava assolutamente intoccabile?

«Il coronavirus è pericoloso e totalmente inaspettato, nel giro di settimane i dati del contagio e dei decessi sono aumentati a ritmi esponenziali. Sono numeri che nessuno poteva preventivare. Rispetto ad altri virus anche del recente passato, questo, oltre ai problemi sanitari ci sta obbligando a rivedere anche i modi di vivere e la nostra socialità. La libera mobilità è l’aspetto che più ne sta soffrendo: persone, risorse, competenze quasi tutto è immobilizzato e le merci stanno pagando il ritorno di barriere e controlli che ne limitano moltissimo la circolazione e mandano in sofferenza le nostre economie. Almeno 4 generazioni son cresciute dando per acquisita la libera mobilità, questa vicenda dimostra che non è così e che nel futuro ci servirà recuperare questa condizione ma in una dimensione di assolta sicurezza».

Proprio recuperare la normalità è il prossimo obiettivo. Ne hanno parlato più o meno tutti negli ultimi giorni. Pensa che si possa tornare a muoversi come prima? 

«La “normalità” per come l’abbiamo conosciuta non sarà più la stessa. Già adesso nella fase di emergenza, aziende, istituzioni, associazionismo e singoli, stanno rimodellano loro comportamenti verso formule che cambiano i nostri comportamenti e superato questo momento la cifra sarà il social distancing. Cambierà il modo di spostarsi perché molte più cose si faranno online. Un gruppo di lavoro che abbiamo promosso sta elaborando un documento intorno al concetto di “mobilità a bassa intensità” che pensiamo possa essere utile per affrontare la normalità del dopo. Per quel che riguarda i voli, ad esempio, è stato calcolato che questa crisi supera di almeno 10 volte quella dell’11 settembre 2001: penso che il trasposto aereo troverà il modo di garantire nuovi standard di sicurezza così come accaduto dopo l’attacco alle torri gemelle le torri gemelle e si tornerà a viaggiare».

Secondo lei quanto tempo ci vorrà? 

«Immaginiamo che non possa essere una cosa rapida e che si risolva nel giro di qualche mese».

Fondazione Erasmo si occupa di mobilità, come cambierà questo concetto dopo il coronavirus?

«La mobilità su scala europea è ciò che ha determinato lo spazio più ricco e forte del pianeta, rinunciarvi o perderla non sarebbe solo una sconfitta ma anche un grande errore che ci si ritorcerebbe contro: se merci, tecnologie, ricerca, competenze smettono di circolare a livello continentale rischiamo di subire un colpo notevole. La libera mobilità delle persone è altrettanto importante. la vicenda del coronavirus ha dato evidenza di quanto la mobilità sia un elemento qualificante della nostra società e della nostra economia. è ovvio che anche questa dovrà però cambiare: tracciabilità e sicurezza saranno gli elementi che ne ridefiniranno il perimetro».

Come ha risposto l’Europa, non intesa come UE, a questa emergenza? Lo stop agli spostamenti era proprio necessario?

«Con una semplificazione potremmo dire che l’UE ha risposto bene, mentre l’Europa ha risposto male. Con qualche criticità e lentezza iniziale, l’UE ha messo in campo cose concrete: sospensione patto stabilità, risorse economiche, centrale unica e fondi per acquisti sanitari per tutti i Paesi, intervento della BCE, investimento nella ricerca medica, rimpatrio dei cittadini europei fuori dal continente. l’Europa intesa come complesso di Stati, non è stata invece all’altezza del momento: ci sono aiuti e collaborazioni in base ai rapporti bilaterali ma complessivamente ogni Paese si è chiuso alzando barriere e limitando moltissimo la collaborazione e il sostegno. Lo stop agli spostamenti è la principale misura di contenimento per limitare la diffusione del virus, tanto che anche gli Stati che non l’avevano adottata subito hanno poi ceduto: forse sarebbe stato meglio ascoltare da subito l’Italia e coordinare insieme questa misura. Questa dicotomia fa emergere un problema antico che forse è arrivato il momento di risolvere: non fare l’errore di confondere l’Europa e le proprie competenze con i singoli Stati e le proprie scelte, per le sfide del futuro ci servirà una super Europa perché nessuno Stato da solo è così forte per affrontare la dimensione globale ed i suoi problemi».