E se il nostro viaggio fosse finito?

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di Alessio Pecoraro

La prima edizione di innòva, nel 2015, in realtà è nata qualche anno prima, in una giornata di pioggia mettendo insieme l’energia propositiva di tre realtà: una emiliana, una milanese ed una torinese alla quale se ne aggiunse una quarta londinese per completare il team.

Da subito abbiamo avuto la voglia di mettere – con forza – nel dibattito pubblico, nella famosa agenda setting della politica, la parola innovazione andando in parallelo con quello che stava accadendo, già da qualche anno, a Firenze e più precisamente alla stazione Leopolda.

L’incontro con Vanda Giampaoli ci ha aiutato ad affinare la forma e dare maggior corpo alla sostanza, Reggio Emilia (grazie all’Amministrazione Comunale) è diventato l’epicentro del nostro laboratorio annuale nel quale anno dopo anno si sono incontrati mondi apparentemente lontani per dialogare sul presente, ma soprattutto sul futuro.

Fondazione Ora! è stato il contenitore nel quale convogliare le energie necessarie per realizzare innòva, l’abbiamo chiamata Ora! per sottolineare l’esigenza di voler costruire il futuro da subito, senza aspettare.

Inutile elencare i numeri delle quattro edizioni di innòva, fare l’elenco degli ospiti, parlare delle iniziative collaterali (come ad esempio gli #innovaoff o il viaggio studio al Parlamento Europeo).

Il mondo attorno a noi da quel 2015 è cambiato, siamo cambiati noi, siamo cresciuti, con alcuni ci siamo avvicinati, con altri allontanati, qualcuno lo abbiamo perso per strada, delle aspirazioni sono state disattese, altre invece no. É il normale scorrere della vita.

Sono stati entusiasmanti questi anni volevamo fare qualcosa di bello e lo abbiamo fatto. Avevamo chiaro in testa cosa non volevamo fare, pur consci di tutti i rischi del caso, e oggi possiamo dire che non lo abbiamo fatto. Fondazione Ora! è nato ed è rimasto uno spazio di dialogo libero, autonomo nel pensiero, capace di dare cittadinanza a idee diverse.

Dopo quasi due anni di pandemia, che per me sono come uno spartiacque tra il prima e il dopo, però alcune domande è necessario porsele.

La prima e, forse, più complessa è certamente quale sarà la priorità dei prossimi mesi? Non parlo di temi, lo farò dopo, e nemmeno di battaglie ma per noi sarà necessario prima di tutto ritrovarci, riannodare i fili di quella rete costruita anno dopo anno che la pandemia non ha permesso di tenere viva.

Il mondo post Covid, con i cambiamenti climatici che stanno mettendo a rischio il nostro Pianeta, con il lavoro che è cambiato e continuerà a farlo, con i nuovi assetti geopolitici, con i nuovi pericoli dietro l’angolo e le nuove scoperte della scienza e della tecnologia, è da ridisegnare per farlo bisogna avere la capacità di stare insieme.

La seconda domanda è: se qualche anno fa portare la parola innovazione al centro del dibsttito era utile lo è ancora oggi?

Le misure di contenimento della pandemia hanno accelerato la digitalizzazione del Paese, serve governare il cambiamento, non più solo auspicarlo.

E la classe dirigente? Dicevo prima che il nostro progetto, almeno all’inizio, ha corso su un binario parallelo rispetto a quanto stava facendo l’ex sindaco di Firenze. La campagna fiorentina ha portato tante facce nuove nei palazzi del potere, tante belle idee, alcune delle quali diventate realtà. Un fermento, a tutti i livelli, che ha fatto bene al Paese. Ma ben presto, ahimè, è stata contagiata dai vecchi vizi della politica. Così la nuova classe dirigente, almeno in parte, si è trasformata in classe diligente.

C’è bisogno oggi più che mai di stimolare la politica a pensare, ad avere lo sguardo lungo e il pensiero ampio. C’è bisogno di ascolto più che di parole, c’è bisogno di ribaltare l’ottica dei social network cioè della rincorsa ai followers.

Siamo stati noi per primi quello che il nostro tempo ci invitava ad essere, ma cosa dovremo essere in un tempo nuovo?

Così la domanda che le racchiude tutte e che da il titolo a questo articolo è: e se il nostro viaggio fosse finito?

In queste settimane di riflessione ho maturato la convinzione che il percorso di Fondazione Ora! sia finito, se nel 2015 lo strumento (una Fondazione) poteva essere la novità oggi non lo è più. Dobbiamo avere la capacità di guardare avanti, di progettare.

Papa Francesco nel suo viaggio a Cuba disse ai giovani: «Tutti sognano cose che non accadranno mai… Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi» e ancora: «non ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie».

Quindi cosa immaginiamo di fare? Per il nostro prossimo viaggio, perché alla fine nessun viaggio finisce davvero se i viaggiatori restano curiosi e coraggiosi, sono tre i punti fermi che non possiamo dimenticare:

1. La nostra impresa più riuscita e che ci rappresenta di più è sicuramente innòva. É quello il centro nevralgico di tutto. Possiamo confinarlo solo ad un’iniziativa annuale? Se abbiamo l’ambizione di introdurre il pensiero ad ogni livello e di mettere in circolo le idee dobbiamo farlo con quello strumento e quel brand;

2. Reggio Emilia e più in generale l’Emilia-Romagna è casa nostra. Qui ci sono le nostre radici e per la maggior parte di noi è il luogo dove abbiamo scelto di costruire il nostro futuro. Il cosiddetto “modello emiliano”, le cui origini sono rintracciabili nel socialismo dei Costa, dei Prampolini, dei Massarenti, rappresenta probabilmente la parte migliore del patrimonio culturale della sinistra italiana dal secondo dopoguerra a oggi.

I “laboratori” socialisti di Imola e Reggio Emilia diedero inizio alla storia di un modello culturale, politico e amministrativo che arrivò alla consacrazione internazionale con la pubblicazione, nel 1982 sul “Cambridge Journal of Economics” del celebre saggio di Sebastiano Brusco dedicato all’Emilian Model: Productive Decentralisation and Social Integration.

Negli anni 20 del nuovo millennio c’è bisogno – ne sono convinto – di riprendere a ragionare di quel modello e di farlo con una grande iniziativa popolare;

3. Molti di noi sono impegnati in politica. A titolo personale abbiamo partecipato alla covention renziana della Leopolda, al ritrovo annuale di AreaDem, l’area politico culturale che fa riferimento al Ministro della Cultura Dario Franceschini, di Cortona, a SdP la scuola politica di Enrico Letta, a ClasseDem la scuola di formazione del Partito Democratico.

Alcuni di noi arrivano dall’esperienza di FutureDem, l’associazione di cultura politica che si riconosce nei valori democratici e progressisti, dei Giovani Democratici, la giovanile del Partito Democratico, di EuDem la rete degli europeisti del PD. C’è chi si è avvicinato al movimento delle “6000 sardine” e chi ha collaborato direttamente per l’elezione di Stefano Bonaccini a Presidente della regione Emilia-Romagna.

Qualcuno sta ricoprendo, con merito, il ruolo di amministratore pubblico. Tutti noi abbiamo contribuito alla nascita delle rete Valiamo dopo il ritrovo di Valiano in Val di Chiana.

Non possiamo pensare, per sempre, al doppio binario. Serve una nuova Valiamo, anche digitale, con tutti quelli impegnati direttamente in politica per riflettere sul percorso.

Non saremo mai quelli che vanno avanti per inerzia o per piantare una bandierina. Il nostro viaggio sta per terminare, abbiamo valige piene di esperienze bellissime, di foto da riguardare, di appunti da rileggere, ma se lo vorremo sarà bello rifare i bagagli per metterci di nuovo in cammino.

C’è una frase di Alessandro Baricco che mi accompagna e che cito spesso: « ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo».

Concludo con la domanda di apertura, e se Fondazione Ora! non fosse lo strumento giusto per questo tempo nuovo?