Eh ma il Giappone

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di Carlo Taglini
@carlotaglini

 

In questi giorni sono in molti a dibattere sulla possibilità di japanizzare il debito pubblico italiano, ossia di riuscire (analogamente a quanto avvenuto in Giappone) a convincere (o a costringere) i risparmiatori italiani ad acquistare una quota maggiore di debito pubblico. Come spiegato bene da Paolo Rebuffo (aka Funnyking, quitale azione porterebbe senz’altro ad un vantaggio immediato: lo spread si ridurrebbe immediatamente grazie alla forte domanda di BTP traducendosi tra l’altro in un guadagno sicuro per gli investitori.

 

Ammettendo che la cosa sia fattibile, cioè che domani mattina i risparmiatori italiani investano parte dei loro risparmi in BTP, il debito italiano, tornando nelle mani di risparmiatori guidati da fini speculativi in minor misura (si pensi ad un pensionato) o comunque essendo diviso tra un numero maggiori di creditori, sarebbe inoltre meno permeabile a nuove crisi dello spread. Lo Stato potrebbe così finanziare ad un costo minore i propri deficit, a prescindere che essi siano diretti a finanziare spesa corrente o investimenti. Il problemaè che quasi nessuno pensa mai alla sostenibilitàdi questa strategia nel medio-lungo periodoed ai suoi effetti collaterali. Ovvero all’allocazione non ottimale del capitale.

 

Un debito tanto grande da poter badare a sé stesso.

 

Sì perché, una volta ridotto lo spread, il nuovo debito dovrebbe comunque continuare ad essere acquistato dai risparmiatori, ma con rendimenti ridotti, per capirci, ad oggi un decennale tedesco rende lo 0.5% annuo.

 

Inoltre, qualora la BCE, come da previsioni, iniziasse ad alzare i tassi d’interesse, i titoli già posseduti dai risparmiatori perderebbero di valore e diventerebbero attività finanziarie immobilizzate de facto, ossia che non si potrebbero vendere fino alla scadenza senza incorrere in perdite in conto capitale.

 

Uno dei segreti del “successo” della monetarizzazione giapponese del debito è infatti una specie di QE perenne (sì, il QE moderno l’hanno inventato loro, mica Bernanke e la Fed), con tassi monetari vicini allo 0% da quasi un ventennio e riserve di titoli statunitesi colossali accumulate in decenni di attivi commerciali (un po’ quello che stanno facendo i cinesi). Il Giappone ad oggi è sì la terza potenza economica mondiale ma si trova in una “trappola della liquidità” dalla quale non potrà mai uscire senza una fortissima svalutazione dello yen e quindi senza la perdita di ricchezza da parte dei suoi cittadini (per chi volesse una breve sintesi, sicuramente non esaustiva dei problemi economici giapponesi: https://it.wikipedia.org/wiki/Bolla_speculativa_giapponese).

 

Nel frattempo, dal 1980 ad oggi il rapporto Debito pubblico  giapponese è passato dal 50.6% al 253% del PIL (https://tradingeconomics.com/japan/government-debt-to-gdp). Sul Giappone, paese avanzatissimo e ricchissimo, pesa la spada di Damocle di un debito paradossale; le conseguenze di una possibile crisi giapponese sono sconosciute, come ammettono da diverso tempo tanti economisti ben più quotati del sottoscritto (qui il pensiero di Luigi Zingales).

 

Non ci sono scorciatoie.

 

In conclusione, credo che il riacquisto di titoli di stato da parte dei cittadini italiani dovrebbe essere dettato dalla fiducia nelle manovre di governo e quindi nelle finalità del finanziamento. Personalmente non  avrei alcun problema a finanziare anche a rendimenti ridicoli la costruzione di infrastrutture necessarie; ne avrei di più a finanziare la spesa corrente della pubblica amministrazione. E credo che questo sia il ragionamento di tanti altri investitori retail. Il riacquisto di titoli di debito può essere senz’altro d’aiuto ma nel lungo periodo è una strategia che (a parità di condizioni) non crea ricchezza, crea solamente maggiore debito e toglie risorse ad altri progetti a maggiore potenziale, riducendo il tasso di crescita potenziale dell’intera economia. Come d’altronde è successo e continua a succedere proprio in Giappone. Le soluzioni per la situazione italiana, come già spiegato in altri articoli (qui la mia ultima intervista), sono ben altre.