Eravamo più digitali di quanto pensassimo

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Il Governo ha messo l’Italia in lockdown, ma sono già diversi giorni che agli italiani è vietato uscire di casa se non per comprovate esigenze non rimandabili. Così, di colpo, il Paese si è fatto digitale e grazie ad internet ha continuato a lavorare, studiare, incontrarsi e divertirsi. Termini come smart working sono diventati familiari anche a chi prima d’ora non ne aveva mai fatto utilizzo. Incontriamo Nicola Giacchè, tra i fondatori di Impact Hub a Reggio Emilia per parlare con lui di questi giorni di isolamento che però potrebbero rappresentare anche una grande opportunità per fare innovazione.

L’emergenza coronavirus ha posto al centro dell’attenzione il tema dellsmart working. L‘Italia sul tema è molto indietro (2% contro una media europea dell’11.6%) pensi che questa emergenza possa cambiare le cose?

«Il tema dello smartworking ha accelerato moltissimo, per forza di cose, la digitalizzazione nelle aziende per far fronte al momento. Costrette a chiudere gli uffici, le aziende si sono accorte che, in molti casi, gli strumenti per lavorare in smartworking erano già presenti per poter mettere in condizioni una buona parte dei dipendenti di rimanere operativi anche da casa. A mio avviso le maggiori resistenze erano culturali».

Cioè?

«In Italia c’è ancora l’idea che lavorare da casa faccia rima con “lavorare meno” o “mezze ferie”. Lo smart working non è visto come una risorsa in più per l’azienda ma un “riconoscimento/regalo”, un gesto di fiducia verso il dipendente che si saprà gestire anche da casa. Stiamo invece imparando che, con tutte le difficoltà di spazio e organizzazione, si può lavorare ed essere produttivi anche da casa. Certo lavorare in modo continuativo da casa non è sempre la soluzione ottimale, ma certo quando la situazione tornerà “normale” un giusto mix penso possa far bene sia al lavoro che al morale».

Dicevamo, pensa che questa emergenza possa cambiare le cose?
«Credo che l’occasione, nel dramma che si sta vivendo, sia incredibile. Questa quarantena “violenta” ha velocizzato un processo che altrimenti ci avrebbe messo ancora anni prima di diventare così diffuso. Alla fine dell’emergenza sia le aziende che i lavoratori avranno avuto modo di sperimentare in modalità estrema il lavorare da casa, i suoi pro e contro. Questo permetterà a tutti di avere le idee più chiare di quando e quanto può essere utile. Credo che il dato più rilevante sarà quello di aver capito che si può essere produttivi anche da casa o che comunque non è necessaria la storica presenza 9-17 da dipendente di fantozziana memoria». 

Vede altri aspetti positivi?

«Per le aziende ci sarà la possibilità di rendere meno forte il limite geografico nello scegliere il personale. Se una persona è in gamba e fa al caso dell’azienda poco male se è di Milano o Foligno, se in buona parte potrà lavorare a distanza. Poi, so di essere di parte, ma credo e spero che questo aprirà ancora di più alla necessità di spazi di coworking vicino a casa, dove poter trovare un luogo lavorativo (difficilmente possibile a casa), stimoli e opportunità. Posso aggiungere una cosa?». 

Prego…

«Un po’ tutti ci siamo scoperti a ripensare gli spazi di casa in questo periodo, credo che sempre di più penseremo alle nostre case, presenti e future, con un angolo necessariamente dedicato al lavoro».

Molte aziende stanno facendo instant marketing con card brandizzate o infografiche su coronavirus. Cosa ne pensa?

«La comunicazione, soprattutto quella digitale, ha potuto reagire in tempo zero alla situazione. A mio avviso si è visto prima di tutto uno stop. Colpiti da un evento totalmente nuovo e sconvolgente la prima reazione è stata, per i più bravi, “stoppare tutto” , gli altri non hanno modificato subito il proprio piano editoriale e tono. Di conseguenza  si è vista una rielaborazione del tono di voce e dei contenuti. Non lo chiamerei quindi instant maketing, perché in realtà dietro c’è una programmazione e uno studio. Il momento è difficilissimo e comunicare in questa situazione per un brand se da un lato è fondamentale dall’altro è davvero molto delicato. I brand che hanno lavorato meglio sono passati da proporre il proprio prodotto a proporre un loro aiuto alla situazione. In questo momento l’unico modo di essere rilevanti e vicini ora è essere utili».

Possiamo individuare alcune tendenze? 

«Le aziende comunicano: donazioni di soldi e materiali, raccolta fondi, abbracciano i maggiori trend di comunicazione (esempio #iorestoacasa), ricordando informazioni utili e i comportamenti virtuosi da tenere, rendono free alcuni loro servizi per il periodo (basti pensare ai servizi di streaming, le telco e l’editoria online). Se posso segnalare un’azienda che sta comunicando molto bene, nonostante sia tra le più colpite visto il loro core business, è Lonely Planet. Sono riusciti a scherzare facendo un post che propone la loro guida “Casa”, ma soprattutto hanno creato una guida free che in realtà è un magazine davvero ben fatto per “viaggiare in poltrona”, raccontando luoghi distanti con film, canzoni e libri».

Brand a parte, da osservatore cosa ha visto nella sfera social in questo periodo?

«C’è stata una esplosione di contenuti sui social network, se non altro perché le persone sono tutte a casa, hanno più tempo e sentono la necessità di comunicare. Partiamo da una prima buona notizia, i toni si sono di colpo abbassati, sui social prevale la solidarietà, il farsi forza tra di noi e la necessità di far fronte comune all’emergenza. Resta ancora un po’ di hate speech, seppure in sordina, che putroppo credo sia endogeno di alcuni utenti social ed in generale nella natura umana, la caccia alle streghe verso chi viene visto in giro a piedi o in bici, come fossero tutti degli untori… e la diffusione dei fake news, come sempre la ricetta è semplice, prendi il tema più in voga e ci connetti complottismi vari o notizie di clickbaiting. Un consiglio? Scegliamo fonti attendibili, ascoltiamo solo quelle e magari distraiamoci anche un po’ per la nostra salute mentale».

Cosa comunicano gli italiani da casa?
«C’è una bella analisi su cosa comunicano gli italiani con l’hastag #iorestoacasa effettuata da Blogmeter. Cucinare: utenti, celebrities e food influencers condividono filmati e ricetti; fare attività fisica, condivisione dei programmi di allenamento, yoga, challenge; godersi i momenti in famiglia, con un senso di casa ritrovato; ascoltare musica, film vecchi, libri mai letti; spazio relax,; comunicare con gli altri; sono i trend principali. C’è un ultima cosa che mi piace segnalare, grande merito ai Ferragnez (il cantante Fedez e l’influencer Chiara Ferragni ndr) che hanno lanciato una raccolta fondi incredibile per un ospedale milanese, capace di generare una serie di emulazioni da parte di persone “normali” che hanno comunque raggiunto ottimi risultati diffusi in tutta Italia. Quindi grande merito a chi è stato proattivo, ma soprattutto è un bellissimo segnale il numero di quanti hanno partecipato a questa raccolta fondi».

Dal punto di vista del “fare innovazione” cosa ci insegna questa emergenza e quali opportunità apre davanti a noi?

«Vediamo due cose che l’innovazione e fare innovazione hanno messo in risalto in questa situazione. Come dicevo questo evento inatteso e “violentissimo” ci ha costretto a fare salti enormi dal punto di vista della digitalizzazione, ci ha dimostrato che nonostante lo scetticismo eravamo, forse, in buona parte più pronti di quanto pensavamo. Abbiamo parlato di smartworking per le aziende ma ci sono altri settori che hanno reagito e fatto per necessità passi da gigante: penso alla scuola e alle pubbliche amministrazioni. Al momento la scuola non si è fermata, sono in contatto con diversi professori di superiori e medie e ho avuto modo di chiacchierare anche con studenti. Le lezioni continuano sul digitale, con loro le interrogazioni e l’attività scolastica, una cosa incredibile sino a pochi mesi fa. Questo sicuramente apre a nuove prospettive e nuove problematiche. Per primo un aumento ulteriore del digital divide. Chi non ha a casa i mezzi per seguire le lezioni come fa?  Sicuramente però ci troviamo di fronte ad un corpo docenti di colpo molto più digitalizzato di prima».

E per la Pubblica Amministrazione?

«ll discorso è simile, la PA sta digitalizzando l’impossibile e sta diffondendo abitudini e tecnologie prima usate da pochi a tutta la popolazione. Penso al fascicolo sanitario elettronico, la possibilità di “noleggiare” i libri della biblioteca da casa, interi consigli comunali fatti tramite conference call. Ma anche le piccole attività, anche le più impensabili, hanno portato sul digitale il loro lavoro, basti pensare agli insegnanti di yoga, pilates, crossfit o altro che continuano a fare lezioni live da casa, connessi con tutti gli iscritti. Insomma, ci siamo tutti riscoperti più tecnologici».


Parliamo di un maggiore utilizzo di tecnologie comunque esistenti, l’ecosistema dell’innovazione però che ruolo sta giocando?

«Il mondo dell’innovazione ha messo a disposizione il suo approccio in beta e le sue competenze. Siamo di fronte a tantissimi makers, esperti di digitale e tecnologie che si sono messi in moto per “dare una mano”: Siti che aiutano le botteghe più piccole a gestire gli ordini da casa dei clienti,  video lezioni per imparare qualcosa di nuovo, ma soprattutto la possibilità di dare una mano in prima linea. Caso davvero incredibile quello di un componente fondamentale per i macchinari di terapia intensiva ristampato in 3d e usato in ospedale, o la famosa maschera da snorkeling “hackerata” per poter diventare un ventilatore/ossigenatore. In un momento così urgente e difficile si è per necessità scavalcata la burocrazia di brevetti per abbracciare l’approccio costantemente in “beta test” dell’innovazione, con il motto “done is better than perfect”. Benvengano quindi le live sgranate, le stampe imprecise ma funzionanti, le idee strampalate ma vincenti. Per concludere, una fotografia di tutte le cose che stanno accadendo ci permette di dire che in un momento come questo siamo diventati tutti innovatori, e questo ci servirà tantissimo anche quando questa crisi sarà passata perché ci troveremo davanti ad un mondo probabilmente da ripensare, e dovremo fare in modo di riuscire a ripensarlo meglio di come lo abbiamo lasciato».