Fabio Cassanelli: ecco chi sono i nemici dell’Europa

Tra pochi mesi i cittadini dei 27 Paesi che compongono l’Unione Europea saranno chiamati a votare per il rinnovo del  parlamento continentale, per molti commentatori e addetti ai lavori le prossime elezioni europee saranno le più importanti della storia, le prime dopo Brexit. Elezioni nelle quali in gioco non ci sarebbero solo i destini dei partiti pronti a sfidarsi sulle diverse posizioni ma quello dell’Unione stessa con l’avanzare delle forze euroscettiche. Così uno dei capisaldi dell’epoca moderna, l’Europa unita, potrebbe presto essere solo un ricordo. Ma chi sono oggi i nemici dell’Europa? Ne parliamo con Fabio Cassanelli, torinese, classe 1991, una laurea in Economia Aziendale, europeista convinto, fondatore dell’associazione Osare Europa, tra gli ideatori di innòva e ideatore e conduttore del programma radiofonico “Lo stato dell’Unione” (qui per riascoltare le puntate andate in onda) nel quale assieme ad Andrea Sorbello  raccontano uomini, istituzioni, poteri e regole dell’Unione Europea.

 

Cassanelli chi sono oggi i nemici dell’Europa?

«In questo particolare periodo storico l’Europa ha molti nemici. È nemico dell’Europa innanzitutto chi percepisce come minacce alla propria egemonia, non solo geopolitica, ma anche culturale, i valori fondamentali dell’UE come la democrazia, la tolleranza, lo stato di diritto e la separazione dei poteri dello Stato, la libertà di pensiero, di parola e di espressione. Un’Europa forte, economicamente stabile e politicamente influente fa molta paura ai governi autoritari, timorosi che i propri cittadini possano guardare al modello europeo con speranza e un po’ di invidia. A tali cittadini potrebbe quasi venire voglia di mette in discussione lo status quo, un po’ come fatto dagli ucraini nel corso dell’Euromaidan. Ve le ricordate le bandiere europee sventolare in piazza? Insomma, per alcuni leader autoritari mettere in cattiva luce l’Europa, destabilizzarla e indebolirla ha come obiettivo il rafforzamento della propria stabilità interna.»

 

La Russia di Vladimir Putin è un nemico dell’Europa?

«La Russia è uno dei principali nemici dell’Unione Europea proprio per i motivi che elencavo prima. Ma non solo. Uno degli altri obiettivi di Mosca è ovviamente quello di incrementare la propria posizione di forza negli scenari geopolitici internazionali. Ovviamente per la Russia sarebbe molto più facile estendere la propria influenza su un nugolo di 28 staterelli divisi e litigiosi, piuttosto che negoziare con un gigante da oltre mezzo miliardo di abitanti. Senza la UE e con una NATO indebolita, Mosca potrebbe addirittura tornare a estendere i propri tentacoli sui Paesi dell’Est Europa.»

 

Anche gli Stati Uniti sono diventati un nemico dell’Europa?

«Con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca anche gli Stati Uniti sono diventati nemici dell’Europa. Non lo dico io, ma lo dice lo stesso Trump. L’Unione Europea è ad oggi il più grande mercato e la più forte economia del mondo. Un’economia possente ma profondamente regolamentata, che ha un occhio all’ambiente, alla privacy e ai diritti del consumatore. Trump vorrebbe indebolirla a colpi di dazi e tariffe, il vecchio metodo mercantilista che distrugge valore e si traduce in rappresaglie e scenari lose-lose. Infine, è nemico dell’UE chi agevola i disegni delle potenze esterne per ottenere un tornaconto elettorale nel breve-medio periodo. Stiamo parlando ovviamente di Salvini, di Di Maio e dei leader populisti di estrema destra di molti Paesi europei. Fateci caso: per la maggior parte di loro l’odio per la UE e l’ammirazione per Putin e per Trump sono delle costanti. L’Europa però ha anche molti alleati, purtroppo, in questo periodo, più silenziosi dei suoi nemici. Il Canada di Justin Trudeau è sicuramente uno di questi.»

 

Il Regno Unito, tramite un referendum, ha scelto di uscire dall’Unione Europea. In Italia i sondaggi premiano il neo nazionalismo del vice Primo Ministro Matteo Salvini, in Austria c’è il Premier austriaco Kurz, ad est quello ungherese Orbán e e il gruppo di Visegrad. L’Europa unita per come l’abbiamo conosciuta noi ha ancora un senso o serve pensare ad altro?

«Considerando che, come detto prima, Europa è sinonimo di stato di diritto, tolleranza, libertà di pensiero, il progetto europeo ha ovviamente un senso anche e soprattuto quando la maggior parte dei cittadini smettono di credere nelle sue potenzialità e nei suoi valori. Insomma, le buone idee restano tali anche quando la maggior parte delle persone decide o si fa persuadere che sia meglio puntare su progetti controproducenti e autolesionisti come la dissoluzione della UE. L’Unione Europea esiste e ha portato a tutti i cittadini europei innumerevoli vantaggi. Se qualcosa non funziona, va cambiato in meglio. Non ci sono più in campo figure come Tony Blair, Bill Clinton e David Miliband. La terza via sembra vecchia e non più attuale. Chi può caricarsi sulle spalle la rinascita di un riformismo europeo che metta al centro l’Unione e non si chiuda nei nazionalismi?»

 

Per lei la Terza via teorizzata dal sociologo britannico Anthony Giddens è ancora attuale?

«Per me terza via è sinonimo di Good Friday Agreement, che durante il premierato di Tony Blair mise fine a decenni di odio, nazionalismo e lotta armata nel cuore di due nazioni europee. In questo caso, l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Il contrario di Terza via è stata la dissennata campagna per la Brexit che, con l’uscita del Regno Unito dall’UE, rischia di fare esplodere nuovamente caos e violenze. Al momento possono caricarsi sulle spalle i valori della terza via, dell’Europa, dell’inclusione e della tolleranza tutti i cittadini che non ci stanno a essere nuovamente catapultati nel Novecento, secolo di nazionalismi, dazi e guerre. Purtroppo, al momento non vedo leader salvifici all’orizzonte.»

 

Nemmeno Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica in Francia, convintamente europeista? Possiamo considerare il leader di EnMarche! una stella già sul viale del tramonto?

«Macron ha condotto una campagna elettorale molto innovativa e coraggiosa, portando sui palchi il vessillo europeo e sventolandolo durante i comizi. Un gesto rivoluzionario, soprattutto per i canoni francesi. Questo ha riacceso le speranze nel cuore di tutti gli europeisti del Continente, che nel contempo hanno anche festeggiato la sconfitta dell’estrema destra neofascista di madame Le Pen. Successivamente, però, dopo le elezioni Macron ha deluso un po’ le aspettative. In particolare, i cittadini europei si sarebbero aspettati meno rigidità nell’affrontare la questione migranti e il blitz della Gendarmerie a Bardonecchia ha contribuito non poco a intaccare la sua popolarità in Europa. Per riscattarsi, Macron dovrebbe tornare a fare qualcosa di coraggioso e inaspettato. È stato indicato come avversario del popolo francese da Salvini e Orbán e lui ha risposto così: «Se dicono che in Francia c’è il nemico del nazionalismo, della politica dell’odio, dell’Europa che deve pagare quello che ci conviene senza imporre alcuna forma di responsabilità e di solidarietà, hanno ragione». Ecco, se Macron vuole veramente ergersi a nemico del nazionalismo e dell’odio e ritiene di avere un piano lucido in mente, il supporto degli europeisti non mancherà. Come non è mancato durante le elezioni francesi, dove sono sorti comitati di EnMarche! in moltissime città d’Europa, tra cui Torino al quale ho collaborato attivamente.»

 

Come vede le prossime elezioni europee? Per molti commentatori saranno le più importanti della storia. È d’accordo?

«È molto probabile che l’estrema destra trionfi in tutto il Continente Europeo. Forse non basterà più l’alleanza PPE e PSE per garantire una maggioranza alle forze moderate nel Parlamento Europeo. Gli europeisti saranno costretti a trovare convergenze a sinistra, dialogando soprattutto con i potenziali eletti del nuovo movimento di Varoufakis a cui auguro la massima fortuna. Nonostante non abbia particolari simpatie per lui, spero che sia in grado di attirare verso il proprio movimento transnazionale parte dei voti dei cosiddetti populisti di sinistra, i quali in passato hanno votato il Movimento 5 Stelle, ma ora si sentono disgustati dall’alleanza governativa con Salvini.»

 

E i riformisti italiani cosa dovrebbero fare per rilanciare l’europeismo di casa nostra?

«A proposito di questo, qualche giorno fa Luca Sofri scriveva su Il Post:  “Non mi pare siano solo miei, lo spaesamento e il senso di impotenza generati dai cambiamenti politici di questi mesi e anni, in Italia e nel mondo. Scrivo per dire che non è una rassegnazione, né un’indifferenza – una sofferenza, casomai – ma io me la racconto come una lucida e pratica attitudine a fare e scrivere cose che abbiano delle prospettive, dei progetti, della ragionevole possibilità di risultati. A me non ne vengono in mente, di cose così, da mesi: e quindi taccio, cerco di fare bene il Post e intanto mi arrovello da solo.” Condivido il suo pensiero. Fingere di avere in mano la ricetta per uscire da questa situazione è da incoscienti o da arroganti. Sempre Sofri ha scritto che secondo lui la soluzione è cercare di fare il meglio possibile nel nostro piccolo giorno dopo giorno, sperando che a qualcuno prima o poi venga un’idea rivoluzionaria.»

 

L’Italia con il Governo Conte appare isolata nello scacchiere europeo, secondo lei è davvero così?

«Sì, è davvero isolata. Il governo italiano ha deciso di creare delle convergenze con quei Paesi che sono governati da leader politicamente affini, invece di dialogare e stringere accordi con i Paesi più influenti e solidali dello scacchiere europeo. Come dicevamo prima, per il governo italiano è più importante il consenso elettorale nel breve-medio periodo che impostare una strategia sensata che dia i suoi frutti medio-lungo termine. Se l’obiettivo del nostro Paese è quello di ottenere una mano dai Paesi europei al fine di avviare la redistribuzione dei migranti, che senso ha allearsi con quei Paesi che non hanno mai mostrato un briciolo di solidarietà verso l’Italia? Di nuovo, temo che l’obiettivo dei leader italiani, al pari di diversi altri leader europei nazionalisti e sovranisti, sia quello di distruggere l’Europa dall’interno invece che trovare soluzioni per migliorare il suo funzionamento.»

 

L’ex Primo Ministro e segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ha incarnato la speranza di un nuovo riformismo. Sono bastati 1000 giorni al Governo del Paese affinché i riformisti raccogliessero, alle ultime elezioni, la più pesante sconfitta della loro storia. Se Renzi si mettesse alla guida di un partito transnazionale alle prossime elezioni europee come lo vedrebbe?

«Renzi durante i 1000 giorni di governo ha fatto molto. Si potrebbe fare il solito elenco, che va dalla decontribuzione per i neoassunti alle unioni civili, dal testamento biologico alla legge sul dopo di noi. Nonostante questo, al momento è molto impopolare e questo non fa bene alle prospettive elettorali del centrosinistra. A livello strategico, sarebbe meglio che rimanesse ai margini della scena politica per un bel po’. Secondo il mio parere, avrebbe dovuto già farlo dopo la vittoria del No al Referendum del 4 dicembre 2016. Sparendo dalla circolazione per qualche anno per poi tornare alla carica alle prossime elezioni. Purtroppo, il suo estremo dinamismo e l’incredibile voglia di protagonismo, che gli sono stati utili nella fase iniziale della sua carriera politica, adesso risultano essere delle zavorre. Al momento non vedo un leader capace e allo stesso tempo popolare che possa guidare un partito transnazionale riformista alle prossime europee.»

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