Facebook è una vera e propria abitudine per gli italiani

di Giusy Russo



Ieri pomeriggio era impossibile accedere a Facebook. Un messaggio sulla homepage avvisava che era in corso un’operazione di manutenzione. Quello che può sembrare un contrattempo, per alcuni può essere stato un vero e proprio problema. Basti pensare che, secondo i dati di Lori Lewis e Chadd Callahan di Cumulus Media, lo scorso anno in sessanta secondi ci sono stati in media 973mila login a Facebook. Ormai i social network e le app di messaggistica istantanea sono diventate un’abitudine a cui riusciamo a rinunciare con non poche difficoltà. Eppure, alcuni comportamenti online stanno cambiando.



Ad accorgersene è stato Mark Zuckerberg, che lo scorso sei marzo ha pubblicato una nota[1]per spiegare agli utenti come intende far evolvere Facebook. Privacy e messaggistica sono gli elementi principali attorno ai quali si sta lavorando dalle parti di Menlo Park. Tutti hanno sentito parlare delle accuse mosse al popolare social network in merito all’uso dei dati dei propri iscritti, se a questo si aggiunge il crescente successo dei messaggi privati, dei gruppi e delle storie dalla durata temporanea, le nuove linee guida di Facebook non sorprendono.  “Capisco che molte persone non credono che Facebook possa o voglia costruire anche questo tipo di piattaforma incentrata sulla privacy, perché francamente non abbiamo allo stato attuale una solida reputazione per la creazione di servizi di protezione della privacy, e storicamente ci siamo concentrati su strumenti per una condivisione più aperta. Ma abbiamo ripetutamente dimostrato che possiamo evolvere per creare i servizi che le persone desiderano davvero, compresi i messaggi e le storie private”, scrive Zuckerberg. Questa dunque è la prossima sfida da affrontare, ovvero una comunicazione sviluppata sempre più attraverso messaggi che possano garantire il rispetto della privacy.


Per elaborare questo nuovo tipo di piattaforma, vengono citati i principi da seguire: interazioni private, crittografia, riduzione della permanenza, sicurezza, interoperabilità e archiviazione sicura dei dati.


Innanzitutto si parte dal presupposto che le persone desiderino avere degli spazi online in cui interagire senza intrusioni da parte di estranei. Il punto segna un cambiamento radicale per i social network, un tempo intesi come vere e proprie piazze virtuali il cui obiettivo era arrivare a quante più persone possibili. Zuckerberg ricorda che ci sono circostanze in cui tale finalità resta auspicabile, pensiamo ad esempio a una raccolta fondi, al desiderio di vendere o comprare qualcosa o a quello di dare visibilità alla propria azienda o accrescere la consapevolezza su tematiche importanti. In tutti questi casi è opportuno e vantaggioso disporre di un’ampia platea di follower. Tuttavia, le piattaforme possono servire anche per comunicare in maniera più intima e circoscritta. WhatsApp ne è un esempio. Per garantire questi aspetti può essere utile la crittografia end-to-end, che impedisce di vedere cosa condividono le persone e che può essere ancora implementata. Un altro aspetto che sembra piacere agli utenti è la possibilità di condividere contenuti per una durata temporanea. Sapere che delle immagini o dei post non resteranno praticamente per sempre disseminati in rete può determinare anche una maggiore spontaneità. Quindi c’è l’interoperabilità, ovvero la possibilità di utilizzare di scegliere il servizio più appropriato per le proprie esigenze. Oggi, invece se si è su Facebook e si vogliono inviare messaggi, si deve usare necessariamente Messenger, lo stesso vare per Direct su Instagram o per la chat su WhatsApp. L’intenzione è non vincolare e includere addirittura anche gli sms. I vantaggi sono molteplici, perfino sotto l’aspetto della privacy. Si legge infatti nella nota che, ad esempio, in futuro si potranno inviare messaggi da Facebook su WhatsApp senza condividere il proprio numero di telefono. A Menlo Park sono naturalmente consapevoli dell’importanza della privacy, dopo il clamore sollevato sull’uso delle informazioni relative ai propri utenti. Tra le linee guida indicate, non poteva quindi mancare l’archiviazione sicura dei dati. Si legge che Facebook ha deciso di non costruire data center in Paesi che non rispettano i diritti umani come la privacy o la libertà di espressione, sebbene il modo migliore per proteggere i dati sia non archiviarli affatto in generale, passaggio che è in programma in futuro.  


In base alla nota di qualche giorno fa, dovremo aspettarci quindi una vera e propria svolta per quanto riguarda Facebook. Al momento, tuttavia, la ricerca della visibilità resta una priorità per chi usa il popolare social network per raggiungere il maggior numero di persone. Lo spiega alla perfezione Pier Luca Santoro, che su Agi Factory[2]evidenzia l’importanza delle piattaforme sia per comunicare che per veicolare informazioni. Tuttavia egli riconosce i mutamenti avvenuti nel corso del tempo e scrive: “i social network si sono evoluti da un luogo in cui le persone si connettono a una piattaforma di distribuzione delle informazioni. Si tratta di costruire una comunità, non un pubblico. Si tratta di rendere il contenuto colloquiale invece di catturare l’attenzione. In definitiva, si tratta di adottare un approccio più onesto quando si interagisce con le persone sui social. Ma in questo percorso, una mancanza di comprensione di come funzionano gli algoritmi dei social media è come guidare al buio senza luci accese.” Santoro infatti parte dalla decodifica degli algoritmi dei social elaborata da Ste Davies, per provare a capire come funzionano quelli di Facebook. In altre parole, non si sa esattamente il meccanismo alla loro base, ma grazie a una serie di informazioni diffuse e a numerose ricerche, possono essere ricavati alcuni elementi di particolare interesse. Facebook con molta probabilità condivide i post a un numero ristretto di utenti per testarne il coinvolgimento iniziale e dà la priorità a quei contenuti che diventano oggetto di conversazione tra amici e familiari. Viene inoltre data la precedenza ai contatti presenti su Messenger. Condividere video e contenuti nativi piuttosto che collegamenti esterni è preferibile. Secondo un’analisi di Buffer cinque è il numero ottimale di post al giorno. È inoltre considerata rilevante la credibilità di un utente, così come vengono ritenuti più efficaci quei contenuti che ricevono commenti per un periodo lungo di tempo. Ricevono punteggi bassi post dal carattere sensazionalistico, richieste di like e commenti, nonché il cosiddetto clickbait e i contenuti dai titoli non veritieri o comunque fuorvianti. 



Che si tratti di un luogo affollato o di uno spazio più raccolto e colloquiale, Facebook è una vera e propria abitudine per gli Italiani, che in base al quindicesimo Rapporto Censis sulla comunicazione[3], viene adoperato dopo WhatsApp e prima di Youtube. Capirne meccanismi di funzionamento e prevederne possibili evoluzioni è dunque fondamentale, magari proprio approfittando delle ore in cui non vi si può accedere ed è virale l’hashtag #Facebookdown.


[1]https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/a-privacy-focused-vision-for-social-networking/10156700570096634

[2]https://www.agifactory.it/algoritmi-piattaforme-social-2019/?fbclid=IwAR1KZd7rJHtg-ERCZ4qzTeIIAuuYNe_pYIkQ20_iynxRFe-Ax6B_Tn-EyvM

[3]https://innovatalk.it/comunicazione-e-campagne-elettorali/

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