Franceschini vuol dire cultura

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di Federico Macchi

Uno dei temi principali della sua campagna elettorale è la cultura. Molte persone però avvertono il tempo da concedere all’arte, allo spettacolo eccetera come un lusso per chi “non si deve portare a casa il pane”. È davvero così?

«La cultura è alla base di tutto, ma soprattutto definisce il grado di maturità di una società, la sua identità. Un popolo ignorante è più facilmente manovrabile e, è inutile nasconderlo, oggi ci troviamo di fronte alla più profonda crisi culturale degli ultimi vent’anni. Oltre il 40% degli italiani dichiara di non leggere nemmeno un libro all’anno. Quindi i servizi culturali sono fondamentali e devono essere oggetto di grande attenzione e investimenti. Le imprese culturali, solo in Emilia-Romagna, sono 30.000 con oltre 80.000 addetti impiegati. La cultura nutre la mente, ma non solo. La cultura produce economia. Le indagini compiute da ricercatori e Università, ad esempio dal Dipartimento di Scienze della Comunicazione di Unimore, confermano che ogni euro investito in servizi o eventi culturali ne genera nel territorio tra i 4 e i 5 in termini di indotto turistico – visitatori che consumano, pernottano – e sotto forma di impatto diretto sul sistema economico locale (collaboratori e fornitori). Nessun dubbio, quindi, sulla centralità della cultura nel mio programma politico, una cultura che passa principalmente dalla formazione permanente, diffusa e per tutti. Uno dei miei principali obiettivi, se sarà eletta in Consiglio regionale, è rendere musei, teatri, eventi gratis per le fasce di reddito più basse».

Quest’anno Parma sarà Capitale della Cultura. Cosa deve fare Reggio per essere la Capitale del 2030? 

«Reggio deve mettere a fuoco le sue priorità, leggere il proprio contesto storico e culturale e da quello costruire una visione. Dobbiamo coniugare tradizione e innovazione, guardando al futuro senza dimenticare il passato. Questa provincia ha visto regnare Matilde di Canossa; nascere le creazioni cavalleresche di Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto insieme alla concretezza del metodo scientifico di Lazzaro Spallanzani; ha dato i natali al nostro Tricolore; è stata protagonista della Resistenza e del boom del Dopoguerra, fino ai giorni nostri, grazie a uomini e donne che hanno guidato l’Italia e l’Europa, artisti, cantanti,  creativi della moda, grandi imprenditori… E abbiamo servizi culturali – i musei, le biblioteche, le fondazioni, istituti storici – che devono essere garantiti e sempre più aperti e inclusivi. E’ attorno ad essi che devono incentrarsi precise linee di azione: educazione, danza, fotografia, teatro sono gli ambiti su cui lavorare, in modo multidiscplinare e integrato».

Lei è cresciuta nel partito “portando di casa in casa L’Unità”. Come si avvicinano oggi i giovani alla militanza? Cosa è cambiato? 

«I partiti sono più fragili di una volta e hanno decisamente meno appeal per un giovane che ha bisogno di tematiche forti e politiche chiare a cui aderire e per le quali battersi. Allo stesso tempo i giovani hanno voglia di protagonismo politico e lo hanno dimostrato manifestando per il clima o riempiendo le piazze di sardine. Si rendono conto che è il tempo di reagire ai danni non solo ambientali che l’uomo ha prodotto, ma anche alle banalizzazioni se non alle falsità, al clima di odio. Sta ai partiti, ora, cercare di diventare interlocutori credibili e questo passa dal riassegnare protagonismo politico alla società civile, ai giovani e a tutti coloro che ne hanno piene le scatole, come ha detto Romano Prodi, di partiti che si sono trasformati in club ristretti di dieci persone che si parlano e si eleggono a vicenda. Il partito nuovo di Zingaretti va proprio in questa direzione, quella di un Pd che faccia contare le persone e sia in grado di raccogliere questa domanda di politica che arriva da tanti giovani».

La profonda tecnologizzazione del lavoro porta alcuni esperti a dire che entro la fine di questo secolo la laurea triennale sarà la terza media. Come deve cambiare l’Università in Italia per non rimanere indietro? 

«Deve innanzitutto puntare sulla qualità dell’offerta formativa e degli strumenti didattici. E occorre introdurre un sistema di premialità per gli Ateni che si distinguono in termini di ricerca, numero di pubblicazioni, sperimentazioni. Si tratta di individuare criteri, concreti e misurabili, sulla base dei quali destinare maggiore risorse del MIUR secondo un reale sistema meritocratico. In questo modo si attiverebbe una sana “competizione” che determinerebbe una crescita complessiva di qualità di tutto il sistema universitario. Infine, bisogna assolutamente attivare una maggiore integrazione tra università e mondo del lavoro e delle imprese, riconoscendo economicamente i tirocini e facendoli diventare una effettiva opportunità di inizio di un percorso lavorativo».

Il PD deve aver paura di usare la parola sicurezza? 

«Le tematiche complesse, come quelle della sicurezza, devono essere affrontate senza timori, mettendo in chiaro le criticità e cercando di individuare soluzioni realistiche, senza sensazionalismi o slogan sterili, che amplificano le paure. Si deve pensare in primo luogo a quale visione di società abbiamo. Siamo sempre più soli, sempre più isolati e, dunque, sempre più deboli. C’è chi ha paura, chi alimenta strumentalmente questa paura e così si finisce per credere che la violenza – e l’autorizzazione indiscriminata ad usarla – siano le uniche soluzioni possibili. Senza capire che questo produrrà solo altra violenza ed altra paura. Dobbiamo recuperare valori – per altro distintivi di questa terra – come la cooperazione, l’aiuto vicendevole, la solidarietà. Impegnarci per tutelare i diritti di tutti, ma anche perché tutti non dimentichino mai che esistono anche i doveri, a partire dal rispetto delle leggi e della Costituzione. Occorre diffondere e potenziare, non più solo a livello di quartiere, le buone pratiche di cooperazione, come il Controllo di Comunità, che in Emilia sono nate negli ultimi anni. Soprattutto, combatterò per difendere il miglior collante di una comunità, la Giustizia Sociale: cultura della legalità in ogni ambito, contrasto alle infiltrazioni mafiose, lotta all’evasione fiscale, parità di salario».

Cosa ci racconta, Bibbiano, della nostra società?

«La narrazione che si è creata intorno a Bibbiano è una delle pagine più sconcertanti di questa campagna elettorale. Io chiedo alla Lega di riflettere molto seriamente su fino a che punto sono moralmente disposti a portare il livello del dibattito politico. Lo chiedo perché, se si vuole fondare la lotta politica su elementi di merito, su fatti, analisi e prove, allora accetto il confronto. Ma se invece la si vuole basare sulla propaganda dell’odio, sulla banalizzazione dei problemi e sulla strumentalizzazione becera e in malafede, allora no: non ci sto! Non ci sto perché la Lega non si rende conto, ed è gravissimo, dell’immenso danno culturale che così sta producendo, della deriva culturale che alimenta e verso cui getta in pasto le future generazioni. In questo modo la Lega contribuisce a screditare agli occhi dei nostri giovani, non solo Bibbiano e la sua gente – che per fortuna hanno la schiena dritta e robusta – ma le istituzioni, i servizi e la loro credibilità, il loro valore imprescindibile per la costruzione di una società giusta e democratica. Umberto Eco ci ha insegnato che “quando la protesta, interpretando così a fondo i sospetti dell’uomo medio, si esercita contro tutto, siamo nel pieno di quella tecnica demagogica che si chiama qualunquismo“. Ma il qualunquismo, attenzione, distrugge tutto e tutti e prima o poi distruggerà anche la Lega e tutti coloro che su Bibbiano hanno biecamente lucrato».