I COLORI DEL COVID-19

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di Sasha Perugini

Sono in apena. Me ne sono accorta stamani. Ho iniziato a trattenere il respiro (e i sospiri) il 20 febbraio. Se ho ripreso aria era artificiale, in quantità minima, giusto il necessario per poter proseguire in quest’apnea che mi ha portata in esplorazioni speleologiche parallele – e sono claustrofobica. Un’ aria centellinata e filtrata da una mascherina che rende la respirazione faticosa e accaldata. Un’aria che incita al silenzio perché teme contagi di virus e parole.

La prima di queste esplorazioni in discesa è quella con la mappa tracciata dei contagi COVID riportati dal mondo. Anziché svegliarmi elencando le cose per cui sono grata, adesso, come prima routine mattutina, controllo i dati. Perché da un giorno all’altro cambiano così tanto che il controllare con regolarità è diventato un bordo piscina a cui aggrapparsi mentre ci si prepara ad affrontare la nuotata della giornata, in apnea. Ho iniziato a controllarli dai primi due casi in Italia, i due turisti cinesi. Da quando ho capito che presto avrei dovuto rispondere alle domande dei genitori e avrei dovuto decidere se e quando rimandare o meno i nostri 350 studenti, venuti a Firenze a studiare, a casa negli States. E mentre aspetto che la pagina si aggiorni, non respiro, non mi muovo, non emetto suono. Controllo sempre due siti, quello del Johns Hopkins Coronavirus Resource Center e Worldometers. Non perché siano i più affidabili o i più accurati ma perché ho bisogno di punti fermi per credermi aggiornata seppur consapevole che non ci sono protocolli condivisi, standard approvati, che qualcuno i dati li condivide e qualcuno no, e qualche approssimazione c’è per forza. Ho da poco scoperto che esistono anche le autopsie non invasive. Come dire, ti apro il cadavere, ma sbircio poco. Anzi, è proprio questo il paradosso forse, che questo controllare ha poco a che vedere con l’essere informati e più con il darsi dei punti fermi in questo oceano di informazioni confondenti.

Il primo sito ha le pagine nere e i numeri dei casi totali nelle varie nazioni rossi, colori adatti alle serie video di science fiction politica. Questo sito si aggiorna più velocemente dell’altro e con i suoi puntini rossi che pulsano è difficile pensare che l’intento del webmaster non sia stato quello di allarmare. Il secondo invece, Worldometers, ha le pagine bianche attraversate da righe colorate (arancione per le morti e verde per le guarigioni) e mentre controllo il numero delle morti, di lato appare la pubblicità degli ultimi mobiletti ikea che ho cercato, perché in tutto questo continuo a dimenticarmi di usare la modalità privata sui motori di ricerca.  Il sito WM offre una lettura più curvilinea e in qualche modo più speranzosa. Là dove i grafici di morti e nuovi casi sono in discesa io provo un impalpabile senso di sollievo. E se numeri e grafici sono la nuova religione, mi chiedo, che morte e resurrezione possiamo immaginare per loro? Un blackout globale che ci costringa ad approssimazioni e memorie contrastanti? Ci vorrebbe Mr. Robot per rispondere.

Chissà quale sarà la memoria visiva che mi tornerà in mente, tra tanti anni, se il nero e rosso del sito della JHU, con la sua palette dall’estetica vagamente nazi, oppure le linee giallo ocra delle morti sull’altro sito, solo apparentemente più rassicurante. Oppure sarà il verde chirurgico delle mascherine. O il grigio, grigio come frullato di tutti i testi, articoli, blog, tweet, post che ho letto con presunte informazioni, opinioni, polemiche, accuse, dibattiti, domande, lamentele, punzecchiature, pretese, retorismi vuoti che paiono obsoleti solo a me. O forse ricorderò il blu delle mani di mio figlio rimaste ostinatamente tinte per settimane dopo la fallita prova di uno slime casalingo, io che provo a fare esperimenti con lui, poco abituata a questa maternità senza camere d’aria.

E che colore hanno i respiri? Ricordo, al risveglio dell’anestesia dopo la mia operazione al cuore, il bruciore della gola e la fatica a respirare, con la pleura tagliata. Metafora adatta a questo periodo in cui il senso di mancanza d’aria è diffuso. Una claustrofobia collettiva e apparentemente silenziosa. Combattuti tra la voglia di cantare e quella di lasciarsi andare cercando di ricordare che tocca ritrovare umiltà. Tempo di riemergere dall’apnea, di controllare i dati un po’ meno spesso. Ora di respirare: inspiro, espiro. Inspiro. Lascio andare. Svuoto. Libero armadi, polmoni e pensieri. Un respiro alla volta, si riprende aria e si trova un nuovo ritmo, magari più consapevole. Ho il sospetto che quando ripenserò a questi due mesi surreali ci sarà anche una vena di nostalgia per i tempi dilatati nella cuccia, insieme al mio piccolo branco. E chissà di che colore è la nostalgia.