I punti che ci uniscono. Maura Manghi sulle primarie PD

di Maura Manghi



Siamo finalmente arrivati all’ultimo atto del lungo e bizantino percorso del congresso Partito Democratico: il voto alle primarie aperte di domenica prossima.


Percorso lungo e tortuoso che parte dalle dimissioni del segretario Matteo Renzi subito dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018 e si è protratto per un anno, prima senza fissare una data, poi in una altrettanto lunga serie di candidature annunciate e poi ritirate ed altre presentate l’ultimo minuto utile.


Un percorso congressuale dove il non detto a volte ha assunto maggiore importanza delle esplicite tesi congressuali e dove continuano ad aleggiare parecchi convitati fantasma.


Da dove partire quindi per dare un senso al voto di domenica? Come vogliamo il prossimo Partito Democratico per affrontare la traversata nel deserto che (forse) ci attende.


Dal 5 marzo 2018 ritengo che stracciarsi le vesti, fare analisi dal alcolisti anonimi, come le ha definite Matteo Renzi stesso, su dove abbiamo sbagliato sia non solo dannoso ma controproducente. Non perchè non siano stati fatti errori, ma perchè rinnegare le scelte riformiste degli ultimi cinque anni a governo PD vorrebbe dire chiudere per sempre la possibilità di portare il Paese ad affrontare le sfide che la modernità sta per presentarci.


Abbiamo immolato l’agnello sacrificale, il capro espiatorio della sconfitta, il segretario “responsabile”. 


Adesso voltiamo pagina. Guardiamo avanti e non sempre indietro.


E guardare avanti significa non rinnegare le politiche di governi PD ma ripartire da lì per riproporre una stagione di riforme, significa non continuare nella furia iconoclasta di distruggere quanto fatto dal “leader” ma ripartire da lì per trovare una nuova stagione. Insieme, più partecipata, senza rancori, senza ritorni ad un passato che era già fallito nel 2013.


Perchè, ricordiamolo, le ricette di quelli ora fuoriusciti in LeU erano già fallite, nella “non vittoria” del 2013 e nel vergognoso sbeffeggiamento del nostro segretario nello streaming della trattativa coi 5 Stelle.


Con questo non intendo che non si possano trovare, in elezioni amministrative o meno, punti di contatto e possibilità di alleanze anche con chi ora è uscito dal PD. Ma significa che il PD è altro.


Il PD, come ho detto altre volte, è un difficile equilibrio fra anime e sensibilità diverse, quella socialdemocratica, quella liberal democratica, quella cristiano democratica. Pretendere di ridurre ad una sola significa distruggere la ragion d’essere del PD. Accentuare troppo una a danno delle altre avrebbe lo stesso risultato.


L’avversario, e questo deve valere per tutti, non è però interno al partito: l’avversario oggi è il populismo. Senza distinzione fra populismo di destra e di sinistra, perchè il populismo è sempre sbagliato. Perchè populismo significa cercare di soddisfare interessi particolari a discapito degli interessi generali del Paese. E perchè il cosiddetto populismo “di sinistra” dei 5 Stelle non è in realtà diverso da quello della destra.


E l’avversario è oggi anche il nazionalismo. Oggi lo chiamano sovranismo cercando di renderlo meno odioso di quanto non sia. Ma è lo stesso nazionalismo che ha portato a due sanguinose guerre mondiali e che sta cercando di distruggere l’Europa per fare gli interessi, convergenti, di USA e Russia.


Per questo ritengo che a partire dalle prossime elezioni europee si debba cercare una convergenza più vasta di tutti quelli che si oppongono a questi mali del XXI secolo e, come ha detto Maurizio Martina, da lunedì iniziare ad aprire i comitati proposti da Calenda in tutte le città italiane. Cercando i punti che ci uniscono e non quelli che ci dividono.


Credo infine che dei tre candidati Maurizio Martina sia il più adatto a compiere questo sforzo di unità non di facciata ma di propositi, quello che non pone l’accento sulle divisioni del passato o del futuro. Quello che, pur tenendo ferma la esclusione di ogni populismo e sovranismo dal nostro orizzonte politico, è capace di ricondurre il PD ad una comunità di persone che lavorano per uno scopo comune.

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