I rifugiati sono il problema o lo è la burocrazia?

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di Youness Warhou

 

I profughi tra il martello dell’egoismo europeo e l’incudine della situazione politica italiana possono essere liberati solo se si risolve il tradizionale limbo della burocrazia che li intrappola per tempi lunghissimi, diventando – a volte – anche irregolari.

 

La Pubblica Amministrazione italiana sotto forma di questure, commissioni territoriali ed altri organi statali, per riconoscere lo status di protezione internazionale ad ogni richiedente asilo, ci mette mediamente circa un anno e mezzo (18mesi).

 

Attualmente, in Italia (e non solo), sono in vigore tattati e leggi che danno riconoscimento della copertura temporanea o permanente per soggiornare all’interno di qualunque paese del mondo aderente all’ONU a chi si sente minacciato e/o ha difficoltà nel godere dei semplici diritti umani nel proprio Paese d’origine.

 

Questi trattati però hanno alcune convenzioni che in situazioni di emergenza globale, rischiano di essere inefficienti o inefficaci. La situazione che sta vivendo l’Italia è una di esse, rendono quest’ultima solitaria come lo sono quasi tutti i paesi confinanti con regioni in status di instabilità sociale, economica o politica.

 

La risoluzione di tali emergenze a volte necessita di un rimodellamento degli stessi trattati internazionali, o di elaborazione di nuove prassi a titolo unilaterale o in collaborazione con gli stati confinanti, per far fronte alla gestione dei nuovi flussi.

 

Uno dei principi fondamentali che si notano mancanti nella crisi migratoria attuale, è la flessibilità che dà una capacità interpretativa più libera al quadro di gestione di tale difficoltà.


Siamo nell’epoca della scienza quantistica, anche il calcolo binario sta diventando obsoleto, non tutto è nero e non tutto è bianco, la verità molto spesso sta nel mezzo.

 

Una delle metodologie ignorate fino ad ora, effettivamente risolutrice con una flessibilità da parte delle istituzioni italiane è la sburocratizzazione dei processi di assegnazione del diritto di permanenza legale nell’area Schengen.

 

Come può essere fatto ciò? Esistono tre tipologie di protezione internazionale che concede l’Italia e che permettono una libera circolazione nell’area UE:

 

  • Asilo politico
  • Protezione sussidiaria
  • Protezione umanitaria

 

Le prime due, se concesse, permetterebbero una possibilità di spostamento e di lavoro di una durata che può garantire anche il trasferimento nel nuovo Paese dove si lavora. Attraverso la richiesta di conversione del proprio permesso di soggiorno da motivi umanitari a motivi di lavoro, si potrà ricevere il permesso del nuovo stato UE in cui si ha deciso di vivere evitando così la ricollocazione per competenza statale imposta dal trattato di dublino.

 

Ed è ciò che viene garantito ad ogni cittadino straniero residente sul territorio europeo ed in possesso di una carta di soggiorno o dell cosiddetto PSE di lunga durata.

 

Quindi ricapitolando, per migliorare la gestione di tali flussi, vista la loro grande portata, la proposta sarebbe quella di accelerare e facilitare il processo di valutazione della protezione internazionale a livello di istituzioni italiane, assumendo nuovo personale temporaneo o lanciando bandi ben controllati dati in gestione a entità competenti nel settore.

 

Infine grazie al principio di flessibilità sopracitato, si può introdurre una nuova tipologia di  permesso di soggiorno per scopi emergenziali almeno di un anno con possibilità di conversione a PSE per scopi lavorativi. Questo permetterà agli attuali migranti che hanno richiesto asilo politico e sono presenti sul territorio italiano senza alcuna collocazione, di godere degli stessi diritti degli immigrati regolari e di conseguenza circolare e lavorare liberamente sul territorio UE.