IL COVID-19 CI SPINGE AD AVERE LO SGUARDO OLTRE

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Questo periodo di emergenza dovuto alla lotta alla diffusione della pandemia Covid-19 ha visto tutti impegnati in una sfida – quella al virus appunto – sanitaria (prima) ed economica (dopo) imposta dalle gravi conseguenze che le varie misure, tra i cui il lockdown, hanno causato al sistema sanitario nazionale ed al comparto economico-produttivo.

C’è però un altro aspetto che durante l’emergenza non è certamente prioritario, ma che per chi si occupa di analisi diventa fondamentale per leggere il tempo presente e costruire, partendo dall’esistente, quello futuro.

Si tratta di quello sguardo oltre, quella visione della politica (intesa come scienza da studiare), della società dei fenomeni comunicativi al tempo in cui tutto si è fatto internet e comunicazione, che ci circondano e che meritano una lettura più approfondita. Ispirati dall’Associazione Culturale JFKennedy di Rimini  (qui la pagina Facebook ufficiale) ci abbiamo posto tre domande a sei esperti per tracciare una visione del futuro partendo dall’attualità di questi giorni:

  • I DPCM di Conte: quale rapporto tra scienza e politica?
  • Le affermazioni di Matteo Renzi: quanto conta lo stile comunicativo in politica?
  • La presunta “incostituzionalità” dei DPCM di Conte: l’utilizzo dei poteri eccezionali in stato di emergenza.

Per rispondere alla prima domanda abbiamo raggiunto la vice Ministra degli Esteri e componente del comitato scientifico della Fondazione Nilde Iotti Marina Sereni: «La pandemia del Covid-19 ci ha costretto a fare i conti con un pericolo invisibile e molto grave, presente ovunque e molto mobile. Un nemico che la stessa scienza ha faticato e fatica a conoscere fino in fondo. Tuttavia ha anche, almeno in apparenza, dato una nuova centralità alla scienza e agli scienziati. Mai come in questo periodo i cittadini hanno ascoltato con attenzione e speranza le parole di virologi, medici, ricercatori. Non che questo abbia debellato definitivamente le correnti di pensiero antiscientifico che in questi anni abbiamo visto prepotentemente sulla scena politica in particolare nella forma di No-Vax e che in fondo abbiamo sentito echeggiare anche nei primi giorni di questa pandemia». 

Per la vice Ministra Sereni: «La centralità delle evidenze scientifiche e delle valutazioni degli esperti tuttavia non alleggerisce le responsabilità della politica. La stessa incertezza sull’andamento del contagio rende necessario bilanciare diversi elementi: la tutela della salute, la possibilità di gestire la malattia con le strutture sanitarie disponibili, la necessità di non limitare in modo arbitrario le libertà individuali, l’esigenza di far ripartire le attività produttive per contenere al massimo l’impatto sociale ed economico. Quest’azione di bilanciamento – difficilissima – è il compito specifico e alto della politica. Che non può fare a meno della scienza ma neppure delegare le scelte ai “tecnici”. Ecco perché è stato ed è giusto da parte del Governo cercare costantemente il coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni, delle Parti sociali. Ed ecco perché anche sul piano istituzionale è giusto trovare un equilibrio tra gli strumenti normativi, decreti legge e Dpcm, in modo da conciliare l’esigenza di tempestività nelle decisioni con il rispetto delle regole costituzionali». 

Sulla stessa lunghezza anche Riccardo Lasagni Manghi, 29 anni, dottorando di ricerca dell’Università di Bologna all’interno del laboratorio di Radio-Scienza del dipartimento di Ingegneria Industriale nel campus di Forlì. «La recente crisi sanitaria, innescata dalla diffusione del Covid-19, ha portato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica il delicato rapporto tra scienza e politica. Certamente non possiamo che accogliere con favore l’inclusione di figure tecnico-scientifiche nelle task-force governative ed il maggiore peso garantito a queste figure all’interno dei processi decisionali – spiega il giovane ricercatore – occorre però delineare con chiarezza quale sia il perimetro di azione dei tecnici e fino a che punto la politica possa demandare ad altri la responsabilità di decidere. Il compito della scienza, in situazioni di emergenza come questa, è di fotografare ciò che sta accadendo nella maniera più fedele possibile, di fornire al legislatore gli strumenti per interpretarne la complessità, e di valutare in maniera oggettiva l’efficacia dell’azione politica stessa».

Per Lasagni Manghi la responsabilità esclusiva della politica è: «Quella dell’azione di governo, che deve conciliare le necessità della cittadinanza con le risorse a disposizione.  Nessun comitato tecnico, per propria natura legato a competenze specifiche e particolari, può infatti rappresentare la totalità delle istanze in gioco. Occorre inoltre che le decisioni politiche siano riconducibili in maniera trasparente ai rappresentanti eletti in parlamento e giudicabile tramite il periodico esercizio del voto. Delegare l’azione politica a terzi rischia di danneggiare ulteriormente un rapporto di fiducia già incrinato tra cittadini e istituzioni».

E veniamo al tema – attualissimo – della comunicazione. L’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, fino al 2016, ed attualmente Senatore di Italia Viva Matteo Renzi nel suo intervento al Senato dello scorso 30 aprile tira in ballo i morti di Bergamo e Brescia: “Se potessero parlare, ci direbbero di ripartire” così quello che per molti osservatori è stato un ottimo intervento è passato alle cronache per quest’ultima frase tanto da attirarsi le critiche anche del primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori: “Da Renzi uscita infelice sui morti di Bergamo”. Quanto conta lo stile comunicativo in politica? Una frase – seppur infelice – può offuscare un ottimo intervento di diversi minuti?

Luisa Gabbi, giornalista ed ex portavoce di Graziano Delrio quando era Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, non ha dubbi: «Purtroppo quello che dovrebbe valere secondo il buon senso, cioè valutare la sostanza, il contenuto complessivo e il messaggio di un intervento e, davanti a una frase infelice, cercare di capirne il contesto o di interpretare se la frase infelice sia voluta o magari solo malriuscita, ecco, tutto ciò non vale nella comunicazione ai tempi della viralizzazione digitale. Una frase infelice –  o un concetto espresso male, che è quello che io penso sia accaduto a Matteo Renzi nei giorni scorsi al Senato – non solo inizia a viaggiare a grande velocità prima ancora che l’intervento sia finito, oscurandolo, ma diventa strumento di lotta politica della controparte».

«In questo modo l’obiettivo finale della comunicazione politica – continua Gabbi -, che nel caso di Renzi era molto forte e riguardava i “pieni poteri” e la stabilità del governo, fallirà o sarà depotenziato. Una frase infelice che viaggia totalmente decontestualizzata si muove con gli effetti negativi di una fake news. Alla fine il messaggio principale del leader di Italia Viva è arrivato ugualmente, perché era coerente e mirava al cuore del governo, ma occorrerebbe sempre guardarsi dal di fuori, con un occhio esterno, mentre si fa comunicazione pubblica e politica. È un’arte difficile, ma va considerato bene in che modo diamo forma ai messaggi che vogliamo  lanciare, proprio per esprimerci al meglio, senza correre il rischio che le parole diventino strumenti contro noi stessi o, peggio, contro chi magari avremmo voluto difendere. Io credo ancora nella ‘sostanza’ della politica, di un leader, ma è chiaro che oggi questo materiale viaggia su molti strumenti differenti, di cui bisogna conoscere l’utilizzo. Un bel discorso, oggi, deve lottare per farsi spazio nel rumore, io temo».

Giovanni Diamanti, classe 1989, socio co-fondatore dell’agenzia Quorum e YouTrend, docente di Storytelling Politico alla Scuola Holden di Torino ha le idee chiarissime: «Lo stile comunicativo conta molto, e conta sempre di più, perché politica e comunicazione non sono categorie separate».

«Quando la comunicazione non funziona, spesso è ciò che vogliamo comunicare ad avere qualche problema – continua Diamanti – c’è chi sostiene che, talvolta, una frase infelice può essere comunque funzionale a una strategia, per far parlare di sé: nel caso di Renzi, però, parliamo di un leader che è sempre riuscito a mantenere una centralità mediatica assoluta. Eppure, il suo consenso cala inesorabilmente da anni, sintomo che la centralità politica non porta necessariamente consensi, e rischia a volte di diventare fine a sé stessa».

Se in una prima fase il Paese si è stretto attorno alle figure istituzionali (quella del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei Ministri in primis, a livello locale abbiamo visto i sindaci assumere un ruolo assolutamente centrale) e la politica ha evitato divisioni e polemiche con il passare dei giorni soprattutto il Primo Ministro Giuseppe Conte ha ricevuto diverse critiche sia dall’opposizione che dalla maggioranza (in particolare da Italia Viva) per le eccessive restrizioni alle libertà individuali tanto che diversi costituzionalisti hanno posto dei dubbi sui provvedimenti adottati in termini di limitazione della libertà.

Abbiamo chiesto un parere al professor Pasquale Pasquino, docente di “Political theory and comparative constitutional law” alla New York University. «La costituzione italiana non parla di stato di emergenza e nemmeno di poteri di eccezione, ma solo, in due articoli (il 13 e il 77), di situazioni di necessità ed urgenza. L’art. 77 fa valere in questi casi una riserva di legge, ma permette una procedura accelerata che consente al governo di emanare norme di legge immediatamente in vigore, che dovranno essere approvate dalla maggioranza parlamentare entro trenta giorni, pena il decadimento delle medesime. I DPCM sono una versione dei decreti-legge utilizzati dal Primo ministro, probabilmente anche per la difficoltà che avrebbe incontrato nella ricerca di un accordo fra i membri della coalizione, non esattamente coesa, se si fosse attenuto alla forma ordinaria del decreto deciso dal governo nel suo insieme».

«Non ci sono evidenti incostituzionalità – chiarisce Pasquino – in questa procedura inabituale, una volta che il Parlamento abbia approvato i decreti in questione. La decisione eventuale su profili di incostituzionalità dei decreti trasformati in legge spetta alla Corte Costituzionale, che però nel nostro ordinamento non può intervenire in via preventiva, ma solo dopo la promulgazione della legge. Va osservato peraltro che l’assenza di norme di rango costituzionale su situazioni eccezionali crea difficoltà, come si è visto, circa per esempio le modalità di riunione e di votazione delle Assemblee legislative». 

Il professore italiano aggiunge: “L’articolo 13 della Costituzione afferma che libertà personale, essendo inviolabile, non può essere limitata “se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria”. Ora se il governo e il Parlamento decidono che non posso andare in un posto, è un limite alla libertà di circolazione, ma se non posso andare in nessun posto, questo diventa un limite alla libertà personale. Sul punto sarebbe necessaria una riflessione, che mi pare sia mancata».

La professoressa Elisabetta Catelani, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Pisa, già membro della Commissione per le riforme costituzionali istituita dal Presidente del Consiglio Enrico Letta nel 2013, ritiene che la Costituzione abbia tenuto in questa fase dell’emergenza anche se con qualche difficoltà formale. «Lo strumento del decreto-legge ha consentito in un caso straordinario, come quello attuale, di necessità e di urgenza di affrontare i problemi immediati, rinviando poi l’adozione delle misure specifiche ai famosi DPCM, non previsti in Costituzione e che normalmente vengono utilizzati per finalità organizzative. Non si può certamente dire che l’uso dei DPCM sia di per sè illegittimo costituzionalmente, in quanto la sua legittimazione era appunto nel decreto-legge».

«Il primo – continua la Catelani – emanato all’inizio dell’emergenza (n. 6/2020) in uno stato di confusione generale, era eccessivamente generico e quindi al limite della legittimità costituzionale, tanto che è stato modificato in fase di conversione in legge e poi parzialmente abrogato dal successivo decreto legge (n. 19/2020) sicuramente meglio strutturato. Ma è l’uso del DPCM da parte del governo che non ha convinto, perché non ha rispettato pienamente i vincoli imposti con il decreto legge. Prima di tutto quei vincoli che prevedevano una previa informazione dei testi dei DPCM alle regioni interessate o al Presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome. Nel momento in cui il governo decide di non sostituirsi alle regioni, ossia di non esercitare un potere sostitutivo, peraltro previsto dall’art. 120 della Costituzione, ma di operare mantenendo le funzioni amministrative delle regioni, l’informazione reciproca deve essere costante, puntuale ed adeguatamente preventiva, al fine di consentire alle regioni di esprimere le proprie diverse opinioni. Questo è sicuramente mancato. Ed i giusti richiami della Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia alla necessità di una maggiore attenzione al principio della “leale collaborazione”, che costituisce l’esplicitazione istituzionale della solidarietà, devono rappresentare un faro nel modo di operare del Presidente del Consiglio».

«In definitiva, conclude la professoressa Catelani, il governo era legittimato all’assunzione di una posizione di centralità nella soluzione della crisi, che ha esercitato in maniera particolarmente forte nella fase 1 dell’emergenza. I provvedimenti limitativi delle libertà personali ed economiche hanno tuttavia un carattere rigorosamente temporaneo, cosicché nella fase 2 devono prevalere i principi della condivisione, della differenziazione e dell’adeguatezza. Condivisione con le regioni e con il Parlamento».