Il lavoro come palestra per crescere

di Lapo Secciani



Nel 2005 inizia il mio percorso professionale, concluso il Master in Marketing presso la Scuola di Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali di Firenze e tornato in Italia da un’esperienza durata 4 mesi in Australia, faccio il mio ingresso nel mondo del lavoro; convinto e sicuro delle mie capacità e determinato a dimostrare il mio valore.


In quei primi anni, fino alla fine 2008 quando arriva in Italia l’onda della crisi nata dal fallimento di Lehman Brothers, ho la fortuna di lavorare accanto a grandi manager e in particolare ho il privilegio di lavorare con un uomo che ha guidato aziende come Gucci e Bulgari, il quale mi aiuta a crescere sia da un punto di vista personale, che da un punto di vista professionale.


Un insegnamento mi è rimasto impresso nella mente, un insegnamento che cerco di applicare ogni giorno, in ogni cosa che faccio. Parlavamo di aspirazioni, di obiettivi e il mio mentore mi disse “devi puntare ad essere l’ultimo dei primi e mai il primo degli ultimi, in questo modo potrai sempre migliorarti e avrai sempre modo di imparare da chi ti circonda”.


Quelle parole, dette in macchina in una giornata di primavera del 2006, mentre eravamo diretti nella sede di Champion, mi colpirono e facendosi largo dentro di me, divennero un punto di riferimento per il mio agire: circondarsi di persone migliori di se stessi.


Quelle parole poi le ho trasferite prima nel mio essere manager e imprenditore e poi nel modo di interpretare il ruolo di dirigente e rappresentante di un’associazione di categoria.


Circondarsi di persone migliori di se stessi è un esercizio indispensabile; utile a imparare ad ascoltare, a migliorare la capacità di sintesi, determinante per capire l’importanza di mettersi in discussione. Circondarsi di persone migliori è il miglior modo per crescere, costruendo relazioni, valorizzando il talento e il merito altrui, apprendendo il significato della delega e costruendo un rapporto di fiducia e stima, professionale e personale, con i propri collaboratori.


Solo circondandosi di persone migliori di se stessi, possiamo esaltare le nostre capacità, possiamo migliorarle, possiamo raggiungere i nostri obiettivi, anche quelli più ambiziosi, perché parte di una squadra, coesa e capace di supportarsi e di crescere attraverso la contaminazione delle intelligenze e delle competenze.


Circondarsi di persone migliori di se stessi è un esercizio di umiltà che ti aiuta a crescere personalmente e professionalmente.


Questa bellissima lezione, questo insegnamento che ha modellato il mio modo di essere, sia come professionista che come persona, si è integrato alla perfezione con i valori che il calcio, uno sport di squadra, mi ha trasmesso, alimentando e rafforzando in me la convinzione che la parola Noi sia più forte e dirompente dell’Io. 


Il Noi non è una scusa per deresponsabilizzare il Leader, attraverso il Noi non ci facciamo scudo delle responsabilità di scelte strategiche sbagliate; essere Leader vuol dire innanzitutto tutelare e proteggere i propri collaboratori, significa essere capaci di ispirare una visione, un’idea di futuro condivisa e spingere chi ci sta accanto a dare il meglio, ogni giorno e in ogni istante. Un Leader deve imparare a prendere decisioni, sulla base di quanto riportato dai suoi collaboratori, e non fare tutto e tutto da soli.


Circondarsi di persone migliori di se stessi, farà di un Leader una persona capace di realizzare la propria visione e la propria idea di futuro, ma per fare questo dovrà essere capace di essere scudo, di incentivare e motivare il proprio gruppo, di ascoltare e recepire le critiche costruttive, di farsi esempio e soprattutto di essere coerente con i valori che esprime e che condivide.


Un Leader così avrà collaboratori, donne e uomini leali, disposti a tutto (ciò che è possibile e lecito) per lui, poiché lui stesso è disposto a tutto per loro.


Nella letteratura c’è un passo, di un libro che adoro e che per me esprime alla perfezione cosa significhi essere Leader e quanto sia importante costruire una visione e un’idea di futuro condivisa intorno al Noi e non sull’Io.


Quel libro è il primo volume della trilogia di Alexandros, scritta da Massimo Valerio Mainfredi. Quando lo lessi avevo 16 anni e quel passo è diventato per me una ragione di vita.


Alessandro durante le nozze del padre Filippo, che aveva ripudiato la moglie per sposare una giovane donna coetanea del figlio, in preda ai fumi dell’alcool lo offende violentemente.


Filippo adirato e anch’esso ubriaco, decide di esiliare il figlio adolescente e con lui il suo amico Eufestione.


I due giovani vagano nelle montagne innevate della Macedonia, debilitati dal freddo e dagli stenti sono esausti, ormai senza forze. Dall’alto di un promontorio scorgono una radura, un lago ghiacciato, una casa, una luce, del fumo, la salvezza.


Spronano i cavalli, diretti verso quella piccola casa abitata, nella speranza di ripararsi dal freddo e di trovare un minimo di ospitalità.


Davanti ai due giovani emergono all’improvviso, dalla nebbia, sette cavalieri incappucciati; immobili sui loro destrieri.


Alessandro ed Eufestione si guadano per un solo istante, niente si frapporrà tra loro e quella casa, tra loro e la salvezza. Estraggono le spade pronti per lanciarsi all’attacco.


I sette cavalieri, allora, scoprono il volto, lasciando che il cappuccio scenda sulle loro spalle.

“Lisimaco è presente”

“Leonnato è presente”

“Perdicca è presente”

“Seleuco è presente”

“Filota è presente”

“Cratero è presente”

“Tolomeo è presente”

e insieme…


“La Torma di Alessandro saluta il suo Comandante”


Lisimaco, Leonnato, Perdicca, Seleuco, Filota, Cratero, Tolomeo, gli amici di infanzia di Alessandro ed Eufestione scelsero di seguirli anche nell’esilio.


Lisimaco, Leonnato, Perdicca, Seleuco, Filota, Cratero, insieme a Tolomeo ed Eufestione furono i generali di Alessandro Magno e insieme conquistarono tutto il mondo conosciuto, realizzando, anche se per pochi istanti, la visione e il sogno di Alessandro, la loro visione e il loro sogno.


Certo questa è una storia romanzata, un artificio basato sulla realtà, fatto per emozionare e rimanere impresso nella mente e nei cuori dei lettori. La vita reale, quella che affrontiamo tutti i giorni è più complessa, è fatta di continue delusioni, di difficoltà da affrontare e superare; però se questo percorso lo riusciamo ad affrontare, circondandosi di persone migliori di noi, sia nella sfera personale che in quella professionale, sono convinto che quelle sfide, quelle delusioni, quelle difficoltà le affronteremo con maggiore consapevolezza e allora sarà più facile superarle, sarà più semplice portare avanti la propria visione e idea di futuro, poiché non saremo soli, poiché intorno a noi avremo persone capaci di consigliarci, capaci di dirci anche che stiamo sbagliando e quindi, grazie alla squadra, avremo la possibilità di fare meno errori, di conservare forze ed energie per costruire ciò in cui crediamo e non per rialzarsi e rimettersi in piedi dopo una delusione.


Meglio un no detto prima da un amico, da un fidato collaboratore, da un membro della propria squadra, che non un ceffone improvviso preso dalla vita.


Circondarsi di persone migliori di se stessi è il miglior modo di difendersi da se stessi, dalle proprie debolezze (che tutti abbiamo) ed è l’unico modo per valorizzare i propri talenti e le proprie capacità.


Tony d’Amato, interpretato da uno straordinario Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica, usa queste parole per motivare la propria squadra, prima di entrare in campo per giocarsi la finale del Super Bowl: “[…] o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente.[…]”.


Io ne sono convinto, come manager, come imprenditore, come dirigente e rappresentante di un’associazione di categoria, come persona innamorata del Saper Fare: serve circondarsi di persone migliori di se stessi, solo così costruisci squadre capaci di trasformare gli obiettivi, le visioni, le idee in realtà concrete. Un Leader non si circonda di yes man, un leader sceglie i migliori affinché mettano in risalto le proprie debolezze. Un leader non ha paura di sentirsi dire un no, un leader ha paura di sentirsi dire solo si.


È finito il tempo degli individualismi e degli egoismi, oggi possiamo cambiare il nostro futuro, il futuro del nostro Paese, solo attraverso il Noi, grazie al lavoro di squadra, costruito sul dialogo, sul confronto e la contaminazione.

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