IL TEMPO SOSPESO DI UNA QUARANTENA DIGITALE

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di Liuba Soncini

In questi ultimi due mesi il nostro mondo è radicalmente cambiato. Non solo perché una temibile pandemia sta attraversando l’intero pianeta, mettendo a dura prova l’organizzazione che le comunità si sono costruite dal dopoguerra in poi. Abbiamo dovuto cambiare modalità di vita e abitudini.

Questi sono stati forse i mesi più lunghi della nostra vita. Col tempo forse riusciremo a capire la portata di ciò che è avvenuto, non solo da un punto di vista sanitario.

Un tempo sospeso, una lunga attesa per vedere la fine del tunnel. Un tempo trasferito completamente nelle nostre case e online. Un tempo fatto di riti quotidiani e nuove abitudini.

Chiusi tutti i cancelli di scuole, aziende, uffici e luoghi pubblici, abbiamo spostato tutte le nostre attività su Internet. Si è trattato di una trasformazione di abitudini e competenze. Lavoro, scuola, acquisti, informazione, intrattenimento, socialità: tutto ora viaggia online.

Abbiamo mandato in crash le piattaforme di spesa online, subissate di richieste; la scuola ha sperimentato la didattica a distanza nonostante difficoltà, impreparazione e disuguaglianze; le aziende, dove possibile, hanno spostato il lavoro a casa; le dirette Facebook quotidiane dei nostri sindaci sono diventate una specie di diario del capitano; abbiamo cantato, applaudito dai nostri balconi e cucinato; abbiamo scoperto le videochiamate e i videoparty facendo la felicità di tante piattaforme fino a quel momento conosciute da pochi e per obiettivi professionali.

I social network sono diventati la nostra finestra sul mondo. Chiusi in casa, abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce e uscire anche se non fisicamente e esorcizzare così la paura per ciò che sta accadendo.

Da un giorno all’altro non solo abbiamo dovuto convivere con un nemico invisibile ma abbiamo anche dovuto fare i conti con la necessità di accedere a connessioni Internet più potenti e con il divario digitale che ancora affligge il paese. Mettendo a nudo disuguaglianze sociali, piattaforme insufficienti, una pubblica amministrazione che ha bisogno di semplificare le procedure e un tessuto produttivo ancorato tuttora a vecchi sistemi.

Oggi più che mai penso sia fondamentale lavorare sulla cultura digitale sia dei giovani che delle fasce più deboli della popolazione.  Quello che ancora ci manca è la cosiddetta digital literacy, che potremmo definire come la comprensione di una grammatica specifica, la consapevolezza di come utilizzare i nostri dispositivi tecnologici, riconoscere fake news e bufale e verificare le informazioni prima di diffonderle, combattere l’hate speech, tutelare la nostra privacy.

Le limitazioni agli spostamenti, la necessità del distanziamento sociale ci hanno costretto a confrontarci con le nostre competenze digitali.

Se le infrastrutture non sono accessibili ugualmente a tutti si creano disparità sociali. L’accesso a Internet è fondamentale per progredire e ridurre il divario tra insegnanti e studenti, consentire l’utilizzo delle piattaforme della pubblica amministrazione a tutte le categorie della popolazione, estendere l’utilizzo degli strumenti tecnologici.

Ma se buttiamo lo sguardo oltre i problemi, vediamo anche che improvvisamente questo paese si è svegliato più digitale.

Il +227% di spese online nel primo mese di lockdown non sono solo lo specchio di piattaforme non adeguate a reggere l’ondata d’urto ma soprattutto lo sdoganamento di una modalità di acquisto nuova per tantissime persone, soprattutto anziane, che hanno superato paure e rifiuto di tutto ciò che è Internet e si sono lanciate in registrazioni di account e prenotazioni di spese. Spesso da smartphone, perché si sa, lo strumento di accesso al web per le persone anziane è prevalentemente il cellulare. Con quello stesso smartphone hanno imparato che si possono fare videochiamate con i propri cari distanti e superare l’isolamento e la solitudine.

Enti pubblici e privati hanno portato online le proposte formative che prima erano in presenza e le aziende hanno capito che esiste anche la possibilità di fare riunioni e meeting a distanza. Non occorre spostarsi, perché è tutto disponibile grazie alla rete.

La domanda ora è: vogliamo davvero tornare indietro? Oppure possiamo cogliere gli spunti di cambiamento che questa pandemia ci offre e spostare la nostra attenzione verso modalità di vita e lavoro più sostenibili e equilibrate?

Non vediamo l’ora di uscire, di tornare liberi di socializzare, ma ricordiamoci anche di ciò che abbiamo imparato dalla quarantena digitale.

Abbiamo solo iniziato a costruire il nostro futuro, a scalfire la superficie, e adesso sappiamo qual è la direzione verso cui proseguire. Servono strumenti che ci consentono di connetterci meglio con gli altri e trovare momenti in cui essere disconnessi (le prime settimane di lockdown non riuscivamo a staccarci dal continuo flusso di notizie e lavorare da casa rischia di non definire nettamente i tempi di vita).

Noi che già prima provavamo a pensare un mondo digitale abbiamo sperimentato debolezze ma anche punti di forza. Questa esperienza è un’occasione per trovare gli strumenti utili per una nuova era digitale, perché tutto è stato messo sotto stress passando dalla teoria alla pratica.

Gli aspetti di questa nuova solitudine sono tutti da sondare per trovare il nostro domani, ma è un viaggio che dobbiamo percorrere per non tornare indietro.