In Europa l’Italia è sempre più isolata e debole, ma stare nella UE conviene

“Ce lo chiede l’Europa” è un’affermazione che è diventata ormai familiare anche a chi segue la politica in maniera distratta dopo che politici, indipendentemente dal partito di appartenenza, soprattutto negli anni della crisi economica, hanno cominciato ad usarla per giustificare i propri insuccessi o le promesse mirabolanti buone solo per le campagne elettorali. Anche all’epoca dell’inedito governo giallo-verde, composto dall’alleanza tra il Movimento5Stelle e la Lega di Salvini, in Italia, della Brexit nel Regno Unito e dei neo sovranisti come Orban sono in tanti ad indicare l’Europa,  intesa come Unione Europea, come un nemico. Anche un europeista come l’ex Primo Ministro Renzi disse “Europa si, ma non così” e il Vice Premier italiano Luigi Di Maio poco tempo fa dichiarò che l’Italia versa all’Unione Europea molto più di quello che riceve in cambio. Ma l’Europa di oggi è un nemico oppure no? Sono in corso le negoziazioni sul Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027) che rappresenta il documento finanziario per eccellenza dell’Unione, per fare chiarezza su una materia complessa, ma di cui tutti parlano, abbiamo incontrato Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma “Ue, politica e istituzioni” e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali e professore a contratto presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi “Roma Tre” ” e Associate Analyst presso l’EU Institute for Security Studies (EU-ISS) di Parigi, autrice assieme a Simone Romano, Lorenzo Vai  del paper “Le finalità del bilancio Ue e le prospettive di riforma: proposte per l’Italia” (qui per leggerlo).

 
Professoressa Pirozzi è vero che l’Italia paga all’Europa più di quello che riceve?
«L’Italia è tra i contributori netti dell’Unione europea, dunque è vero che c’è una differenza tra quello che versa e quello che riceve da Bruxelles. Tuttavia, le polemiche sulla questione vanno ridimensionate: in primo luogo, lo scarto tra quanto l’Italia riceve, circa 9,8 miliardi nel 2017, e quanto paga, 12 miliardi, è ridotto, parliamo di poco più di 2 miliardi, una cifra inferiore a quella di contributori netti come Germania, Gran Bretagna e Francia».
 
Quali sono i vantaggi, in termini di ricaduta economica, di questi fondi che il Paese trasferisce a Bruxelles?

«Questo esborso è più che compensato dai vantaggi di cui l’Italia gode grazie alla sua appartenenza all’UE: dall’aumento degli standard di vita alle maggiori opportunità commerciali. Inoltre, grazie alla Politica di coesione l’Italia riceve ingenti somme da investire in aree svantaggiate soprattutto nelle regioni del Sud e si potrebbe fare molto di più per utilizzare questi fondi che ammontano a 34 miliardi di risorse europee nel periodo 2014-2020. Infine, il prossimo bilancio europeo 2021-27 dovrebbe prevedere maggiori risorse per settori ritenuti  prioritari  a  livello  nazionale, come la  costruzione di infrastrutture dei trasporti, del  digitale ed energetiche, investimenti in capitale umano, ricerca  ed  innovazione, sicurezza e gestione del fenomeno migratorio».

 

Sono in corso le negoziazioni sul Quadro Finanziario Pluriennale(2021-2027) dell’Unione Europea l’Italia con il Governo Conte come ci arriva?
«L’Italia è un Paese sempre più isolato dal punto di vista politico e sempre più debole dal punto di vista contrattuale. Le legittime richieste di maggiore flessibilità e solidarietà avanzate dagli scorsi governi, da Letta a Gentiloni passando per Renzi, ed in parte accolte a Bruxelles, rischiano di infrangersi di fronte alla mancata capacità del nostro Paese di individuare chiare priorità nel negoziato e costruire alleanze con quei paesi europei che condividono i nostri stessi obiettivi». 
Non la convince un asse tra Roma e Orban, il Premier ungherese, o altri paesi dell’est?

«Le prove di alleanza con i paesi di Visegrad o l’Austria mostreranno presto la loro fragilità e soprattutto non rispondono all’interesse nazionale dell’Italia per un’Europa più coesa e più solidale, dalla gestione del fenomeno migratorio fino alla riforma della governance economica».

 

Se dovesse fare un’elenco di priorità da inserire nel negoziato quali inserirebbe?
«Il negoziato dovrebbe concentrarsi sull’introduzione di nuove risorse autenticamente proprie dell’Ue, superando quelle attuali collegate ai dazi doganali, ai contributi basati sull’imposta sul valore aggiunto (IVA) e ai contributi basati sul reddito nazionale lordo (RNL). La Commissione europea ha avanzato delle proposte interessanti per nuove risorse, collegate al sistema di scambio delle quote di emissioni, all’imposta sulle società e alla quantità di rifiuti non riciclati di imballaggi in plastica di ciascuno Stato membro. Queste e nuove entrate garantirebbero una maggiore capacità di azione all’Unione, consentendo anche di compensare la riduzione del bilancio conseguente all’uscita di un contributore netto così importante come la Gran Bretagna. E poi puntare sulla produzione  dei cosiddetti  “beni  pubblici  europei”  in settori prioritari per l’Italia come infrastrutture, sviluppo del capitale umano, ricerca e innovazione, gestione del fenomeno migratorio, sicurezza e difesa».


Ha parlato di beni pubblici europei. Nel paper che porta la sua firma si fa riferimento anche a condizionalità, coesione e sostenibilità. Sono sfide possibili anche in un tempo di ritorno ai nazionalismi?
«Sarà un negoziato difficile. Il clima politico europeo è avvelenato dalla retorica del ritorno ai confini e alle competenze nazionali, portato avanti da nazional-populismi emergenti in molti paesi dell’Unione, impensabili nell’attuale contesto internazionale che richiede un’Ue forte e coesa di fronte alle sfide e agli attori globali. Occorre quindi riuscire a consolidare il consenso per un bilancio ambizioso, che riesca a dare risposte concrete alle esigenze dei cittadini e a mostrare il valore aggiunto dell’Unione europea».

Oggi l’Europa è più forte o più debole di 10 anni fa?
«La natura delle sfide con le quali si è confrontata l’Unione europea negli ultimi 10 anni ne ha messo a dura prova la tenuta complessiva e ha messo in discussione alcuni dei suoi principi fondamentali. La crisi economica e finanziaria prima e la pressione migratoria dopo hanno fatto vacillare la solidarietà sancita dai Trattati, le politiche di governi populisti e nazionalisti minacciano lo stato di diritto e le libertà fondamentali, la Brexit ha frantumato la certezza della natura progressiva del processo di integrazione». 
 
Come se ne esce, il sogno europeo può essere rilanciato?

«Un cambio di passo nelle politiche a favore di un’Europa sociale orientata alla crescita e ai diritti può aiutare a riscostruire la fiducia dei cittadini nel progetto europeo, ma solo una nuova visione politica e un impegno concreto dei governi a investire sull’Unione può garantirne la sopravvivenza e forse anche il rilancio».

 

Lei si è occupata di rapporti Africa-UE, in questo tempo di importanti migrazioni dal continente nero verso la vecchia Europa cosa si è rotto?
«Per troppo tempo, l’Europa si è crogiolata nell’illusione che il rapporto con l’Africa potesse fondarsi su vecchie logiche di superiorità e strumentalizzazione politica ed economica. Non si sono colte appieno le enormi potenzialità del continente africano e altri attori hanno colmato il vuoto che si è prodotto, dalla Cina, ai paesi del Golfo Persico, alla Turchia». 
Il bilancio europeo può offrire delle soluzioni al problema o la sfida è solo politica?
«Ovviamente le risorse finanziarie che l’Unione mette a disposizione attraverso il bilancio, dall’EU Emergency Trust Fund for Africa alle ingenti cifre della cooperazione allo sviluppo, continuano ad essere fondamentali. Ma non basta: serve un approccio politico olistico e innovativo, che sostituisca quello dell’ “aiuto a casa loro” e sappia mobilitare al meglio le risorse umane, culturali e naturali dell’Africa, partendo da una valutazione franca degli interessi europei». 
In Italia, ma è così dappertutto, sui “migranti” si vincono o perdono le elezioni. Macron l’europeista più convinto tra gli attuali Capi di Stato vede la sua popolarità crollare in Francia. Chi può raccogliere e vincere questa sfida che secondo lei va oltre lo slogan “aiutiamoli a casa loro”?
«Le migrazioni sono un fenomeno strutturale che rappresenta una sfida per le istituzioni dell’Unione, per i governi e per le nostre società. Imparare a gestirle significa adottare politiche che coniughino una condivisione delle responsabilità per l’accoglienza e il controllo delle frontiere con un investimento duraturo nello sviluppo delle capacità dei partner africani. Non è una questione di nomi, questa è una sfida prioritaria per tutte quelle forze politiche genuinamente progressiste in Europa».
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