In Fede: il fuoco sotto la cenere

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di Marco Gasparini

La settimana scorsa – in una prima liceo – ho proposto ai ragazzi alcune pagine di Elie Wiesel, saggista di origine ebraica sopravvissuto alla Shoah. Con Dio aveva un conto aperto da quando l’Olocausto gli bruciava intorno e gli rapì gran parte della famiglia: «Non dimenticherò mai quelle fiamme che consumarono la mia Fede per sempre». Scomparso a 87 anni, diceva di essere carico di rabbia, contro Dio, il mondo, la storia, se stesso. Ma fu così che, all’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, scelse di diventare un testimone, di scrivere e raccontare la sua avventura.

Nonostante il passare degli anni, ancor oggi siamo tutti (giovani e non) colpiti da figure come questa, i “sopravvissuti” o, meglio, i “testimoni”: persone che hanno vissuto esperienze al limite e che sono capaci di dire, con autorevolezza, che la vita è un dono, che la vita è bella, che la vita merita coraggio, che la vita costa. Un conto è che certe cose le racconti il prof di turno, un altro è che il valore della vita venga narrato da chi l’ha pagato sulla propria pelle.

«Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso» (Elie Wiesel, La notte, Giuntina, pp. 39-40).

I miei studenti non ricordano (o non sanno) che anche Cristo ha pagato a caro prezzo ciò in cui credeva. Sono parole infuocate quelle che troviamo nel punto più oscuro della Sua storia: «Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro». È stata presenza di agnello sofferente e muto quella del Cristo durante la sua Passione, quando in mezzo a quel frenetico muoversi di gente che sputava, offendeva, picchiava, condannava e derideva, a lui non rimaneva che incassare colpo su colpo. Ma prima di morire, con una risposta secca, Gesù volle comunque mettere le cose in chiaro. «Io lo sono», rispose al sommo sacerdote che, esasperato dal suo silenzio, gli aveva chiesto: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Dio benedetto?». L’espressione «Io sono» è un’allusione potente a quell’Io sono udito da Mosè davanti al roveto ardente, che possiamo tradurre con Io c’ero, Io ci sono, Io ci sarò, Io sono qui accanto a te, Io voglio giocare il tutto per tutto in ciò per cui credo, Io non mi tiro indietro. Questo è il nome del nostro Dio, nome che dice disponibilità totale, dare disinteressato, consegnarsi per la salvezza, pagare per gli altri, rimetterci del mio per te.

«Dov’era Dio? Non poteva fare qualcosa?», chiedono i miei studenti (e ci chiediamo noi oggi), durante quegli anni cosi disumani della Shoah. Dio era lì, Dio è sempre lì, paga anche lui il caro prezzo della guerra, della lotta, del sopruso per insegnarci il valore della vita, per insegnare al mondo che il Male si vince con il Bene, costi quel che costi. Ecco perché dobbiamo tornare a far brillare il fuoco che sta sotto la cenere del conformismo, del quieto vivere, del pensare sempre e solo a se stessi, della codardia davanti alle responsabilità della vita. Il fuoco sotto la cenere deve svelare ogni nostro nasconderci e la memoria far inciampare ogni nostro fuggire davanti alle prime difficoltà. Tutto ciò deve diventare ricordo che brucia il nostro io-disumano, che è “il più ingordo di tutti gli idoli” (F. Mauriac), in nome di un io-umano che sa trarre il Bene anche dal Male, che sa accendere una luce anche dal buio e che sa riaccendere il fuoco da sotto la cenere.