InFEDE: WE WILL MEET AGAIN

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di Marco Gasparini
 
Nel tardo pomeriggio di ieri, domenica 5 aprile, Sua Maestà la Regina Elisabetta II del Regno Unito ha rivolto un discorso ai suoi sudditi. Parole incoraggianti, realiste e di una speranza davvero convincente. «Negli anni a venire ognuno sarà in grado di essere orgoglioso per come ha risposto a questa sfida», ha affermato la regina, in un inglese fermo e deciso. La sfida (challenge, in inglese) è quella nota al mondo della lotta – di tutti e di ciascuno – contro il male del virus covid-19. 
 
Non ho mai nascosto la mia simpatia per Sua Maestà e per la cultura britannica in particolare, per questo le ho sentite rivolte anche a me quelle parole, conclusesi con un emozionante «we will meet again». Io, quindi, come sto rispondendo a questa sfida? Come sto affrontando questo tempo che rende difficile, complicata, surreale la vita politica, economica, sanitaria, religiosa non solo dell’Italia bensì di tutto il pianeta?
 
Sarebbe alquanto riduttivo delle capacità umane che ci portiamo appresso e, onestamente, pure immaturo vivere questa stagione della Storia affrontandola solo come si affrontano le numerosissime challenges che ci propongono Instagram o TikTok, alle quali mi presto pure io riuscendoci con un discreto successo… Occorre un di più.
 
La sfida, allora, credo possa riassumersi in quell’invito che continuiamo a sentire e a leggere ovunque: io-resto-a-casa. In queste quattro parole è racchiusa la sfida comune e ci viene data la possibilità di uscire da questa esperienza migliori di come ci siamo entrati.
 
La vera challenge, infatti, è quella di riempire di senso il tempo e lo spazio – che sono le due dimensioni oggettive dell’esistenza, come le nostre giornate e la nostra abitazione – ritrovando nuove motivazioni per vivere, per amare, per andare avanti. È dentro qui che va ritrovato il buono di noi.
 
In uno dei film che compongono la trilogia de «Il Signore degli anelli», tratta dall’omonimo libro di J.R.R. Tolkien, c’è uno spezzone per certi versi illuminante. Sam, uno hobbit, inizia un bellissimo dialogo con Frodo, il capitano della Compagnia dell’Anello. Si è appena conclusa una battaglia contro le forze del male, che sembrano avere la meglio su Frodo e i suoi compagni. L’eroe del romanzo di Tolkien (in preda allo sconforto) sta per perdere la speranza di portare a termine la sua missione.
 
Ma Sam inizia con lui un dialogo che rimane una delle parti più belle e significative di tutta la trilogia: «C’è del buono in questo mondo, capitan Frodo. È giusto combattere per questo», incalza Sam. Che ci sia del buono, intorno a noi, vale la pena non dimenticarlo. Mai. Anche se tutto sembra dire il contrario, anche se il futuro pare oscuro e da più parti vengono segnali tutt’altro che incoraggianti. È proprio vero che, alla fine, tutto andrà bene? 
 
Sono convinto di sì. Ma non tanto perché – come tutto passa – passerà anche questo malefico virus, ma perché saremo stati capaci di accettare la sfida di contare sul buono che c’è nella nostra vita, di contare sui rapporti che quotidianamente viviamo, sulle relazioni che colorano le nostre giornate, sulle passioni che abbiamo o che magari stiamo scoprendo.
 
È giunto il momento di chiederci, senza eludere la domanda: che cosa c’è di buono nella mia vita? Che cos’è che mi fa andare avanti? Quali sono i valori che danno qualità ai miei giorni? Se sapremmo contare su questo buono, allora la sfida avrà un esito positivo. E sarà anche più bello quel «we will meet again», perché avrà il sapore della vittoria.