InFEDE: L’ARTE DI VIVERE D’ARTE

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di Marco Gasparini
 
Non riusciremo mai a comprendere fino in fondo cosa si nasconde dietro quelle forti emozioni che d’improvviso trafiggono l’anima. Non ne faccio una questione di maturità biologica (a quarant’anni suonati) quanto piuttosto un’esigenza di carattere personale che mi spinge a voler andare sempre oltre le cose, al di là della superficie visibile, dove posso graffiare una stratificazione secolare di concetti e idee. Nello stesso modo, con caparbia cocciutaggine, cerco Dio. In me e negli altri.
 
Stamattina mi son svegliato portando addosso un senso di pace che non ricordo di aver sperimentato spesso negli ultimi tempi. Non so dare un nome e un cognome a questa sensazione, tantomeno attribuirle una paternità. Forse non m’importa neppure sapere cosa sia. M’interessa piuttosto sperimentare la capacità di condizionarmi ad essa come fosse l’ingrediente d’élite di questo inizio d’autunno. Eppure un senso, nascosto, momentaneamente illeggibile o forse troppo semplice per riuscire a coglierlo, tutto questo ce l’ha e porta il volto di tante persone, di tutti coloro che insieme percorrono la mia stessa strada lasciando che senta meno la fatica. 
 
Ogni giorno è da vivere pienamente, conscio sì che la mia realtà è questa ma tremendamente pronto ad affidarmi, a lasciarmi portare in braccio per proiettare sul quadro un’altra prospettiva, quella della maturità, della consapevolezza, della cristianità non ipotetica. Svestire per un attimo, fosse anche l’ultimo, lo Sherlock Holmes di cui mi maschero e tornare a meravigliarmi.
 
Quel che mi fa bene, e più d’ogni altra cosa mi fa stare bene è l’arte. L’ho sempre intesa e vista come cifra del divino nel mondo, segno di una Presenza che va oltre. È l’attimo estetico cui rileggo la mia esperienza di uomo a riconsegnarmi le chiavi di un’esistenza al limite delle possibilità. L’arte è il mio teatro del possibile, e la sua lingua è la mia. Non conosco altre parole che quelle scolpite, dipinte o costruite, e non odo altri fonemi che non siano il frutto delle tensioni atomiche che palpitano materia, colore, luce.
 
Vivere d’arte e vivere l’arte è il gioco della Storia e di ogni storia. Mi riconosco nell’arte quando prepotente si staglia davanti ai miei occhi, o quando si lascia scoprire là dove la cerco tra le nebbie di questo asfittico qualunquismo che ci ritroviamo intorno. O ancora quando viene Lei a cercarmi e per un attimo, meraviglioso attimo, poggia la sua mano sulla mia a comporre.
L’uomo non crea. Attraverso l’arte compone e nel comporre partecipa alla realizzazione di quel progetto infinito che porta i segni dell’eternità di Dio. L’uomo decodifica, attraverso l’arte, un linguaggio che è altro da noi, che supera i limiti di un pensare tutto umano ed introverso per proiettarlo otre le barriere del nostro tempo. E in questo l’arte è potente. È la voce di Dio, l’alfabeto più profondo col quale la nostra mano sfiora la sua.
 
Prendo in prestito parole non mie per dare un nome alla meravigliosa sensazione che si nasconde dietro questo senso di pace: «Oggi pensavo che sono proprio contento di essere me stesso… più vado avanti più mi accorgo che sono totalmente inadeguato al ruolo che porto addosso, ma non posso farne a meno, è come essere attaccato alla carne di chi ami, anche se sai che tu non riuscirai mai a ricambiarlo in egual misura. Ci rimani attaccato contro ogni calcolo e buon senso umano».
 
L’arte è l’occasione di una vita. Da questo voglio ripartire.