Innovare sullo smaltimento dei rifiuti si può

Le centrali Waste-to-Energy (WET) stanno proliferando in tutto il mondo come alternativa allo smaltimento dei rifiuti nelle discariche. In Italia invece si è riaperto il dibattito attorno al tema dei termovalorizzatori, impianti che smaltiscono la parte di rifiuti che non è recuperabile in termini di materia, valorizzandone l’energia contenuta attraverso la produzione di elettricità e calore.

 

Il vice Premier Luigi Di Maio non ha dubbi, sono vintage come le cabine telefoniche a gettoni ha detto recentemente mentre l’altro vice Premier Matteo Salvini spinge per costruirne di nuovi, soprattutto in Campania, dove il tema dei rifiuti e del loro smaltimento è sempre attuale.

 

Così il dibattito tra i due leader del Governo italiano guarda al passato più che al futuro bloccato com’è su posizioni ideologiche (è nota quella del Movimento5Stelle contro gli impianti di termovalorizzazione). La cosa più evidente è che l’Italia – Paese membro del G7 – non ha una strategia industriale ed economica per quanto riguarda la trasformazione del rifiuto in risorsa.

 

Se ne parla da anni ma l’economia circolare purtroppo non esiste ancora, va costruita e con essa vanno avviati processi end of waste (zero rifiuti) nei quali il rifiuto, alla fine del processo di recupero, diventa prodotto.

 

È assolutamente paradossale parlare, oggi, di termovalorizzatori sì o termovalorizzatori no, senza considerare che mancano addirittura quei pochi impianti necessari per smaltire le frazioni non riciclabili nel processo di trattamento dei rifiuti. Nel nostro Paese su questo tema siamo indietro, è innegabile.

 

Ma i termovalorizzatori sono davvero impianti vintage e incompatibili con la salute pubblica?

 

Si è parlato molto in questi giorni del termovalorizzatore di Copenaghen (Copenhill) in Danimarca collocato in un’area verde con piste ciclabili e impianti sportivi  5 chilometri a nord della città. Oltre a bruciare i rifiuti della capitale produrrà energia per 62500 abitazioni e acqua calda per 160mila. Funzionerà ad impatto zero, dai camini uscirà vapore acqueo e sul tetto ospiterà una pista da sci lunga 200 metri e su uno dei lati dell’edificio è prevista una parete per l’arrampicata da 85 metri, la più alta del mondo.

 

A Shenzhen in Cina sorgerà (le previsioni parlano del 2020) il più grande waste-to-energy al mondo, il Shenzhen East Waste-to-Energy Plant. Un impianto di termovalorizzazione in grado di smaltire 5600 tonnellate di rifiuti quotidiani producendo 168 megawatt per la metropoli di Shenzhen. Immerso nella natura montuosa della città avrà un design innovativo – la struttura in vetro e acciaio avrà una pianta circolare e verrà realizzato seguendo tutti i dettami della sostenibilità ambientale (ventilazione naturale, recupero delle acque) includendo l’utilizzo di pannelli solari e un centro visite per la sensibilizzazione sulle tematiche ecologiche. Lo studio Schmidt Hammer Lassen Architects, insieme a Gottileb Paludan Architects, hanno vinto il concorso internazionale per la progettazione dell’impianto puntando su un concept poco convenzionale che permetterà a tutti, lasciando a vista turbine o bunker, di osservare in sicurezza tutte le parti del processo di conversione dei rifiuti in energia.

 

Dubai ha il piano più ambizioso del mondo per trasformare i rifiuti in energia. Sorgerà su un’area di 2 ettari presso la discarica di rifiuti di Warsan e sarà in grado di competere, per dimensioni, con l’impianto di Shenzhen. L’obiettivo è smaltire fino a 2 milioni di tonnellate di rifiuti solidi ogni anno, circa il 60% dei rifiuti prodotti nella città, immettendo nella rete locale 185 megawatt aggiuntivi ogni giorno che potrebbero alimentare fino a 120000 case, in più verranno recuperati metalli e materiali da costruzioni. La municipalità locale non ha svelato ulteriori dettagli ma punta ad avere l’impianto a pieno regime per l’Expo 2020 che sarà ospitato proprio a Dubai.

 

Se i termovalorizzatori, nell’immediato, sono la soluzione al superamento delle discariche e possono fungere anche da strutture polifunzionali per le città che decidono di investire in questa direzione secondo l’autorevole sito che tratta di innovazione Futurism.com non possono rappresentare una soluzione definitiva per il problema dei rifiuti.

 

Oltreoceano, la città di San Francisco ha fissato al 2020 l’obiettivo di arrivare a una percentuale del 100% di rifiuti fuori dalle discariche. Per riuscirvi, tutti i comuni della Bay Area sono stati coinvolti in una serie di attività di riciclaggio. Quello che sembra funzionare molto bene è un sistema di filiera capace di recuperare i rifiuti a livello locale. I rifiuti organici diventano compost che nutre i vigneti di Chardonnay e il calcestruzzo da demolizione viene riciclato per costruire nuovi marciapiedi. Attualmente la principale società di gestione dei rifiuti, Recology, riesce a deviare quasi l’80% dei rifiuti dalle discariche e dagli inceneritori per destinarli al processo di riciclaggio.

 

In Svezia meno dell’1% dei rifiuti svedesi sono finiti in discarica nell’ultimo anno. Un fattore legato alla cultura degli svedesi, da sempre attenti all’ambiente, ma anche merito di politiche mirate che guardano, già da tempo, oltre alla “semplice” raccolta differenziata come ad esempio la strategia vincente delle ricompense. Un esempio? Quelle sulle bottiglie di plastica e lattine. Circa l’85% di tutte le lettine e bottiglie in PET vendute in Svezia vengono riciclare tramite il sistema ufficiale. Oggi il bonus è di 1-2 Corone a seconda delle dimissioni della bottiglia, da 0,09 a 0,19 euro, ma è sufficiente per vedere le persone correre in giro per riportare i vuoti alle stazioni di raccolta.

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