Kobe l’uomo delle date indimenticabili

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di Matteo Spaggiari

Nella vita ci sono momenti indimenticabili, giorni, ore, minuti e attimi in cui la percezione della propria vita è cambiata e per colpa dei quali ci siamo dovuti adattare a una diversa normalità.

L’11 settembre 2001 è il capostipite moderno di questa categoria di eventi. L’attacco alle Torri Gemelle di New York ci ha dato uno schiaffo in faccia e ha insinuato nelle menti di tutti noi una paura infame verso il prossimo. L’attentato più lacerante della storia degli Stati Uniti d’America ci ha fatto pensare – di colpo – che ovunque saremo andati, ci saremmo trovati in pericolo. Ognuno di noi ricorda esattamente dove si trovava quell’undici settembre di vent’anni fa.

Quando alle 8:46 il volo American Airlines 11 si schiantò contro la facciata nord del World Trade Center, dall’altra parte degli Stati Uniti, sulla costa Ovest, al 1111 di Figueroa Street, all’interno di uno Staples Center deserto, riecheggiavano i canestri di un sudato Kobe Bryant. Il Mamba, questo il soprannome che il campione si auto attribuì, era al palazzetto ad allenarsi perché nulla doveva essere lasciato in una stagione – quella che stava per cominciare – da campione in carica e che assieme ai suoi Los Angeles Lakers avrebbe vinto ancora una volta.

Il numero #24 giallo-viola ci ha regalato decine di momenti in cui abbiamo esclamato: “IO C’ERO!”

Il 29 maggio 2009 i Denver Nuggets, guidati da uno straordinario Melo Anthony, cercano di battere i Lakers del Black Mamba in gara-6. Time out, Kobe carica i compagni gridando un iconico “No Mercy”. Sipario sulla partita e vittoria straripante per i Lakers. Per Kobe: 35 punti con 10 assist e 12 su 20 al tiro in 42 minuti.

Il 22 gennaio 2006, partita contro i Toronto Raptors, Bryant decide di incidere il proprio nome sulle sacre tavole della National Basketball Association mettendo a referto 81 punti con una prestazione D-O-M-I-N-A-N-T-E.

A fine partita quello che è stato definitivo reggiano per sempre dal sindaco della città del tricolore Luca Vecchi brillava di una luce che solamente pochi eletti possono emettere.

Il più iconico “morso del mamba” è quello delle finals del 2000. Contro gli Indiana Pacers, gara 4, Shaquille O’Neal (il trascinatore e MVP di quella serie) esce per numero di falli e la squadra rischia di capitolare. Ma è nei momenti più difficili che si riconoscono i grandi campioni. Kobe prende si carica sulle spalle tutte le responsabilità del momento e con due canestri P-A-Z-Z-E-S-C-H-I annichilisce gli avversari e regala una vittoria fondamentale per i suoi Los Angeles Lakers.

Potremmo parlare per ore delle gesta di un campione con il DNA del vincente, ma voglio parlare anche della vita extra-parquet del numero #24 dei giallo-viola della città degli angeli. Con la sua lettera di addio al basket dalla quale è nata l’idea di un cortometraggio – Dear Basketball – realizzato con il regista e animatore Glen Kean, si aggiudicò l’Oscar nel 2018, come se volesse dirci “pensavate che fossi un vincente solo nello sport?”. Nella vita privata ha sempre mantenuto un low profile, preferendo il mestiere di padre rispetto a quello di popstar. Ha fondato la Mamba Sports Academy al cui interno c’era una squadra di basket femminile in cui giocava sua figlia Gianna detta Mambacita e ha dato la possibilità a decine di ragazze di poter inseguire il proprio sogno sportivo. Fondò la Kobe Bryant China Fund per favorire l’educazione dei ragazzi meno abbienti in Cina. Nel 2011, invece, creò con sua moglie Vanessa la Kobe & Vanessa Bryant Family Foundation, che si impegna nel sociale verso i giovani abitanti di Los Angeles alle prese con situazioni di disagio sociale.

Il Mamba è stato un campione a tutto tondo e un modello per tanti ragazzi. Qual è la grande eredità che ci ha lasciato questo fenomeno del basket? Il grido “Kobe” dei ragazzi nei play ground di tutto il mondo, la sua maglia diventata icona, la determinazione nel migliorarsi e l’amore verso la propria passione senza mai cadere nei tanti inganni della vita.

E infine la data che non avremmo voluto ricordare. Il 26 gennaio 2020, il giorno del tragico incidente che ci ha privato di un campione e ci ha fatto capire che anche le divinità possono diventare tremendamente umane.

Un anno dopo la città di Reggio Emilia dove Kobe Bryant trascorse gran parte della sua gioventù ha deciso di intitolargli, assieme all’amata figlia Gianna, una piazza. Ecco, di colpo, il26 gennaio è diventato una data che pochi di noi riusciranno mai a dimenticare…