La Brexit divide il Labour Party

di Giusy Russo
@giusyrus



Il Regno Unito sta vivendo una frase politica tribolata e più si avvicina la data dell’uscita effettiva dall’Unione Europea, meno sembra chiaro il quadro che si sta delineando. Inoltre, i partiti stessi non sembrano più in grado di rappresentare la volontà dei cittadini, ne sa qualcosa Jeremy Corbyn da sempre ambiguo sulla posizione da tenere in merito. 


Molti hanno parlato delle sue dichiarazioni rilasciate al Guardian (qui) pochi giorni fa, da cui emerge che, anche se ci fossero elezioni anticipate e, soprattutto, anche se il Labour Party dovesse vincerle, il suo leader proseguirebbe sulla strada della Brexit con il miglior accordo possibile.


Corbyn vorrebbe restare nell’unione doganale europea con accesso al mercato, pur ritenendo troppo severe le norme sugli aiuti di Stato, ma in un editoriale dello stesso giornale nato a Manchester, si evidenzia che difficilmente l’Unione Europea accetterebbe di dare concessioni al Regno Unito se la richiesta fosse effettivamente la permanenza nell’unione doganale.


L’ambiguità sulle relazioni UK-UE è evidente. Intanto nel partito stesso c’è chi vuole ridare la parola agli elettori, come Rosena Allin-Khan. In un tweet (qui) del 9 dicembre, il ministro ombra dello sport ha scritto che lo scenario rispetto a due anni fa è mutato, le promesse fatte non trovano corrispondenza nell’accordo presentato dalla May. Se quest’ultimo venisse rigettato e se la richiesta delle elezioni anticipate fosse respinta, allora non vi sarebbe altra strada che quella di una consultazione elettorale. Lo ha detto a una platea non casuale, quella di People’s Vote, la campagna nata grazie a Open Britain, the European Movement UK, Britain for Europe, Scientists for EU, Healthier In, Our Future Our Choice, For Our Future’s Sake, Wales For Europe & InFacts e supportata da personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e gente comune. People’s Vote ha raggiunto i 700 mila sostenitori e i 20 mila attivisti sul territorio, per chiedere ai parlamentari di rifiutare l’accordo e passare di nuovo la parola ai cittadini.


Ma cosa pensano questi ultimi? Lo stesso Corbyn ha riconosciuto che tra gli elettori laburisti, il 60% ha votato per l’opzione remain e il 40% per il leave e che il compito del partito deve essere quello di tener conto di entrambe le istanze. Nei giorni scorsi inoltre, sono stati resi noti i risultati di un sondaggio (qui) condotto da Kantar Public tra l’8 e il 22 novembre per la Commissione Europea. Nel Regno Unito solo il 31% degli intervistati tende a fidarsi dell’Unione Europea, contro il 53% più scettico. Per il 43% tuttavia, l’Ue rimanda un’immagine positiva, per il 27% negativa. È stato anche chiesto se si ha la percezione che la propria voce conti in Europa, domanda decisamente rilevante nel caso della Brexit e i risultati in effetti non sorprendono, dal momento che per il 61% dei sudditi di Sua Maestà ciò non accade. Un esito non scontato riguarda invece un altro quesito. Ai cittadini europei è stato chiesto se sono favorevoli o meno alla libertà di movimento all’interno dell’Unione Europea, per ragioni personali o professionali. Ebbene i risultati del Regno Unito dicono 74% a favore e solo 19% contrario. In Italia, per fare un confronto, le percentuali sono rispettivamente 72% e 20%.


A metà gennaio il Parlamento si esprimerà sull’accordo raggiunto dal governo May con l’UE, ma c’è fermento anche all’interno del partito laburista. Una parte di esso infatti si riunirà il prossimo 8 gennaio (qui la pagina dell’evento). Angela Smith, Mary Creagh, Lord Andrew Adonis, Barry Sheerman, Rachel Reeves, Janet Daby ed Andrew Lewin incontreranno chi vuole letteralmente fermare la Brexit, perché, come si legge sulla pagina web dell’evento, in politica nulla è inevitabile.

CONDIVIDI o STAMPA