La comunicazione di Salvini? Non esaltiamola troppo.

di Alice Borutti
@aliceborutti

 

Nella vulgata dell’informazione l’attenzione dalla macchina della propaganda del Movimento5Stelle si è più recentemente spostata sui meccanismi analoghi della propaganda della Lega, un progetto strutturato definito “La Bestia”, in un eccesso testosteronico erede del celodurismo bossiano delle origini del partito.

 

Questi sistemi organizzati di propaganda online non sono una novità, nascono contestualmente ai social network, diciamo che ormai hanno circa 10 anni, e all’insegna del “Se non è vietato, è obbligatorio” come sintetizza David Eggers nel racconto omonimo, hanno permesso di aggirare le leggi che regolano i limiti della propaganda politica condotta nei modi cui eravamo abituati, ossia comizi, incontri, raccolte fondi, affissioni, trasmissioni televisive, spot, permettendo una pervasività 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 fino alla chiusura delle urne.

 

Ma davvero sono in grado di manipolare le scelte politiche degli elettori? O piuttosto ne rafforzano convinzioni già presenti, magari in fase germinale?
Le leve utilizzate dalle nuove destre populiste in Occidente e in particolare in Italia sia dal M5S che dalla Lega, sono la paura e l’insoddisfazione per la propria vita, ponendo come origine di tutti i mali “l’altro”, incarnato dallo straniero che vuole “invadere”per approfittare delle risorse del Paese, lo Stato, inteso come avido esattore, la “Casta”, ossia l’establishment considerato come parassitario, contro la quale il taglio dei vitalizi rappresenta l’atto più visibile e immediatamente spendibile per iniziare a soddisfare un elettorato arrabbiato con chi ritiene gli abbia rubato il futuro.

 

Ma davvero si crede che questa propaganda fatta di trucchi come bot principalmente russi e asiatici, like e followers finti, performance gonfiate sia in sé efficace? O è piuttosto l’esca con cui innescano l’echo chamber dei media tradizionali quali stampa e televisione?

 

La Lega ha sì avuto un exploit alle ultime Politiche, dove è passata dal 4,9% (1milione e 390 mila voti) del 2013, al 17,35% (5milioni e 700mila voti circa) del 2018, ma nella narrazione dell’informazione la tendenza è di parlare di questo partito come se fosse la forza politica preponderante in Italia, con il conseguente sillogismo di un aumento delle persone contro l’Unione Europea, contro le politiche di un’accoglienza diffusa dei migranti, contro l’integrazione, sintetizzate nello slogan “prima gli italiani”. La Lega è sì il terzo partito, dietro al M5S, che su Europa e immigrazione contiene le posizioni più disparate, e dietro al PD, crollato dal 25% del 2013, quando la montagna partorì il topolino, al minimo storico del 18,70% del 2018, ma in termini numerici stiamo parlando del partito scelto da 12 persone su 100 in Italia.

 

Insomma, si è lontani dai plebisciti raccolti da Orbán in Ungheria o da Putin in Russia (per fortuna). Ma non potendo prescindere da una narrazione nel solco della politica-spettacolo, Salvini si presta agevolmente al ruolo di villain antisistema e quindi ben volentieri continua a fornire “sparate” iperboliche, proposte politiche tagliate con l’accetta, immagini discutibili (la maglietta della Polizia di Stato) alternate a post assolutamente banali che lo ritraggono mentre mangia o comunque in situazioni conviviali, spesso a petto nudo, insomma, materiale atto a produrre se non delle notizie delle discussioni, perchè, o nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli.

 

Il successo della Lega di Salvini molto probabilmente risiede nella schiettezza e semplicità del suo messaggio, sinceramente xenofobo nonostante il primo senatore di colore portato nelle loro file al Parlamento, ripropone ricette thatcheriane di 30 anni fa quali “La società non esiste: esistono individui, uomini, donne e famiglie”, e quindi via libera a proporre un’incostituzionale Flat Tax al 15%, presupponendo chiaramente un taglio all’”inutile” spesa per il welfare, e l’insistenza sul difendersi da se, continuando a proporre la riforma dell’istituto della legittima difesa. In buona sostanza si potrebbe semplificare con una proposta ideologica da Far West, dove c’è un “noi” e un “loro” che sono una minacciosa presenza da scacciare, una dicotomia che nell’economia dell’uso della paura, delle “emergenze” come leva, non ammette sfumature.

 

E alla Lega che affiggeva i manifesti con scritto “Roma ladrona” il suo elettorato ha concesso pure di soprassedere sui 49 milioni di euro di rimborsi elettorali indebitamenti percepiti dallo Stato e nascosti al fisco, tanto questa paura di “invasioni”, di minacce terroristiche a matrice islamica nonché della criminalità straniera ha fatto presa, sfruttando paure ancestrali e dicerie radicate, una su tutte quella dei Rom rapitori di bambini, evidentemente reputando questa “minaccia” come un tema maggiormente importante e urgente rispetto ad altri come una maggiore equità sociale, i diritti civili, etc.

 

E dopo i primi 100 giorni del Governo Conte che si distinguono per una pressochè paralisi legislativa, la gestione precaria di una tragedia quale il crollo del ponte Morandi a Genova dove si è ad oggi rimasti inchiodati agli annunci roboanti di revoca della concessione ma di concreto non si sa ancora nulla sulla sua fattiva ricostruzione, che ha riportato alla ribalta l’urgenza di un rinnovamento delle infrastrutture italiane (l’opposto di quanto sostenuto precedentemente dal M5S), un autentico pasticcio quale quello della nave Diciotti, ad oggi conclusosi con l’iscrizione nel registro degli indagati per sequestro di persona del ministro dell’Interno Salvini, un unicum nel mondo occidentale, e il consueto rimpallo di responsabilità dei parlamentari di maggioranza, privati del paravento di un Governo di diverso colore politico, che devono giustificare l’impossibilità di applicare quella linea dura contro gli sbarchi dei migranti che è stata una delle loro principali promesse elettorali, il gradimento da parte degli italiani resta molto alto, a seconda degli istituti di ricerca varia dal 55% del Lorien Consulting a ben oltre il 60% degli ultimi sondaggi Ipsos, in linea con l’inizio dei Governi Monti, Letta e Renzi.

 

L’elettorato della maggioranza di Governo evidentemente è disposto a soprassedere sulle molte incoerenze dimostrate finora dai loro rappresentanti, probabilmente finora comunque soddisfatti dalle affermazioni apodittiche e da prove di forza inutilmente inconcludenti come quella della nave Diciotti, continuando ad addossare la causa di una vita insoddisfacente a forze economiche superiori (i “poteri forti”), a lobbies, nella tradizione degli spettri degli avidi plutocrati manipolatori, atti a complottare in qualche sala segretissima come la Spectre dei romanzi di James Bond, piuttosto che a precise scelte in materia di politiche economiche e sociali.

 

La stessa indulgenza non è assolutamente accordabile dall’elettorato progressista al Partito Democratico, erede di una tradizione politica improntata alla coerenza verso i principi enunciati e con una buona dose di giacobinismo, presentatosi alle ultime Politiche con la dote dei buoni risultati dell’azione dei Governi sostenuti (risultati di portata storica come nel caso delle unioni civili) ma completamente privo di una chiara e coinvolgente visione del futuro da proporre all’elettorato. Chi si ricorda un punto del programma del PD diverso dal ribadire la validità del progetto di integrazione politica europea e il proclamarsi “argine ai populismi di destra”? Le elezioni si vincono quando si offre una visione del futuro convincente, non bastano i successi raggiunti, quelli sono obiettivi la cui mission è stata completata. Churchill aveva vinto la guerra, ma perse le elezioni subito dopo.

 

Probabilmente il Pd ha pagato anche il fatto che l’ascesa di Renzi al Governo godeva di esagerate aspettative, troppo alte per non essere anche parzialmente deluse, e al contempo la trascuratezza con cui si è coltivato il partito, segnato dall’acuirsi della lotta ad excludendum tra correnti, e dalla privazione della costruzione condivisa dell’azione politica (che era un elemento costitutivo e caratterizzante il PD) con la propria base, hanno condotto al momento attuale in cui in gioco non c’è solo il destino di una specifica formazione politica ma addirittura del centrosinistra a vocazione maggioritaria nel Paese.

 

Sparita anche la “foglia di fico” dei tavoli di lavoro, delle convention programmatiche, della richiesta di proposte, il PD si è presentato alle urne privo di promesse elettorali chiare e distintamente riconoscibili con parole chiave, una classe dirigente spesso incapace di rispondere alle lamentele degli elettori con atteggiamenti diversi dall’irrisione degli avversari o dall’arroganza amplificando ancora di più quella sorta di “asserragliamento nel fortino” che era già stato criticato sotto la guida Bersani, chiudendosi ancora di più in eventi elettorali in spazi chiusi a uso e consumo dei pochi partecipanti, spesso già esponenti locali del partito.

 

Una chiusura degli spazi fisici che corrispondeva a una chiusura alle possibilità di inclusione di punti di vista pluralistici e di fatto a una vera vocazione maggioritaria, accentuando ulteriormente quell’introflessione del discorso politico limitato ai distinguo interni, di nessun interesse e valore politico per la maggioranza degli elettori, in quanto fastidiosamente lontani dalla stessa politica, che dovrebbe occuparsi della ricerca delle soluzioni ai problemi della vita dei cittadini e della società.

 

Ridurre la ragione della bocciatura del Partito Democratico alle urne a un problema di svantaggio competitivo nella comunicazione è il tentativo di darsi un alibi per non affrontare alla radice un problema politico evidente, legato a quale sia il ruolo del Pd e quali siano i valori di cui si ritiene portatore e come intenda sostenerli. Come si poteva comunicare un’idea confusa e imprecisa?

 

E in un Paese in cui solo il 4% della popolazione ha conseguito una laurea, quanto può essere lontano dal sentimento popolare quella continua derisione delle mancanze linguistiche o culturali degli avversari e dei loro sostenitori? Mentre Salvini e il M5S inscindibile dalla Casaleggio Associati facevano tesoro dell’aurea mediocritas, del linguaggio medio e proponevano un’immagine ordinaria e comune, nel Pd  ci si poneva in modo elitario, si continuava a ridere dei deficit tecnologici (“la moneta nell’ I-Phone) e dei congiuntivi sbagliati di Di Maio, invece che interpretarli come un grave problema del sistema scolastico nazionale, abbondantemente danneggiato dai precedenti Governi di centrodestra, e ricordare che da sempre per la sinistra l’istruzione è il mezzo d’elezione per l’ascesa sociale e il miglioramento delle condizioni di vita.

 

Continuare a ripetere che il PD ha perso le elezioni per colpe della fake news, della viralità artificiosa con tanto di click baiting degli avversari, dell’impossibilità di organizzare una struttura social capace di competere con la Casaleggio Associati o con supporter russi (tipo l’agenzia Sputnik News e vari bot) significa continuare a non voler affrontare il problema politico della perdita di rappresentatività legata a lavoro necessariamente da migliorare nella selezione della classe politica e nella capacità di trovare soluzioni concrete ai problemi più urgenti dei cittadini, rinunciando a quell’atteggiamento di superiorità che non appartiene certo a chi si vuole presentare come portatore delle istanze progressiste ed egualitarie.

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