LA CRISI NON È UN’OPPORTUNITÀ

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Lo scorso 4 maggio è partita la famosa “Fase 2” dell’emergenza coronavirus dopo quasi 60 giorni di lockdown per alcuni misura necessaria per evitare migliaia di morti, per altri una condanna a morte per la nostra economia. Abbiamo chiesto alla giurista d’impresa Lorenza Morello, amica di #innova, e voce autorevole quando si tratta di analizzare i fenomeni economici la sua fotografia sul momento che stiamo vivendo.
 
Dottoressa, l’emergenza coronavirus ha generato anche una crisi, soprattutto economica. Anche lei vede in questo periodo di crisi, che non sarà breve, una grande opportunità?
 
«Le crisi come quella che stiamo vivendo non sono un’opportunità. Il famoso aforisma di Kennedy secondo la quale crisi ed opportunità sono scritte allo stesso modo in cinese, o in greco, è un grossolano errore, ma funziona e ha funzionato molto per i motivatori, che sono stati “inventati” dalle aziende per convincere i dipendenti a lavorare di più, magari anche guadagnando di meno ma sentendosi sempre degli “eroi”, in modo che ogni sacrificio fosse giustificato dalla “gloria”. Un po’ come la deplorevole menzione d’onore inventata adesso dagli strateghi dell’Agenzia delle Entrate per chi decidesse di non usufruire della dilazione dei pagamenti, magra misura beffarda. Però non credo sia sbagliato approfittare di questo periodo difficile, non che prima fosse una meraviglia, per osservare meglio il funzionamento del sistema Paese e vedere cosa funziona e cosa no».
 
Secondo lei cosa ha funzionato?
 
Beh, evidentemente, più o meno bene a dire il vero, ha funzionato il nostro sistema sanitario.
I vari sistemi regionali hanno provato a reagire alla “pandemia” e a contenerne gli effetti sui contagiati e i malati. È emersa la straordinaria qualità del personale coinvolto che, lungi dall’essere eroi o missionari come hanno tentato di dipingerli, hanno dimostrato e messo in campo le professionalità che rendono il sistema sanitario italiano uno dei migliori al mondo. Certo c’è parecchio da cambiare.
 
Secondo lei quali sono i cambi da fare?
 
«Il taglio dei posti letto e dei concorsi è uno scandalo. Ci vorrebbero meno grandi ospedali e più medicina di territorio, meno privato e più pubblico, meno ricoveri e più domiciliarità. Meno iperspecializzazioni e più medici di medicina generale vicini ai cittadini. La politica se ne dovrà occupare».
 
Cosa invece non ha funzionato?
 
«Ciò che invece pare aver reagito male e con scarsa, o nulla, capacità di adattamento è la burocrazia. Noi siamo un Paese che è governato più che dalla politica dalle regole. Una montagna di leggi, decreti, ordinanze e regolamenti che non servono quasi mai ad aiutare i cittadini, ma al contrario li costringono a tortuosi slalom tra regole incomprensibili e confuse, quando non contraddittorie. E in queste settimane in cui si sono succeduti i vari DPCM tutto ciò è apparso chiaro: siamo tutti preda dei nostri particolarismi e del nostro privato, richiamati ogni giorno alla retorica del buon padre di famiglia, che quindi si occupa solo del proprio privato, senza minimamente considerare che il famoso “bene comune” si chiama così perché avendone cura si fanno gli interessi di tutti».
 
Ci auguriamo tutti di essere avviati verso la parabola discendente del contagio, ora è il caso di occuparsi delle conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno…
 
«C’è una contingenza di cui Governo ed Enti Locali si stanno occupando (bene o male a seconda dei vari particolarismi), ma la politica esiste e serve se riesce a disegnare un modello, una prospettiva, per fare in modo che le difficoltà in cui ci dibattiamo possano essere affrontate meglio. Diversamente ci ritroveremo in autunno con gli stessi problemi di prima, ma più poveri, impauriti e, temo, arrabbiati. Sono milioni gli italiani che usciranno più poveri da questa crisi: artigiani, precari, partite iva. La ricchezza del “sistema Italia”, ciò che ne fa un unicum di imprese piccole  e piccolissime, in grado di adattarsi al mercato con grande facilità, oggi ne rappresenta la debolezza. Intere filiere produttive sono destinate a crollare e ci vorrà tempo per ricostruirle o riconvertirle».
 
Quindi non è fiduciosa sulla famosa ripartenza?
 
«Anche la tanto agognata ripartenza finirà per penalizzare i più poveri: quelli che prendono i mezzi pubblici e che non possono utilizzare lo smart working, che peraltro rischia di diventare la prospettiva di lavoro per tanti impiegati, col pericolo che si trasformi in un nuovo cottimo un tanto al click penalizzando le donne piegate dal doppio lavoro di azienda e assistenza a figli ed anziani. Nuovi e vecchi poveri emergeranno e chiederanno aiuto: il capitalismo orribile che ci governa e che garantiva a loro di sopravvivere con lavoretti precari e sottopagati, oggi non sa che farsene».
 
Proviamo ad indicare delle soluzioni?
 
«È assolutamente necessario che venga elaborato un nuovo sistema di sostegno delle reali fasce deboli, senza le caratteristiche demagogiche del reddito di cittadinanza grillino. Un reddito universale tarato sulla media degli stipendi, che garantisca una vita dignitosa a tutti i cittadini e che li liberi dal darwinismo sociale del neoliberismo, che basa il suo potere sulla disattenzione per la politica di chi non riesce ad arrivare a fine mese ma che al contempo non faccia cadere il Paese preda di una radicale scelta assistenzialistica: l’imprenditoria deve continuare a svolgere il proprio ruolo di innovatrice sociale. Per questo, altre risorse vanno destinate alla riconversione dell’economia. Il nostro Paese, da tempo, è privo di un progetto industriale. Investire su  ambiente e nuove tecnologie, partendo dalla formazione ci darebbe una spinta in avanti verso quel cambiamento».