La lezione di Antigone

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di Maria Francesca Amodeo

Il Liceo Classico è una cosa che ti segna praticamente per sempre. Me lo ripetevano tutti e a distanza di anni devo fare i conti con il fatto che è così. È vero, quella che ho frequentato non è una scuola come le altre. E non solo perché ti fa perdere metà della tua adolescenza a studiare tra le lacrime e a chiederti perché hai fatto questa scelta, ma perché il Classico è uno stile di vita.

I “classicisti” – così ci chiamano anche a distanza di anni dal diploma – nell’immaginario comune sono quelli pesanti, tristi, che se la tirano un po’, che non escono mai e si chiudono in casa a studiare lingue e testi ormai superati e morti. I secchioni, che restano fissati a vita con opere e mitologia e li tirano fuori a ogni evenienza.

Chi non mi inseriva tra gli “sfigati secchioni” però, mi faceva i complimenti per la mia scelta: “È una scuola che ti apre la mente” mi dicevano.
A 14 anni questo aspetto didattico mi interessava poco, mi ero iscritta al Classico perché da sempre mi piaceva scrivere e perché odiavo la matematica.
A 19 anni e con un diploma in mano mi sono chiesta come e in che occasione aver perso diottrie sul Rocci per 5 anni mi aveva “aperto la mente”. Perché non me ne ero minimamente accorta.

A qualche anno di distanza e con il senno di poi, posso dire che avevo torto e ragione allo stesso tempo: che il greco e il latino non mi aiutano nella praticità a trovare soluzioni ai piccoli grandi quesiti quotidiani attraverso l’etimologia della parola. Ma la mente me l’hanno aperta sul serio.

Perché, ad esempio, è da qualche mese che leggo sui giornali e sui social notizie di attualità e politica e penso ad Antigone. Si, alla fine un fondo di verità c’è anche nel fatto che ricacciamo sempre fuori i miti e la Grecia.

L’Antigone di Sofocle è un’eroina purissima che sfida il potere, una principessa lontana dallo stereotipo della Disney che vuole le fanciulle intrappolate su torri altissime per colpa di malvagi incantesimi e pronte a essere salvate. Una che combatte in prima persona, tosta, forte, a tratti moderna. Ma soprattutto è quella che mi ha insegnato – prima ancora dei libri di diritto che ho trovato sulla mia strada – che esiste una profonda differenza tra legge e giustizia. Tra disposizione giuridica e precetto morale.

In Grecia le leggi non scritte non erano soggette al tempo che passa e tantomeno alla volontà degli individui, erano quelle che oggi definiremmo della comune umanità e morale. E dovevano essere preferite alle leggi scritte che, in quanto prodotte dagli uomini, potevano e possono essere ingiuste.

Antigone mi ha insegnato che ci sono principi che la legge dello Stato ancora non riconosce, ma che nel nostro animo valgono di più di una disposizione scritta. E che metterli in pratica anche se il legislatore si rifiuta di farlo (o semplicemente tarda) non può essere poi così sbagliato.

Ho ripensato ad Antigone perché forse anche a lei sarebbe piaciuto – come piace a me – il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, che il 16 novembre ha concesso la cittadinanza onoraria a 261 bambini nati in Italia da genitori stranieri.

Perché un bambino che nasce, cresce, studia e vive in Italia è un italiano. Anche se la sua pelle ha un colore diverso dalla maggior parte dei suoi compagni di classe o se la sua mamma ha imparato la nostra lingua solo da qualche anno.

Un provvedimento che supera le lotte sullo Ius Soli, le discussioni sullo Ius Culturae e tutti i tweet e gli slogan di parte. E che riconosce un’uguaglianza concreta che per i bambini – che forse comprendono poco il diritto, ma meglio di chiunque altro la giustizia – era già un dato di fatto.