La ricerca di una terza via necessaria nell’Italia dei vorrei ma non posso

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di Daniele Priori
@PrioriDaniele

 

Il Paese e l’Unione in preda al matto di turno pronto a sistemare le cose.

I più adulti si lasciano convincere dalla tv. I giovani divisi tra un forzato apolidismo politico e l’insistente voglia di andare via. Migranti pure loro.   

 

Una ventina d’anni fa a offrire la “terza via” fu Tony Blair dalla perfida Albione. Oggi è Emmanuel Macron dall’odiata Francia. Fatto sta che le strade innovative, possibili, al passo coi tempi – senza ovviamente alcuna garanzia di riuscita assoluta – passano sempre distanti da Roma.

 

Il nostro Paese, ormai nel pieno della tonitruante e contradditoria tempesta della post-globalizzazione, continua a giocare al vorrei ma non posso, finché non arriva uno – che genericamente il popolo prima ironico e diffidente, poi adorante – definisce “un matto” a sistemare le cose.

 

Tutti, o almeno  in molti,  pensavano che il ruolo stavolta sarebbe toccato a Beppe Grillo, il comico urlante dal turpiloquio facile e efficace, secondo un bel quarto del Paese, o alla peggio di sicuro liberatorio. Invece dopo il passo di lato i tentennamenti, anche suoi, gli stati d’animo stanchini, il Maalox e soprattutto la morte del guru Gianroberto Casaleggio (altro matto, genialoide nerd al limite della fantascienza e della fantapolitica) , pure questo neo Masaniello ricco e genovese si è rivelato poco di più di un Nanni Moretti scapigliato. Vorrei ma non posso, come i girotondi di sinistra del lontanissimo 2002, quando di là c’era Berlusconi nel suo apogeo politico, anfitrione della storica stretta di mano a Pratica di Mare tra il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e il russo Putin.

 

Ormai, a 82 anni e con troppe olgettine ancora da mantenere, una condanna scontata e un bipolarismo italiano – di cui fu il vero padre – in crisi esistenziale seria, anche Berlusconi somiglia di più al borghese piccolo piccolo di sordiana memoria più che al grande leader che fu.  Vorrei ma non posso anche per lui che, negli ultimi cinque anni, tra un servizio sociale da svolgere e un Milan da vendere, avrebbe potuto  e dovuto approfittare meglio del suo unico, vero figlio politico nel quale il suo elettorato storico, quello liberale, moderato, né di destra né di sinistra, nemmeno democristiano ma “centrale” si riconosceva di più: parliamo ovviamente di Matteo Renzi. Invece niente. Così lo stesso Renzi, rimasto attaccato alla gonna di un partito che ha comandato con alterigia e autoreferenzialità a tratti fatalmente sciocche (si veda la ferale personalizzazione del referendum costituzionale) senza mai conquistarlo peraltro davvero del tutto.

 

Un partito, il Pd, che è l’emblema degli emblemi dell’italico vorrei ma non posso, tanto che ancora oggi, dopo la Caporetto delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, resta come l’ultimo giapponese in cerca dell’oracolo di sinistra, quello che salverà il mondo, l’Italia e in essa persino il partito, la ditta, come la chiamava l’ormai esule Bersani. Favola a cui nemmeno un bambino di tre anni riuscirebbe più a credere, mentre in Italia continuano a propinarla i grandi vecchi: da Scalfari, ai kennedyani fuori quota come Veltroni, il cosiddetto partito di Repubblica. Mentre il vero matto, cioè Matteo Salvini, fa il bello e il cattivo tempo, potendo destreggiarsi con una maestria da funambolo tra passato, presente e ipotetici futuri. Tra chi lo vede come vero leader del centrodestra (posto che ne esista ancora uno e che soprattutto la locuzione abbia un senso politico compiuto e dimostrabile). Chi lo indica come leader del nuovo fronte sovranista, non solo in Italia ma addirittura in Europa, pronto addirittura a scavalcare il premier ungherese Orban, come fece Hitler con Mussolini, nonostante fosse arrivato sulla scena ben undici anni dopo il Duce. Prefiche fosche verrebbe da dire.

 

Altresì c’è chi lo vede pure, paradossalmente, in una inedita grisaglia neomoderata a ricostruire un nuovo centrodestra tutto suo dopo le Europee dalle quali uscirà come il matador trionfatore dalla corrida. Insomma: campo totalmente aperto ad ogni possibilità senza che nessuno trovi il coraggio di costruire, o meglio riempire, quello che davvero serve: uno spazio alternativo alle follie che si stanno ascoltando. Reale e realista, nel bene e nel male, ma capace di comunicare oltre gli steccati e le barriere mentali. Capace di parlare anche se non soprattutto ai tanti giovani che tacciono persino sui social network eppure ci sono, in cerca di una casa politica, di uno spazio dove condividere un’idea di nazione, di società, di lavoro, di futuro possibile che sia diversa da quella oggi in maggioranza. Giovani, soprattutto quelli più istruiti, che non si lasciano conquistare facilmente, per fortuna, dalle chimere populiste – come capita invece ai più adulti – ma sono comunque logorati tra un forzato apolidismo politico e una irrefrenabile voglia di andar via. Migranti pure loro, cioè noi.  Londra è stata la città dei sogni di questa generazione di italiani.

 

Ma anche a Londra non c’è più Tony Blair che – nonostante le minchiate sottoscritte sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam – proponeva come motto e linea guida del suo new Labour: education education educationben prima dello Yes, we candi Obama e ci piaceva, perché si poteva fare davvero, come infatti l’hanno fatto anche i conservatori in Inghilterra, almeno fino a Cameron.  

 

Ci faceva sentire un po’ tutti new Beatles tricolore in una speranzosa trasferta alla corte di Sua Maestà. Ora, però, non è più così nemmeno da quelle parti perché il virus sovranista, della chiusura irragionevole e a prescindere, ha contagiato anche le campagne e i campagnoli britannici, non la City, ma poco conta, perché i bifolchi  Uk (si legga senza offesa) sono di più e hanno messo il resto del continente (presuntamente) unito più di fronte allo spettro di un’Europa da cui invece si può uscire.

 

Di fronte a un’Europa che può implodere su chiusure e contraddizioni purtroppo reali e dalle conseguenze  davvero imprevedibili ma certamente molto rischiose per il futuro di tutti, specie se non si troverà il coraggio presto, ora, di fare qualcosa per salvarla e per salvarci. Non perdiamo altro tempo.