LA STORIA DEL MARE E CHE VIENE DAL MARE

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intervista di Alessandro Romano

Stefano Medas è un archeologo subacqueo, che ha diretto oltre 60 cantieri archeologici su relitti e siti sommersi. Attualmente è presidente dell’Istituto Italiano di Archeologia ed Etnologia Navale e assegnista di ricerca all’università Ca’ Foscari di Venezia. È stato docente a contratto di Storia della Navigazione Antica all’università di Bologna e di Archeologia e Storia Navale del mondo fenicio-punico all’università di Cagliari. Ha al suo attivo diverse monografie, scritto diverse pubblicazioni in ambito scientifico e oltre cento articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali in materia di archeologia subacquea, archeologia navale e storia della navigazione, oltre che aver curato atti di convegni nazionali e internazionali ed alcune monografie. Nel 2016 è uscito “Rex Iuba”, il suo primo romanzo, lo scorso febbraio “Il Testimone”, presentato per la prima volta lo scorso l’11 luglio a Riccione. Entrambi sono romanzi storici, ambientati nel periodo romano, e sono editi da Mondadori.

Professore, “Il testimone“ è il suo secondo romanzo dopo la sua opera prima “Rex Iuba” nella quale al centro della storia vi era il  viaggio lungo le coste dell’Africa, mentre nel secondo il viaggio si svolge lungo le coste dell’Asia Minore, di Creta e nel cuore del mar Mediterraneo per arrivare infine a Roma .Possiamo dire che il mare è una sorta di palcoscenico di accadimenti , di intrecci e di storie umane ?

«Il mare è stato uno degli spazi più difficili e importanti “conquistati” dall’uomo antico. Per questo è sempre stato un teatro di accadimenti, sia sul piano storico che su quello poetico. Sul mare si sono combattute battaglie fondamentali per l’affermazione del potere militare, politico ed economico, basti pensare alle guerre tra Roma e Cartagine (in particolare alla prima guerra punica). Sul mare l’uomo ha misurato le proprie capacità e la propria audacia, tanto sul piano pratico quanto su quello intellettuale e su quello esistenziale, basti pensare all’Odissea. Per gli antichi greci, Argo, la nave degli Argonauti, la prima nave, è stata il simbolo della sfida lanciata dagli uomini, dunque dal loro intelletto, all’onnipotenza degli dèi».

In questo romanzo il viaggio da Alessandria a Roma è ricco di insidie, ma per Callimaco e Teocrito, i due protagonisti, il pericolo sta più nel mare o nell’uomo?

«Il pericolo sta nel mare in quanto elemento naturale che fa da sfondo alla storia. Tre capitoli sono dedicati alla tempesta e al naufragio. Teniamo presente che per gli antichi l’elemento mare aveva un significato molto più forte di quanto ha per noi. Non lo vedevano nel modo romantico con cui oggi, spesso, lo vediamo noi, ma lo percepivano come uno spazio di sfida, dove il pericolo era una costante e la morte era sempre in agguato. Come ricorda un poeta greco, in mare la vita è separata dalla morte solo da un sottile strato di legno, lo spessore del fasciame della nave. Nella nostra storia, però, il pericolo sta anche nell’uomo, incarnato da un personaggio malefico che insegue il giovane Callimaco e da un capitano tanto incapace quanto disgraziato».

Sullo sfondo della sua opera c’è Roma al culmine del suo splendore. Qual è il rapporto dell’Impero Romano con il mare e la navigazione?

«Nei primi secoli dell’impero, Roma ha avuto un rapporto totale e totalizzante col mare. Il Mediterraneo era percorso da un capo all’altro, non vi erano una sola isola, un solo golfo o una sola spiaggia che in qualche modo non fossero raggiunti dalle navi, per il commercio, il trasporto delle persone e per le attività militari. Ma le navi romane solcavano anche il Mar Nero, il Mar Rosso, il settore settentrionale dell’Oceano Indiano e le acque dell’Atlantico, dall’Europa settentrionale alle Isole Canarie. E non mancano indizi per pensare che siano arrivati anche più lontano. Nei primi due secoli dell’impero, Roma ha attivato un programma sistematico di sfruttamento dei traffici marittimi e lungo le acque interne (è bene ricordarlo) attraverso la creazione di importanti infrastrutture e lo straordinario sviluppo delle sue marinerie, oltre che di una rete mercantile e logistica che potremmo già definire “moderna”, in cui operavano dalle semplici barche alle grandi navi, molte davvero gigantesche, capaci di trasportare oltre 10.000 anfore». 

Lei è un archeologo subacqueo, nei ritrovamenti che ha potuto fare qual è quello che ricorda con più soddisfazione?

«In venticinque anni di attività ho diretto sul campo oltre sessanta cantieri archeologici subacquei e in ambiente umido, ma farei fatica a dire quale sia stato il ritrovamento più sorprendente. Ciascuno lo è, a modo suo. Per certo, tra i lavori più straordinari che mi sia capitato di affrontare ci sono stati i relitti medievali di San Marco in Boccalama, nella laguna di Venezia, il relitto di una nave di primo rango naufragata nel 1714 davanti alla bocca di porto di Malamocco, nel mare di Venezia, e il relitto di una barca del V secolo scoperto in terraferma, in corrispondenza dell’antica linea di spiaggia, a poche centinaia di metri dal mausoleo di Teodorico a Ravenna. Ad avermi sorpreso sono stati però anche molti siti diversi dai relitti: dalle palafitte preistoriche nei laghi ai resti di insediamenti e infrastrutture romane nella laguna veneta». 

Tornando a “Il testimone”, nella sua nota dell’autore, cita il testo degli Atti degli Apostoli dedicato al viaggio di San Paolo da Cesarea a Roma che definisce come testo di primaria importanza per lo storico della navigazione. Perché?

«I paragrafi 27 e 28 degli Atti degli Apostoli contengono una delle più belle e interessanti narrazioni di viaggio per mare che ci siano giunte dall’antichità. In poche righe sono descritti tutti i principali aspetti della navigazione in epoca romana, con non pochi dettagli tecnici, in particolare per quanto riguarda i provvedimenti adottati per far fronte alla terribile tempesta che investì la nave su cui viaggiava Paolo di Tarso, trascinata per quattordici giorni alla deriva, da Creta verso ovest, fino a far naufragio sull’isola di Malta. Un’analisi dettagliata di questo testo è fondamentale per ogni storico o appassionato di navigazione antica». 

Ha già in mente di scrivere un altro romanzo ?

«In novembre dovrebbe uscire un mio lavoro di tenore completamente diverso, che, pur sempre con l’occhio attento alla storia, riguarda una mia passione non-professionale: i gatti. L’anno prossimo, invece, dovrebbe uscire un mio saggio sulla navigazione antica, specificamente dedicato all’arte nautica, in cui tratterò di temi che spaziano dalle tecniche di navigazione alle vele, dalle manovre all’orientamento astronomico».