LABOUR PARTY: L’ANALISI DI GIUSY RUSSO

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Britain's Shadow Brexit Secretary Keir Starmer speaks on stage during the Labour Party Conference at the Brighton Centre in Brighton, England, Monday, Sept. 23, 2019. (AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

Dal 2016, anno del referendum sulla cosiddetta brexit, il Regno Unito è sui giornali, cartacei e online e al centro del dibattito politico internazionale. Tuttavia, l’intricato iter che ha portato il Paese fuori dall’Unione europea, si incrocia con altre vicende politiche che ne sono direttamente o indirettamente collegate. Proprio lo stallo sulla brexit ha condotto l’elettorato alle urne il 12 dicembre dello scorso anno e proprio la fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue è stato il traino dei conservatori che hanno vinto le elezioni. Get brexit done è stato lo slogan con cui Boris Johnson ha conquistato il voto degli elettori che, dopo anni di colpi di scena ed estenuanti trattative, desideravano vedere il Paese uscire non solo dal progetto comunitario ma anche da una impasse durata troppo a lungo. Dall’altra parte, il Labour Party ha subito la peggiore sconfitta elettorale dal 1935, sancendo la fine della leadership di Jeremy Corbyn. Dal 4 aprile 2020 quindi, i laburisti hanno un nuovo leader: Keir Starmer.

La sua figura fa solo apparentemente da sfondo alla vicenda complessiva dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, perché il Labour Party si affida a lui per riconquistare credibilità e consensi e cerca di farlo in un anno caratterizzato dalle difficoltà della brexit che, pur essendosi materializzata il 31 gennaio 2020, lascia ancora il grande enigma dei futuri rapporti tra il Paese e il vecchio continente. Come se non bastasse, a complicare il quadro c’è stata e c’è tuttora la pandemia con le sue conseguenze economico- sanitarie. Starmer è a capo dell’opposizione ma il contesto in cui si trova ad operare è tutt’altro che agevole. Trova un Paese in difficoltà e con l’opinione pubblica dapprima divisa sulla permanenza o meno nell’Ue e dopo, stanca delle lunghe ed estenuanti trattative per uscire. A queste sfide, si aggiunge quella della ricostruzione di un partito, diviso in correnti e che ha visto l’erosione del proprio consenso. Eppure un altro futuro è possibile, another future is possible recitava infatti lo slogan che ha portato Starmer a vincere le primarie del proprio partito. La sua sembra una storia già scritta, i genitori decisero infatti di chiamarlo Keir come Keir Hardie, primo parlamentare laburista. Starmer però ha iniziato come avvocato e si è occupato in particolare dei diritti umani. È nato nel 1962 a Southwark, Londra ed è entrato in Parlamento nel 2015 per il collegio di Holborn and St Pancras. Alle primarie di quell’anno, appoggiò Andy Burnham ma a spuntarla fu Jeremy Corbyn che lo nominò ministro ombra dell’Interno, ruolo dal quale Starmer si dimise per protesta nel 2016. Dopo essere rientrato nel governo ombra si è quindi occupato della brexit. Starmer era favorevole alla permanenza del Regno Unito nell’Ue e ha poi preteso trasparenza nei negoziati condotti dall’allora primo ministro Theresa May. Ora che al numero 10 di Downing Street c’è Boris Johnson, la posizione di Starmer sul tema è chiara: “Il dibattito tra Leave e Remain è finito”, ha detto in occasione del Labour Connected, per poi aggiungere “Gli affari britannici hanno bisogno di un accordo. I lavoratori hanno bisogno di un accordo. Il nostro Paese ha bisogno di un accordo”. Dal 19 al 22 settembre c’è stata infatti la conferenza del partito, stavolta virtuale. “Il Labour agirà nell’interesse nazionale. Saremo un’opposizione costruttiva. Sosterremo tutte le misure ragionevoli necessarie per salvare vite umane e proteggere il nostro Sistema Sanitario Nazionale”, ha detto Starmer che ha ricordato le grandi conquiste ottenute dal proprio partito nel corso degli anni, come appunto l’NHS (National Health Service), l’Equal Pay Act che proibiva disparità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda retribuzione e condizioni di lavoro o l’accordo del Venerdì Santo per il processo di pace in Irlanda del Nord, solo per citarne alcune. Non è quindi un caso che sugli account social siano apparse card che rivendicano proprio i risultati ottenuti dal Labour nel corso degli anni.

 “Il filo conduttore che attraversa la mia vita e la convinzione che ispirerà la mia leadership di questo Partito è il desiderio di cambiare la vita in meglio. La voglia di fare la differenza nel mio Paese”. E una nuova leadership è proprio lo slogan del partito. Come riportato dalla BBC, ci sono due motivi principali dietro questa scelta. In primo luogo, serve a contrapporsi alla leadership di Boris Johnson, poi serve in un certo senso a presentare Keir Starmer al Paese che per la pandemia può non aver avuto modo di conoscere davvero il nuovo leader del Labour Party. “La mia visione per la Gran Bretagna è semplice: voglio che questo sia il miglior Paese in cui crescere e il miglior Paese in cui invecchiare”, ha affermato. In una società in cui essere giovane risulta un merito e l’età spesso precede titoli e ruoli, può un politico ambire a garantire una vecchiaia decente? Mentre ok boomer sta diventando un’espressione familiare, i giovani di oggi saranno gli anziani di domani e vedranno che c’è molto di più oltre il dato anagrafico. Ci sono pensioni adeguate, assistenza, cura e servizi per chi purtroppo spesso è ai margini della società ma di quella società è specchio e colonna portante. Così, se invecchiare è un privilegio, farlo nel miglior modo possibile può assurgere a diritto. Può diventare uno scopo dell’azione politica, può essere addirittura una sorta di slogan. Starmer ha fatto poi riferimento ai valori che reputa imprescindibili: decenza, correttezza, opportunità, compassione e sicurezza per la nazione, per le famiglie e per le comunità e lotta al razzismo e all’antisemitismo.

 

Dando uno sguardo ai social, il Labour Party conta oltre un milione di follower su Facebook, 886 mila su Twitter e 208 mila su Instagram, dove vengono pubblicati screenshot di tweet, brevi video e card con font larghi, grassetto e la prevalenza del colore rosso. Sugli account social viene dato spazio a diversi esponenti del partito e in particolare a Keir Starmer che su Facebook ha circa 154 mila follower, 982 mila su Twitter e 144 mila su Instagram. Non sono tuttavia questi i numeri che contano, bensì i voti, in particolare quelli del cosiddetto red wall (muro rosso), ovvero dei seggi storicamente laburisti delle Midlands e del nord dell’Inghilterra, passati ai conservatori. Rivolgendosi a loro Starmer alla conferenza del partito ha detto: “Il Labour non darà mai più per scontati voi o le cose a cui tenete. E vi chiedo: date un’altra occhiata al Labour. Siamo sotto una nuova leadership. Amiamo questo Paese come voi”. Ma il Paese ama Starmer? Secondo un sondaggio di YouGov, reso noto lo scorso 18 settembre, per il 35% Starmer sarebbe il miglior Primo Ministro, contro il 30% di Boris Johnson e il 31% che non sa cosa rispondere. Il tutto mentre le intenzioni di voto vedono appaiati conservatori e laburisti al 40%. Non ci sono elezioni all’orizzonte ma sfide difficili. “Il partito laburista è sotto una nuova leadership e questa è la nostra missione, conquistare la fiducia del popolo per costruire insieme un futuro migliore”, recita un video del Labour ed è proprio questa la prima sfida da affrontare.